L’AQUILA – “Non è tempo di revisioni storiche o di opere di pentimento”, “ci è stato tolto il microfono, ci è stata tolta anche la voce. La delusione è profonda, ci siamo sentiti come abbandonati a metà strada nella difficile e lunga battaglia di ‘memoria, verità e giustizia’”.
A qualche settimana dall’importante evento, alcuni familiari delle vittime del sisma non riescono a mandare giù la percezione negativa alla rievocazione del drammatico terremoto del 6 aprile 2009: il riferimento è alla presentazione del libro “John 3.32” scritto dal magistrato aquilano Fabio Picuti, un uomo che è stato in prima linea nella ricerca delle responsabilità, rappresentando la pubblica accusa nel processo alla commissione Grandi Rischi, che avrebbero potuto limitare le conseguenze della tragedia che ha causato 309 morti e circa 1.500 feriti. Oltre che una ferita mai rimarginata.
All’evento, a cui hanno partecipato istituzioni locali, che rientrava nell’ambito del programma “L’Aquila tra le pieghe della storia”, ciclo di conferenze degli incontri degli Alpini per L’Aquila, ha partecipato una figura controversa, perché il territorio lo ha apprezzato ma anche aspramente contestato, di quegli anni drammatici, che risponde al nome di Guido Bertolaso, all’epoca del terremoto potente capo della Protezione Civile e sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ed oggi assessore alla Sanità della Regione Lombardia. Un personaggio che è stato invitato proprio dall’associazione Alpini per L’Aquila.
Nei filoni di inchiesta coordinati da Picuti, a lungo pm all’Aquila e per un anno a capo della procura aquilana come facente funzione prima di approdare come procuratore generale alla Cassazione, è finito sotto indagine anche Bertolaso, poi prosciolto dal Gup, mentre nel processo alla commissione Grandi Rischi, in primo grado sono stati condannati sette scienziati ed esperti di terremoti che facevano parte dell’organismo, con l’accusa di aver rassicurato gli aquilani con precise raccomandazioni ottimistiche emerse al termine della riunione, all’Aquila, andata in scena il 31 marzo 2009, a cinque giorni, dal tragico sisma.
A raccontare episodi, come il microfono negato, che hanno riaperto una ferita aperta per i familiari delle vittime, il medico chirurgo Vincenzo Vittorini, che la notte della tragedia ha perso la moglie Claudia Spaziani, di 46 anni, e la figlia Fabrizia, di 10 anni, e Maria Grazia Piccinini, avvocato di Lanciano e mamma di Ilaria Rambaldi, morta a 25 anni.
I due, intervistati da Abruzzoweb, sollevano diverse questioni, a partire “dalla delusione” di vedere Picuti vicino a Bertolaso, ma partono dalla fine del convegno per spiegare cosa hanno provato quando a Vittorini, uno dei partecipanti all’evento, è stato richiesto indietro il microfono dopo aver pronunciato sul palco queste parole: “Si parla sempre del post perché è molto difficile parlare del pre-terremoto, occorrerebbe assumersi le proprie responsabilità. Qui è stata raccontata una famosa telefonata anche in maniera goliardica: io la faccio sempre ascoltare e, quindi, se siete d’accordo, la farei riascoltare anche adesso”.
L’evento è terminato poco dopo questa richiesta dell’unico intervenuto in risposta ad alcune dichiarazioni rilasciate da Bertolaso nel corso dell’appuntamento.
Vittorini intanto fa una premessa: “Il dolore è intimo ma io sto portando avanti una battaglia e non vorrei più essere etichettato come ‘quel poveraccio’ a cui dare una pacca sulla spalla. O si fa in pubblico o non lo accetto, né dalle istituzioni né dai cittadini presenti. In queste situazioni non esiste il grigio, o c’è il bianco o c’è il nero. Chi ci è stato vicino davvero lo sa e i nostri ringraziamenti non finiranno mai. Memoria, verità e giustizia: l’esempio massimo è, fuori dalla Cassazione, i ragazzi dei Red Blue Eagles, per 12 ore in piedi con magliette bianche. Quei ragazzi rappresentano la parte di città che ci è stata sempre a fianco, quella è la città che non dimenticheremo mai. Di un’altra parte della città non ne voglio più sapere, soprattutto a livello istituzionale”.
Nell’ambito del processo “Grandi Rischi 2” Bertolaso era accusato di omicidio colposo plurimo e lesioni, in quanto secondo l’accusa sarebbe stato responsabile della comunicazione di false rassicurazioni sul rischio sismico fornite agli aquilani al termine della riunione dell’Aquila del 31 marzo del 2009, a cinque giorni dal tragico sisma. Per lui nel 2019 arrivò l’assoluzione definitiva visto che le parti civili hanno lasciato scadere i termini del ricorso in Cassazione, fissati alla fine del 2018. Nel filone principale, è stato condannato in via definitiva a due anni di reclusione il solo Bernardo De Bernardinis, l’allora vice capo della protezione civile, dopo che in primo grado il Tribunale dell’Aquila aveva inflitto ai sette componenti, tutti esperti di livello internazionale, sei anni di reclusione. Poi cancellati in appello per sei dei sette, assoluzione confermata in Cassazione.
Quindi entra nel merito del caso sollevato dopo l’evento: “Sono intervenuto solo dopo che Bertolaso ha citato la famosa telefonata”, dice riferendosi a quella tra l’ex capo della protezione civile e l’ex assessore regionale alla Protezione civile Daniela Stati (Qui il link) che Vittorini riproduce spesso in occasione delle manifestazioni dei familiari delle vittime.
È stato lo stesso Bertolaso a ricordarla nel corso dell’evento: “Io la chiamo per farle un ‘cazziatone’ violentissimo e poi le dico ‘adesso ti mando la Commissione Grandi Rischi, così spiegano, verificano, studiano e parlano di questa operazione mediatica’. Poi si sono scatenate tutte le reazioni e lo scandalo. Quando viene fuori questa intercettazione, che faceva parte di un altro processo, che riguardava la Maddalena, il mio avvocato mi dice: ‘non possono usare questa intercettazione per quello che riguarda la vicenda del terremoto dell’Aquila’. Mi chiamano i giornalisti e mi chiedono se voglio spiegare. Il mio avvocato mi dice: ‘Guido se parli di questa telefonata, automaticamente il capo della Procura può avvalersene anche per quello che riguarda la vicenda dell’Aquila’. Sono andato in televisione, a La7 – sapendo perfettamente che se avessi parlato di questa telefonata, dell’operazione mediatica che per me significava ‘informare i cittadini’ – mi sono volontariamente autodenunciato perché volevo chiarire e mi sono sottoposto a tutto l’iter giudiziario”.
Queste le parole a cui è seguita la reazione e, quindi, l’intervento del Generale Gabriele Failla, comandante della Scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza, che ha poi interrotto quello di Vittorini.
VITTORINI: “NESSUNO DEI PRESENTI È INTERVENUTO”
“Non siamo stati noi a tirare fuori l’argomento. Qualcuno dei presenti poteva, anzi doveva, intervenire”, osserva Vittorini.
“Mi sono alzato perché non potevo permettere che la storia venisse raccontata così – aggiunge – Il comandante della scuola e il presidente dell’Associazione alpini sono intervenuti dopo che ho chiesto, anche a Bertolaso, di poter far ascoltare la telefonata, in modo che ciascuno dei presenti potesse farsi un’opinione. Invece mi è stato tolto il microfono. Credo di aver mantenuto sempre un atteggiamento educato, come dimostrano i video”.
“Questo connubio tra il dottor Picuti e il dottor Bertolaso non mi ha lasciato indifferente. Quel darsi del ‘tu’, il regalo del libro con tanto di dedica… La stima per Picuti resta immutata ma in me, e tanti altri familiari, è rimasta anche la delusione. È vero che i processi sono andati in un certo modo ma vederli insieme ci ha feriti”.
E sul libro: “Non l’ho ancora letto, lo comprerò, sono abituato a documentarmi prima di esprimere giudizi. Non entro neanche nel merito dell’opera, penso solo che in questa occasione sia stata data una grossa possibilità di riabilitarsi a una figura che risveglia, con maggiore intensità, un dolore che non si è mai spento”.
“Nessuno dei presenti, istituzioni comprese, è intervenuto per ‘moderare’. L’unico, ‘zittito’, sono stato io”, osserva Vittorini facendo riferimento al momento in cui il generale Failla ha preso il microfono dicendo, tra le altre cose, che non era il caso di parlare di quanto accaduto prima del terremoto.
“Pieno rispetto per il comandante – commenta Vittorini -, che ha fatto un intervento giustissimo ma a mente fredda ripenso anche alle sue parole: perché del ‘pre-terremoto è inutile parlarne’? Non lo è affatto. Qui l’ulteriore amarezza”.
Poi osserva: “avrei potuto far ascoltare la telefonata in maniera scortese davanti a tutti, non l’ho fatto. Nel momento che sono state dette cose non vere alla platea ho avvertito l’obbligo di intervenire, l’ho fatto per tutti, per riportare la verità dei fatti. Non volevo rovinare un evento, Bertolaso ha parlato di qualcosa di cui non avrebbe dovuto parlare. Interverrò sempre, altrimenti sarebbe come uccidere di nuovo chi ci ha già messo la vita”.
In merito alla rinuncia della prescrizione: “La sentenza è arrivata a pochi giorni dalla prescrizione. A differenza di quando aveva detto più volte, anche quando stava per candidarsi a sindaco di Roma, Bertolaso non ha rinunciato alla prescrizione dei reati, è un atto che avrebbe dovuto fare in sede processuale. È scattata la prescrizione, la Procura non ha fatto ricorso in Appello”.
PICCININI: “MI OPPONGO ALLA REVISIONE STORICA DEL TERREMOTO”
“‘Egli rende testimonianza di quello che ha visto e udito, ma nessuno riceve la sua testimonianza’ dice Piccinini alludendo al titolo del libro, una citazione dal Vangelo di Giovanni, specificamente Giovanni 3:32. Quindi abbiamo riferito quello che abbiamo visto e sentito – sottolinea – senza essere creduti, abbiamo subito un’ingiustizia, per logica, ma in un modo velato”.
Piccinini si riferisce direttamente a Picuti: “Per noi ha rappresentato le attese di tante famiglie delle vittime, non ci si può spogliare di questa veste abbandonandoci e riabilitando Bertolaso. Qui la politica non c’entra niente, Bertolaso rappresenta qualcosa. Forse toccava anche a lui riprenderlo, non a Vittorini. Sulla prescrizione, soprattutto, perché nessuno è intervenuto e perché è stato tolto il microfono a Vittorini? Chi ha deciso che non aveva il diritto di parlare, di ristabilire almeno un po’ di verità?”.
“Questa presentazione, fatta così, di un libro che dice e non dice, regalato e firmato, per noi rappresenta un’ulteriore ferita. Tra bugie e opere di pentimento, abbiamo assistito a una revisione storica del terremoto di cui avremmo volentieri fatto a meno”.
“Che L’Aquila abbia reagito in modo strano al terremoto ed alle tragedie che sono seguite è una cosa che ormai ho capito da tempo e contro questo modo di reagire mi sono scontrata diverse volte. Come, ad esempio, ricordare le vittime, l’importanza della memoria, tutte cose che spesso cozzano con il sentire di noi familiari delle vittime. Non dico che occorra crogiolarsi nel dolore, questo mai, ma nemmeno cercare di chiudere tutto in un cassetto. Ecco, questo atteggiamento, ad un certo punto, ha permeato anche due figure che pensavo ne fossero immuni e sono i due pm che si sono occupati del processo alla Commissione Grandi Rischi. Infatti questo modo strano di ricordare il terremoto è evidente nel libro di Picuti, dove si cancella tutto il processo”.
“A tutto questo è seguito un atteggiamento complessivo, tenuto durante questa presentazione del libro, che ha fatto diventare coloro che portano le ferite ed il dolore, impressi nelle carni, ospiti sgraditi a cui togliere la parola e accompagnare fuori. Il generale Failla con quale coraggio sostiene che parlare del pre- terremoto è inutile? Certamente, per chi non ha subito perdite forse lo è. Ma per chi come noi porta dentro le ferite, unite a domande senza risposte, non si può dire che è inutile. Questo è un affronto. Quanti affronti, quante beffe, quanti scherni dobbiamo ancora subire, per il solo fatto di esserci ribellati alla morte ingiusta dei nostri cari? A cosa ancora si dovrebbe assistere oltre che alla minimizzazione di comportamenti gravi che avrebbero comportato, in altre circostanze, gravi condanne, e qui hanno invece comportato grandi premi, grandi onori?”.
“Ebbene caro generale, qui lei commette un errore gravissimo. Lei sarà anche il dirigente di una scuola, ma non il padrone. Quello era un luogo simbolico e se non voleva rispettare i parenti delle vittime per il dolore loro inflitto dal terremoto, almeno doveva rispettarli per dovere di ospitalità e per educazione. L’ho trovato un comportamento sconvolgente. Il tutto davanti a convitati di pietra e a Bertolaso che si arrabattava nel tirare fuori scuse e giustificazioni inesistenti. Non sfuggirà, né oggi né mai, alla voce della sua coscienza. E così anche gli altri convitati di pietra che non hanno detto una parola”. (a.c.)






