SULMONA – Livio lavora in una fattoria sociale. Ha iniziato a riempire prima le cassette con i carciofi, ma era troppo meticoloso, preciso, e dunque lento. Poi è diventato autista di un pulmino. Un autista modello, l’unico problema è che rispetta alla lettera il codice della strada e tutti i limiti di velocità. E questo in Italia può rappresentare un handicap. 

La sua terapia è la busta paga e l’indipendenza prima di tutto economica ritrovata.

La storia di Livio, disabile psichiatrico, è simile a quella di tante persone come lui che in una delle oltre mille fattorie sociali operanti in Italia, di cui una trentina in Abruzzo, hanno ritrovato una identità e una personale normalità.

Un fenomeno in crescita finalmente anche in Italia, quello delle fattorie sociali, al centro di una tavola rotonda nello spazio “Cares”, durante la sesta Fiera della Neoruralità organizzata, dall’Associazione Movimento Zoè nell’abbazia di Santo Spirito di Sulmona (L’Aquila), che ha visto la partecipazione di centinaia e centinaia di visitatori e decine di produttori agricoli e artigiani, in buona parte definibili come neo-rurali, ovvero persone più o meno giovani che hanno scelto di tornare a vivere nei paesi e nelle campagne d’Abruzzo, a fare il mestiere dei padri e delle madri, su basi culturali ed economiche nuove, in fuga dalle città che offrivano loro solo disoccupazione, stress e fatica di vivere.

Il presidente della Rete fattorie sociali italiane Marco Berardi Di Stefano, ha spiegato innanzitutto che “le fattorie sociali sono un esempio del ritorno virtuoso alla terra, uno dei modelli su cui puntare per frenare lo spopolamento delle aree interne”. 

“Una fattoria sociale – ha spiegato – crea un rapporto più stretto tra città e campagna, un pendolarismo inverso. Ma deve essere prima di tutto un’impresa agricola vera, che produce e si regge sul mercato, che poi in aggiunta offre servizi culturali, educativi, assistenziali. Deve poter dare anche occupazione retribuita a soggetti svantaggiati, favorendone l’inclusione sociale. Strutturarsi per ospitare e offrire percorsi ed esperienze per persone con disabilità fisiche e psichiatriche, ma anche per minori difficili, ex carcerati, persone che hanno avuto problemi di alcolismo e tossicodipendenza e così via. In più, si possono offrire servizi innovativi come percorsi didattici, attività ludico-ricreative rivolte a scolaresche, ad anziani ed adulti, si possono ospitare asili verdi e campi estivi, mettere a disposizione orti sociali e orti urbani”.

Tutto ovviamente regolato dalla legge, e con il coinvolgimento delle professionalità adeguate, a cominciare da operatori socio-sanitari e psicologi.

L’offerta di prestazioni socio-assistenziali e di esperienze ludiche e didattiche, sta consentendo a tante aziende agricole di diversificare l’attività, integrando i sempre più magri incassi dovuti a crisi economica, crollo del potere d’acqusito, aumento del costo delle materie prime, in un contesto di globalizzazione dell’economia che ha determinato l’invasione sul mercato italiano di prodotti di scarsa qualità e a prezzi stracciati, che arrivano dall’estero, o anche da attività agricole del sud Italia che si avvalgono del lavoro sottopagato di immigrati clandestini, talvolta in uno stato di vera e propria schiavitù.

Tante e interessanti sono le esperienze raccontate a Sulmona.

Come quella di Barbara Rotelli, che gestisce la fattoria pedagogica “I colori del sole”, nelle colline di Tortoreto (Teramo). 

“Abbiamo costituto una cooperativa agricola – racconta –  e fondato un asilo a contatto con la natura. Una scuola parentale, dove i genitori autogestiscono anche il percorso pedagogico. La manualità nel nostro asilo è molto sviluppata, i bambini aiutano ad esempio ad impastare la pasta per il pane con cui poi faranno la merenda, raccolgono la frutta e la verdura che poi mangeranno a pranzo, e i pezzetti di legna per la stufa con cui si scalderanno. Un gioco divertente per loro, e dall’alto valore educativo”.

Tutto curando al massimo la sicurezza, non dimenticando però le virtù della “pedagogia del rischio”, perché, spiega Rotelli, “i bambini non possono vivere in una campana di vetro, iperprotetti, non possono essere lasciati soli davanti a uno schermo televisivo tutto il giorno, devono relazionarsi con spazi veri, naturali, sviluppare e seguire il loro istinto, imparare a valutare i pericoli”.

C’è poi Stefania Di Paolo, che  mostra un altro tassello di questo neoruralismo, rappresentato dal fenomeno anch’esso dilagante dei gruppi di acquisto solidale.

“A Sulmona siamo oramai 150 famiglie, nel 2013 eravamo appena 30. Siamo cittadini che fanno comunità, che vanno a conoscere i produttori locali, valutano la qualità del loro prodotto, e la sua eticità. Scegliamo a chi dare i  soldi della nostrs spesa, stabilendo un prezzo equo direttamente con il produttore, senza intermediari. In questo modo mangiamo cose buone e sane spendendo meno e aiutiamo l’economia della nostra valle e delle nostre montagne. A due produttori di olio e di miele abbiamo ad esempio già esaurito tutte le scorte dell’intero anno, e per loro significa poter vivere senza affanni del loro lavoro”.

Altro esempio di successo è Brucare Onlus: un mondo gemmato in un lembo di terra risparmiato dalla cementificazione nelle periferia di Roseto (Teramo), intorno ad un vivaio, dove ora ci sono oltre 80 orti sociali, coltivati da 50 famiglie tutto l’anno.

“Noi per un piccolo canone annuale – spiega Bruno Petrini – affidiamo a prezzi modici lotti da 50 metri quadri ciascuno, e mettiamo a disposizione l’acqua, gli attrezzi agricoli, compreso un motozappa, e insegniamo pure a seminare, a coltivare e a raccogliere nel modo corretto. Facciamo anche ortoterapia con ragazzi svantaggiati della casa famiglia Agorà”.

Bruno spiega che l’idea gli è venuta guardando tanti anziani “passare il tempo a giocare a carte al bar, o ad annoiarsi sulle panchine. Gli ho ricordato, scherzando, come si fa tra paesani, che le loro radici sono contadine e dovevano essere coerenti, che non era il tempo di appendere la zappa al chiodo!”.

E così molti si sono rimessi a fare l’orto in un lotto di Brucare, “anche per risparmiare – sottolinea Petrini –  autoproducendo parte del cibo, perché la crisi economica è grave ed è stupido nasconderlo. Bisogna rimboccarsi le maniche e trovare soluzioni dal basso. Per questa impresa ho speso tutti i miei risparmi, e forse è la cosa più azzeccata che abbia fatto in vita mia”. 

A confermare l’alto valore terapeutico degli orti sociali è intervenuta Alessandra Cottone, psicologa, che opera nel Centro diurno psichiatrico di Sulmona.

“Portiamo avanti progetti riabilitativi dal 2001 in sinergia con le fattorie sociali – spiega Cottone – grazie alle borse laovoro della Asl, perché il lavoro in campagna è terapeutico, i risultati sono stati ottimi, in termini di miglioramento clinico, ma anche di carico alleggerito sulle famiglie dei nostri utenti. Non basta infatti la cura farmacologica, anche se è indispensabile,  servono interventi che fanno sì che la persone si riprendano la propria vita, facendo esperienze dotate di senso, coinvolgenti, concrete. E il lavoro agricolo, a contatto con la natura, ha una grande efficacia”.

Uno degli utenti della casa famiglia, Armando Forcucci mostra orgoglioso le etichette del vino ideate e realizzate anche da lui, dopo aver aiutato a vendemmiare e a imbottigliare il vino in una piccola azienda agricola di Bugnara, vicino Sulmona, che pian piano si sta strutturando come fattoria sociale. 

“E lù vin è servit “, “La dolce vite”, “Vinamente”, “D’uva in poi”, alcuni dei fantasiosi e bizzarri nomi scelti.  

E quel vino pur non blasonato ha ampi sentori di tenacia e solidarietà, che forse sfugge ai palati sottili di celebrati sommelier metropolitani.