SUCCIANO – La Valle Subequana, splendidamente composta da una natura felice e graziosa, tra odori di tartufi, fiori, letame e aria pura, comincia a emanare anche un odore di gioia e di speranza.
Il fiore da cui si è originato questo odore è un piccolo paesino del Comune di Acciano: Succiano, in provincia dell’Aquila.
Nell’albo delle associazioni del piccolo Comune, infatti, se ne aggiunge una nuova, col nome di Comunità Gaudium et Spes – Maria Rita e Don Gallo, intitolata a due persone speciali, che hanno lasciato questo mondo alcuni mesi fa: Don Andrea Gallo, prete di strada e fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, e Maria Rita Vitale, donna straordinaria e moglie dell’ex vice sindaco del piccolo Comune dell’Aquilano, Mario Sergio Cercarelli.
Finalmente a Succiano i giovanissimi del posto hanno deciso di aprire le finestre per far rinnovare un po’ l’aria, visto e considerato che da più di un decennio nessuno ha mai avuto in mente di fondare un centro prima di tutto di aggregazione giovanile con idee e proposte nuove, accolte benissimo anche dall’ex arcivescovo dell’Aquila, Don Giuseppe Molinari.
La neo ha proprio come esempio questi due grandi personaggi, l’una umile donna, grande lavoratrice e fervente sostenitrice delle tradizioni del suo paese, una vera e propria ‘stella’, l’altro instancabile testimone di Gesù sempre a fianco degli ultimi, degli emarginati.
Il nome è tutto un programma: la comunità vuole avere come punti fermi i due concetti di ‘gioia’ e di ‘speranza’: tutto ciò avendo come riferimento un documento conciliare del 1965 intitolato proprio Gaudium et Spes, in cui veniva trattato il problema dei rapporti tra la Chiesa e il mondo contemporaneo.
La nascita di questa associazione è dovuta principalmente all’incipit del citato documento conciliare: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.
Queste parole sono il ritratto prima di tutto di Maria Rita e di Don Gallo, due persone che hanno speso la loro vita portando a tutti quelli che incontravano per la via un po’ di gioia e un po’ di speranza, condividendo anche il dolore.
E sempre queste parole sono sinonimo di accoglienza: per Don Gallo l’accoglienza era pane quotidiano!
La porta del suo piccolo ufficio è stata attraversata da tutti, senza distinzione alcuna: omosessuali, trans, prostitute, barboni, gente sporca, secondo le definizioni ‘morali’ dei benpensanti.
Anche Maria Rita, per chi l’ha conosciuta specialmente nell’ultimo periodo della sua vita, caratterizzato dal dolore assoluto, soprattutto fisico, accoglieva in particolare i suoi giovani paesani che considerava suoi figli: il suo cuore era rivolto al suo amato Succiano, a Sant’Erasmo e alla Madonna di Loreto, alla Sagra del Tartufo, di cui Maria Rita è stata tra quelle persone che veramente l’hanno ‘spinta’ e valorizzata, alla sua mamma che ancora l’aspetta in qualche modo, ai suoi paesani vicini e lontani.
Maria Rita e Don Gallo, con i loro atteggiamenti, hanno dato spunto a questa neonata associazione: perciò a livello statutario è stato stabilito che la stessa svolge e promuove “attività caritatevoli, umanitarie e di accoglienza”, oltre alla promozione di attività culturali, mirate alla conservazione delle tradizioni locali, degli usi e dei costumi, legalità, in accordo con le istituzioni comunali ed ecclesiastiche.
Inizialmente si era pensato a creare un oratorio vero e proprio, alla maniera di Gesù, di San Filippo e di Don Bosco, tre esseri umani che hanno speso la loro vita per i più poveri, per i ‘piccoli’.
In seguito si è stabilito di fondare un’associazione laica, aperta a tutti indistintamente e dove tutti potessero sentirsi liberi di parlare, sfogarsi, aggregarsi, festeggiare, condividere gioie e dolori.
Essa, pur avendo come punti di riferimento queste due persone che hanno navigato, nel mare della loro esistenza burrascosa, “in direzione ostinata e contraria”, per citare un altro della schiera dei difensori degli ultimi, Fabrizio De André, ossia una donna cristiana e un prete da marciapiede, entrambi né fondamentalisti né autoritari o dogmatici, ma aperti totalmente al dialogo e alla fiducia nell’altro, ha scelto, visto il suo germe oratoriano, di essere cattolica in un altro senso rispetto al suo significato solito: non in senso settario, ma nel senso di ‘universale’, a 360 gradi, dove sia il viandante di turno sia l’abitante del posto possano incontrarsi e condividere anche il nulla.
Nonostante sia appena nata, questa associazione ancora non trova un posto fisso dove poter operare: i soci fondatori stanno cercando in questi giorni di trovare un luogo dove poter aggregare i giovani e dove prima di tutto questi ultimi possano svolgere le varie attività senza chiedere permesso a nessuno e in modo libero e responsabile.
I giovani hanno bisogno dei loro spazi dove possono studiare, aggregarsi e realizzarsi umanamente e interiormente, senza ricorrere a manovre di ‘leccapiedismo’, tipiche di soggetti arretrati e con scarsa capacità di guardare oltre.
L’associazione predica, oltre all’accoglienza e alla carità, anche la povertà: è un’associazione povera soprattutto materialmente. Questa è stata una scelta dei soci fondatori: non esistono tessere, se così possono essere definite, ma il contributo che l’associato dovrebbe versare è completamente facoltativo. Inoltre il messaggio non è rivolto solo agli associati, ma anche ai simpatizzanti e a coloro che vogliono comunque partecipare e contribuire anche umanamente alla realizzazione dei progetti. Non si scaccia nessuno, ma entrare per quella porta ora inesistente significa responsabilizzarsi e non approfittarsi di chi si spende per la buona riuscita di tutte le attività.
Proprio perché la neonata Comunità guarda al futuro, essa spera che il messaggio venga portato anche agli altri Comuni e anche alla città dell’Aquila, dove i problemi sono moltiplicati a causa del sisma, ma dove piaghe come la prostituzione e la droga stanno corrodendo i giovani.
Questi fenomeni sono sempre esistiti, ma con il sisma si sono accentuati proprio perché molti hanno perso tutto.
E proprio in questi posti la Comunità vorrebbe operare: essa vuole andare dove non c’è più niente per portare qualcosa, vuole portare un po’ di gioia e un po’ di speranza a chi non ne ha, vuole essere detentrice di un messaggio forte e vuole estenderlo a tutti alla maniera di Maria Rita e di Don Gallo.
Il tutto dovrebbe essere fatto nell’ottica della condivisione vista con occhi un laico francescano che indossa una logora bisaccia e porta con sé un bastone tarlato ma robusto, con un cuore aperto soprattutto alla diversità, senza paura e senza angoscia, ma pronto a condividere anche queste variabili del tutto umane per poi sostituirle o almeno farle coincidere con la gioia e con la speranza.
Ce n’è per tutti. Se tutti vorranno.






