L’AQUILA – Parlamentare, relatrice della legge di stabilità, futuribile esponente del governo e poi chissà.

Quante similitudini, nel percorso, pur molto diverso, tra la leader abruzzese del Nuovo centro destra, Federica Chiavaroli, e l’attuale vice presidente del Consiglio superiore della magistratura Giovanni Legnini, che negli anni scorsi ha svolto proprio quella trafila, fino a diventare il numero 2 dell’organo di autogoverno dei giudici.

Una scalata, quella di Legnini, partita nei banchi sia del Senato (dal 2004 e per tre legislature) che della Camera (nel 2013), un curriculum parlamentare di livello che lo ha portato a essere il relatore della legge finanziaria sia nel 2007 che nel 2012.

In quell’ultimo anno, tra l’altro, con lui c’era anche Paolo Tancredi del centrodestra, che nei prossimi mesi tornerà a rivestire lo stesso ruolo, stavolta a Montecitorio, in tandem con la Chiavaroli al Senato, un binomio tutto abruzzese.

Tra le altre cose, la cura della legge più importante dell’anno ha consentito a Legnini di mettersi in luce e conquistare due incarichi di governo, entrambi da sottosegretario: alla Presidenza del Consiglio, con delega specifica all’Editoria, nel governo Letta, e all’Economia, con delega alla Ricostruzione post-sisma, nel governo Renzi.

Dopo di quello, il grande salto per l’avvocato chietino di Roccamontepiano, con l’incarico nel Csm

Un posto talmente di prestigio che, al momento di eleggere il nuovo presidente della Repubblica dopo due mandati di Giorgio Napolitano, da alcuni analisti Legnini è stato perfino inserito tra i possibili outsider, e chissà che la cosa non possa ripetersi in futuro vista anche l’età verdissima per incarichi politici ai massimi livelli, 56 anni.

E la Chiavaroli? Certo che di strada ne ha tanta da fare, la quarantacinquenne originaria di Penne, prima di potersi solo paragonare al cursus honorum di Legnini, ma alcune tappe fin qui raggiunte sono simili a quelle dell’ex collega del centrosinistra. La sua scalata è più recente e nasce da un risultato elettorale sorprendente, quello centrato in Abruzzo dall’ora dissolto Popolo della libertà al Senato alle elezioni politiche del 2013.

Era annunciata alla vigilia una passeggiata del Partito democratico, ma è andata in modo opposto, con la vittoria degli azzurri e la Chiavaroli, allora consigliere regionale, che, inserita in un posto da belle speranze, il quinto della lista bloccata, grazie alle dimissioni del capolista eletto in tutte le regioni Silvio Berlusconi si è ritrovata catapultata a sorpresa a palazzo Madama, con i gomiti morsi da alcuni esponenti politici abruzzesi che, a saperlo prima, avrebbero battagliato per quella posizione ritenuta di secondo piano.

Colpo di fortuna e di bravura, che ha trovato un secondo snodo decisivo quando, alla dissoluzione del Pdl, la Chiavaroli ha scelto di seguire la svolta di Angelino Alfano e da senatrice qualunque si è ritrovata vice capogruppo.

Non sono mancati passaggi a vuoto: un emendamento a fine 2013 al decreto cosiddetto “Salva Roma” avrebbe potuto portare vantaggi alla lobby delle slot machine (ma lei ha sempre negato questo effetto) ed è stato contestato a destra e a sinistra e, alla fine, cassato. Nel 2014, la firma su un altro emendamento per estendere il vitalizio ai parlamentari anche in caso di fine anticipata della legislatura.

Incidenti di percorso che, però, non hanno lasciato macchie indelebili. Tanto è vero che, della Chiavaroli ministro, si è cominciato a parlare fin dall’addio di Maria Carmela Lanzetta al dicastero degli Affari regionali, nel gennaio 2015, rumors confermati un paio di mesi dopo nella convention “LaboratorioFuturo” di Area popolare (che somma Ncd con i resti dell’Unione di centro) a Rivisondoli. E la cosa non è stata mai smentita.

A questo punto non resta che aspettare il varo della finanziaria griffata Chiavaroli, testo che, per una volta, pare stia raccogliendo meno polemiche del solito, almeno per ora, e vedere se nel 2016 la rincorsa al “capocordata” Legnini proseguirà raggiungendo un’altra delle sue tappe.