ROMA  – ll numero degli iscritti alla Cassa Forense è sceso di oltre 15 mila unità dal 2020. L’età media sale a 49,5 anni e quasi un avvocato su tre ha valutato di lasciare la professione. A pesare non sono solo i redditi, ma anche carichi di lavoro, ritardi nei pagamenti e responsabilità crescenti.

È la fotografia che emerge dal Rapporto Avvocatura 2026 di Cassa Forense. Gli iscritti sono oggi poco meno di 230 mila, contro oltre 245 mila nel 2020. In sei anni la platea si è quindi ridotta di più di 15 mila professionisti. Nello stesso periodo l’età media è passata da 44,1 a 49,5 anni e il rapporto tra avvocati attivi e pensionati è sceso da 8,1 a 5,8.

La professione forense in Italia sta cambiando volto. Gli avvocati sono meno numerosi, più anziani e, soprattutto tra le nuove generazioni, sempre meno convinti che il percorso professionale tradizionale offra prospettive sufficienti. Il problema non riguarda soltanto il livello dei redditi o l’elevata concorrenza: a incidere sono anche la crescente complessità del lavoro, l’esposizione ai contenziosi, i ritardi nei pagamenti e il peso delle responsabilità che gravano soprattutto sugli studi di piccole dimensioni.

Il dato racconta una professione che invecchia e si restringe, pur mantenendo una densità tra le più elevate d’Europa: 3,6 avvocati ogni mille abitanti.

La difficoltà maggiore riguarda la capacità della professione di attrarre e trattenere le nuove leve.

“I dati mostrano una professione che sta cambiando rapidamente e che fatica ad attrarre e trattenere i più giovani”, osserva Sauro Mostarda, amministratore delegato di Lokky, insurtech italiana specializzata in soluzioni assicurative digitali per piccole imprese, professionisti e freelance.

A rendere più fragile la posizione dei giovani contribuisce anche la struttura degli studi. Il 66,2% degli avvocati opera infatti in studi monopersonali. Tra gli under 40, il 42,4% è titolare di uno studio, mentre oltre un quarto lavora come collaboratore e quasi il 16% in regime di monocommittenza.

Sono assetti organizzativi che possono aumentare la dipendenza da pochi clienti e, di conseguenza, l’esposizione a ritardi nei pagamenti, controversie contrattuali e difficoltà nella gestione dei costi.

Non a caso, il 33,9% degli avvocati considera i ritardi nei pagamenti il principale rischio per il proprio futuro reddituale. Seguono gli adempimenti amministrativi e fiscali e l’eccessiva concorrenza.

Sul fronte normativo, nel luglio 2026 la riforma dell’ordinamento forense è intervenuta proprio su alcune delle criticità della professione, introducendo nuove tutele per la monocommittenza e rafforzando i meccanismi di garanzia dei pagamenti.

Ma la pressione non arriva soltanto dal lato economico. A pesare è anche la quantità di lavoro da gestire. Nel civile, ogni avvocato segue mediamente 15 procedimenti pendenti e altrettanti sopravvenuti. Nel penale i procedimenti pendenti sono quasi nove, mentre quelli sopravvenuti superano quota dieci.

A questo si aggiungono i tempi della giustizia: in media 503 giorni per una causa civile e 380 per un procedimento penale, con differenze significative tra i diversi distretti.

L’aumento dei carichi di lavoro e la durata dei procedimenti possono amplificare anche il rischio di errori e contestazioni.