TERAMO – L’ottavo ed ultimo appuntamento della stagione con il Fai Salotto (gli incontri riprenderanno ad ottobre con la nuova programmazione) ha accolto ieri pomeriggio, nella sala consiliare del Comune di Teramo, un personaggio di grande spessore come il giudice Giuseppe Ayala. Numeroso il pubblico presente per ascoltare dalla voce del magistrato antimafia il racconto di una stagione drammatica della storia d’Italia, vista con gli occhi di chi ha vissuto in prima linea, nelle aule di tribunale e in Parlamento, la lotta alla più longeva organizzazione criminale del mondo.

L’occasione è stata dettata dalla presentazione dell’ultimo libro di Ayala, “Troppe coincidenze”, seguito ideale del suo primo best-seller, “Chi ha paura muore ogni giorno”. L’incontro, introdotto come di consueto dal Capo Delegazione del FAI di Teramo, la dottoressa Franca Di Carlo Giannella, e dall’avvocato Laura De Berardinis, si è aperto con i saluti istituzionali dell’assessore al Comune di Teramo, Mirella Marchese, in rappresentanza del sindaco Maurizio Brucchi, assente per motivi professionali.

Particolarmente significativo l’intervento preliminare del giudice Aldo Manfredi, già alla guida del Tribunale di Teramo, sezione distaccata di Giulianova, ora Consigliere in Corte d’Appello de L’Aquila. Amico di Ayala, con il quale ha lavorato per anni proprio a L’Aquila, il dottor Manfredi ha reso omaggio alla figura del magistrato ed ex parlamentare, ricordandone il ruolo di primo piano svolto all’interno del gruppo di giudici guidato da Falcone. Il dottor Manfredi ha quindi introdotto il volume, contestualizzandolo nelle vicende storiche italiane che vanno dal 23 maggio 1992, giorno della strage di Capaci, fino ai giorni nostri.

Dirompente l’esordio dell’intervento del dottor Ayala: “Ho scritto questo libro come un dovere per ripristinare la verità storica: noi non siamo mai stati fermati dalla mafia, con le su bombe, come qualcuno ha sostenuto, ma da alcune istituzioni dello Stato. Quando ho scritto queste cose nessuno ha osato fare polemica, perché sanno benissimo che è tutto documentato”. Da questa premessa si è svolto il racconto del dottor Ayala, che si incardina sulla sua attività parlamentare iniziata proprio nell’aprile 1992, poco prima dell’attentato a Falcone e quello successivo a Borsellino. E le coincidenze (termine usato in maniera ironica dal giudice) da cui prende il nome il libro sono quelle che legano la strategia mafiosa a passaggi fondamentali della storia istituzionale italiana: dall’elezione alla presidenza della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro, ‘indotta’ dalla strage di Capaci per stoppare la candidatura al Quirinale di Andreotti, al fallito attentato del 23 gennaio 1994 che avrebbe dovuto far saltare in aria una curva dello stadio Olimpico di Roma. “Da quel giorno, la mafia non ammazza più – dice Ayala alla platea attenta – Sono passati ormai 18 anni. Perché? Forse perché di lì a poco sarebbe cambiato il quadro politico?”. Più volte il giudice sostiene di non essere in possesso della “verità rivelata”, ma di aver condotto “un’analisi ragionevole della concatenazione degli eventi”.

E la sua attenzione si posa soprattutto sui rapporti tra mafia e parti dello Stato, per non considerare la mafia solo come un’organizzazione criminale, ma qualcosa di ben più organico alle istituzioni. “La questione centrale in Italia è il problema legalità – riassume il magistrato – Il problema italiano è patologico, io la chiamo la ‘sindrome del furbo’: manca il controllo fondamentale, quello sociale”. Parole a chiusura di un incontro significativo, che ha lasciato i presenti con molte domande a cui dare ancora una risposta.