L’AQUILA – Un secondo anniversario del sisma del 6 aprile “diverso da quello dell’anno scorso”.
Lo dicono in tanti, lo dicono gli aquilani e gli abruzzesi che hanno preso parte ieri sera alla lunga fiaccolata che dalla Fontana luminosa è arrivata in piazza Duomo, passando per alcune delle vie praticabili del centro dell’Aquila.
Una cerimonia meno caotica rispetto alla prima, figlia di una minore spinta mediatica. Qualcuno la definisce addirittura “fredda”.
Si moltiplicano allora i commenti sulla situazione a due anni dalla catastrofe, quasi a voler ‘sfruttare’ l’occasione per ricordare e per fare i conti con la realtà.
Una realtà ancora impantanata nella melma della ricostruzione che non parte e dei processi sui crolli che faticano a dare risposte concrete.
Ci sono gli amici di Giusy e Genny De Angelis, due delle studentesse rimaste uccise nel 2009.
Uno di loro preferisce non parlare, l’altro invece dice la sua. “Il rischio è che tutti si dimentichino di questa storia atroce – spiega il giovane studente che ha scelto di rimanere a studiare all’Aquila – per questo, molto dipenderà dai processi. Ma in Italia, comunque vadano le cose, è praticamente impossibile avere giustizia e far dimettere gli uomini delle istituzioni”.
La realtà, dicevamo. Sembra proprio che l’emergenza sparata a tutto volume dai media si sia di volta in volta esaurita. Ora gli aquilani devono fare i conti con le luci che piano piano di stanno spegnendo.
“Adesso cominciamo sul serio ad affrontare gli effetti a lungo termine del terremoto – dice Gianni Padovani, che lavorava in pieno centro storico – perché durante l’emergenza molti problemi venivano tenuti a distanza, non affrontati, rimandati. Ora invece la realtà è ben chiara e visibile a tutti. Ci aspettano anni difficilissimi”.
“La mia impressione – spiega Lelio De Santis, esponente della politica regionale ma ieri ‘in veste di semplice cittadino’ – è che adesso la gente sia davvero consapevole di quanto accaduto due anni fa. La situazione è gravissima, serve il sostegno concreto delle istituzioni che devono fare il possibile per aiutare la città a rimettersi in piedi”.
Lungo via Strinella incrociamo una giovane insegnante di filosofia. “Una settimana prima del sisma – dice – ho ricevuto una notizia bellissima. Poi, il 6 aprile ha sparigliato le carte, portando via anche le più piccole certezze. Però adesso Sofia, che ha davvero sofferto per venire al mondo qui, in questa zona di guerra, sta bene, cresce giorno dopo giorno. Vorrei poterle regalare l’emozione di vivere le bellezze del nostro centro storico, come è capitato a chi come me ha respirato L’Aquila quando non aveva tutte queste ferite. Ogni volta che penso a come è ridotta, mi viene da piangere”.
Tanti giovani sfilano con la fiaccola in mano, tenuta in alto per una città che non hanno avuto modo di conoscere fino in fondo.
Stefano Scipioni invece la sa a memoria e non riesce a scordarla. “Vivevo in centro – dice commosso – e mi fa star male il pensiero di non rivederla più come la sapevo io, come la sapevamo noi aquilani. Sono rimasto qui per non lasciare la mia famiglia nei guai, ma ora, a distanza di due anni, comincio a chiedermi se sia davvero il caso di restare all’Aquila. Manca il lavoro, mancano i programmi sul futuro. Iniziamo in molti ad avere paura”.
Passano i volti storici della cultura e del commercio aquilano. Qualcuno è invecchiato di colpo, il sisma si fa sentire anche quando ha smesso di scocciare, altri sono rimasti quelli di una volta.
Mario Maccarone, barista, ha la sua attività in centro, tanti anni nel cuore della vecchia meraviglia. “Sto bene, sono riparito dopo poco con il mio lavoro. Certo, c’è bisogno di tanta pazienza. Io, non più giovanissimo, ce la sto mettendo tutta”.
Non mancano, ovviamente, le polemiche sul fenomeno dello sciacallaggio, specie quello di marca politica.
“L’ospedale se lo stanno mangiando – tuona una dipendente Asl – e personalmente ho la netta sensazione che non ci siamo ancora resi conto dei tanti scippi che continuano a svuotare il capoluogo”.
La fiaccolata sbarca a piazza Duomo dopo diverse ore. Tra i tanti ‘forestieri’ che hanno voluto omaggiare la città distrutta c’erano anche i familiari delle vittime della strage di Viareggio del 2009, tre mesi dopo i nostri 309 martiri.
Si chiede in silenzio di fare giustizia. Candele e striscioni, lacrime e sorrisi, sì, i sorrisi delle mamme che hanno perduto i figli e che non vogliono perdere anche l’ultimo brandello di speranza.
In una fredda notte aquilana, nel cuore ferito dell’Italia. (r.s.)






