L’AQUILA – “La transizione dall’autopsia alla virtopsia nello studio dei corpi mummificati”: questo il titolo della relazione che il professor Luca Ventura, Coordinatore nazionale del Gruppo italiano di Paleopatologia e anatomopatologo presso l’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila, ha presentato lo scorso settembre a Dublino in occasione del 35esimo Congresso della European Society of Pathology, uno degli eventi in ambito scientifico più importanti d’Europa.
Oltre al professor Ventura, hanno partecipato 4.450 professionisti del settore provenienti da 94 differenti nazioni.
“Il tema riguarda una problematica estremamente importante e attuale nello studio dei resti umani antichi: l’equilibrio tra accuratezza diagnostica e conservazione dei corpi, intesi come beni culturali’ – spiega Ventura ad AbruzzoWeb -. Le moderne tecnologie radiologiche – prosegue l’anatomopatologo aquilano – ci offrono la possibilità di indagare i corpi mummificati in modo completamente virtuale, senza alterarli fisicamente come invece accadeva con l’autopsia. Nonostante ciò, l’approccio autoptico virtuale comporta ancora limiti importanti per il riconoscimento di alcune condizioni patologiche e per l’acquisizione di materiale biologico da sottoporre ad indagini di laboratorio. Per questo motivo, l’autopsia classica può mostrare ancora la sua utilità, specialmente nel caso di resti umani dei quali non è prevista la fruizione espositiva o museale”.
Nella stessa cornice congressuale, il gruppo di ricerca diretto da Ventura ha presentato due ulteriori contributi scientifici.
Il primo, condotto in collaborazione con l’équipe del professor Federico Bruno, radiologo dell’ospedale “San Salvatore”, e quella del professor Mirko Traversari, bioantropologo dell’Università di Bologna, riguardava i dati preliminari emersi dallo studio delle mummie delle Clarisse Eremite di Fara in Sabina risalenti alla fine del XVII secolo, sulle quali in estate era stato realizzato un servizio per “Noos”, la nuova trasmissione di Rai1 condotta da Alberto Angela; il secondo contributo riguardava invece l’indagine paleogenetica di un tumore ovarico diagnosticato in una mummia ottocentesca rinvenuta a Goriano Valli, in provincia dell’Aquila, eseguito in collaborazione col gruppo del professor Claudio Bellevicine presso i laboratori di Biologia Molecolare dell’Università “Federico II” a Napoli.
Lo studio paleopatologico delle mummie abruzzesi e dell’Italia centrale ha fornito dati interessanti sulle condizioni morbose che affliggevano i nostri antenati. Inoltre, le moderne tecnologie diagnostiche applicate ai resti umani antichi possono aiutare a comprendere meglio persino le dinamiche delle malattie attuali.
“Per quanto notevole – conclude Ventura – la mole di dati scientifici ottenuti sulle malattie del passato è minima rispetto alla ricchezza di reperti presenti nel territorio del nostro Abruzzo interno e non è mai stata adeguatamente valorizzata. Dopo venticinque anni di ricerche sulle malattie del passato, trovo incomprensibile come Istituzioni ed Enti Locali non riescano a recepire l’importanza di questo tipo di studi, rimanendo sordi ad ogni appello diretto al recupero e alla valorizzazione dei resti umani mediante tecnologie che quasi sempre vengono messe a disposizione senza oneri di spesa”.






