L’AQUILA – Questa è la trascrizione integrale del monologo pronunciato da Roberto Saviano nell’ultima puntata di Vieni via con me su Rai 3, monologo che ha rievocato il terremoto del 6 aprile 2009 e il crollo della casa dello studente nel capoluogo.
Anche questa sera parto apparentemente da una storia lontana. Una storia che riguarda un filosofo, Benedetto Croce. Era un ragazzino, avrà avuto 17 anni e si trovava a Ischia a Casamicciola.
Quando nel tinello di casa sua vede all’improvviso suo padre ondeggiare e poi sprofondare. Sua sorella invece schiacciarsi contro il tetto. Lui invece correre sul balcone, dove c’era sua madre avvinghiata alla ringhiera e non ricorda poi più niente. Giù, terremoto.
E Benedetto Croce ricorda che si riprende dallo svenimento e sente la voce del padre che poco prima di spirare gli dice: “Benedetto, offri 100 mila lire. Offri 100 mila lire a chi ti salva, a chi è disposto a salvarti. Dillo ‘100 mila lire a chi ci salva!’”.
Benedetto Croce sarà l’unico superstite della sua famiglia massacrata dal terremoto. In realtà, le storie dei terremoti sono storie di tutti, ci appartengono. L’Italia è terra di terremoti. Non c’è famiglia che non è lì, a qualche Natale, a qualche Pasqua, insomma, che ricorda o un’esperienza direttamente vissuta o il vissuto di qualcun altro.
Io, per esempio, ogni volta che c’è una ricorrenza c’è sempre mia madre che mi ricorda il terremoto dell’80, io avevo un anno. E mi racconta, mi ricorda delle nottate in macchina a mangiare soltanto frullati.
Eppure, nonostante questo, ogni volta che accade un terremoto sembra il primo. Sembra come se fosse la prima volta che l’Italia vive un dramma del genere. Ogni volta abbiamo la sensazione di essere impreparati. O almeno così sembra guardando quello che è successo all’Aquila.
L’Aquila in fondo era riuscita in un miracolo, un miracolo accaduto ad alcune città del Centro Italia, per esempio anche Urbino: ossia essere la risposta ai campus universitari anglosassoni. Città, borghi medioevali, che diventano posti per studiare. Come dire… sangue giovane che arriva in queste città, e infatti le stravolge, un po’ le cambia.
Le sere diventano più lunghe, le strade più abitate, i fitti più alti. Insomma, il Centro Italia scegliendo di aprirsi agli studenti, di investire sugli studenti, guadagnare sugli studenti, vede le sue città trasformarsi.
Ed è proprio all’Aquila che c’è la casa che io intendo raccontare, la Casa dello studente in via XX settembre, costruita alla fine degli anni ’60, 7 piani. La casa dello studente ospita 120 ragazzi. Per andare in questa casa, insomma, te lo devi meritare: devi dare gli esami a scadenze precise, devi avere un’ottima media, quindi non è facile trovare l’alloggio lì.
120 persone da tutta Italia, tra l’altro c’è chi viene da fuori Italia, sono lì in questa casa. Per esempio al secondo piano c’è Marco, 21 anni, studia psicologia, si sta quasi per laureare, viene da un collegio, il collegio salesiano, ha vinto la borsa di studio e quindi ha preso l’alloggio. Al terzo piano c’è Luciana, 19 anni, viene da San Giovanni Rotondo e lei studia medicina.
Studia medicina anche Michelone, al quarto piano. Viene chiamato così, ma in realtà lui si chiama Hussein è un ragazzo arabo-israeliano e i genitori lo hanno mandato in Italia, sperando di sottrarlo alla guerra nel suo paese. E Michelone è fidanzato con una ragazza, Kezia.
Quando leggi queste storie immediatamente ti identifichi, perché sono storie di vita, di vita quotidiana, e come qualsiasi casa dello studente sul pianeta ci si innamora, ci si stringe amicizia.
E infatti per esempio anche Angela, 21 anni, terzo piano della casa dello studente, studia ingegneria, anche lei si è fidanzata con un ragazzo dell’Aquila, Francesco, fa il vigilante notturno, è il vigilante proprio di quella palazzina.
Luca, invece, è un ragazzo dalla storia particolare perché ha già una bambina, che però ha lasciato a Rieti. E lì anche lui studia, studia ingegneria, ingegneria informatica. Alessio, invece, è arrivato alla casa dello studente per raggiungere la sua fidanzata Marianna che è già lì. Non vivono nella stessa stanza, però si possono guardare dalla finestra.
Alessio gioca a basket, che è un’altra caratteristica degli studenti aquilani della casa dello studente, cioè lo sport che è l’altro elemento che li unisce. Davide, infatti, anche lui gioca a pallavolo, studia ingegneria gestionale e abita al quarto piano, e la sua vita è diventata più complicata da quando è diventato capo-famiglia perché il padre è morto per una malattia.
Nella notta tra il 5 e il 6 aprile, sono pochi i ragazzi che sono alla casa dello studente. Sono pochi perché la parte maggiore preferisce stare a casa, la casa dei genitori, si stanno avvicinando le vacanze pasquali, e quindi non ritornano proprio. Altri hanno paura, perché sentono dopo le scosse, le lievi scosse che stavano arrivando in Abruzzo, hanno paura, sono inquieti.
Le crepe iniziano ad aprirsi, insomma, non si sentono sicuri nel palazzo. Tant’è vero che fanno la famosa – per loro – notte bianca della casa dello studente, cioè preferiscono no stare a dormire in stanza. Molti si mettono in piazza, e fanno questa notte bianca, insieme.
Michelone la prende a ridere e dice: “Ma secondo voi, io che vengo dalla terra dei kamikaze, vengo qui a morire tra i pastori? Ma figuratevi!”, prende un po’ in giro l’ansia dei suoi colleghi. Marco, per esempio, invece, lascia il cellulare acceso perché la madre è preoccupata e vuole sempre raggiungerlo. Quel cellulare acceso gli garantisce, come dire, la tranquillità. “Non ti preoccupare, se di nuovo la terra trema ci sentiamo”. E così riesce a far dormire la madre.
Gli studenti fuori sede, come dire, in qualche modo vivono l’ansia soprattutto della famiglia, quindi, ogni cosa che capita, o che compare al telegiornale, il primo pensiero, prima ancora di essere la tua sicurezza, è “cosa pensa mia madre, cosa pensa mio padre?”, qualsiasi studente fuori sede sa che è così.
Angela è preoccupata, e chiede a Francesco che non ha il turno di notte da vigilante di dormire da lei. E questa è un’altra caratteristica: insomma, si ha paura per queste scosse e non si vuole stare da soli. Ora, non è che stando insieme riesci a salvarti più facilmente o non è che stando insieme fermi la terra, però stando insieme è come se riuscissi a separare , dividere, condividere una paura, e quindi meglio gestirla, meglio contenerla.
Infatti, Luciana e Antonella chiedono a Davide di poter scendere nella loro stanza, così per passare insieme quelle ore. Alle 22.44 c’è una prima scossa, non sembra fortissima, però la percepiscono.
E Alessio sente molto l’ansia della sua fidanzata Marianna, scendono, escono dalla casa dello studente e decisono di raggiungere la sorella di Marianna che ha una casa poco distante da lì. Marianna, una volta messa al sicuro, Alessio non se la sente, non se la sente di lasciare casa sua, che è la casa dello studente, né di lasciare il suo compagno di stanza, Ezio, quindi dopo un po’ decide di tornare.
È periodo di esami, perdere una nottata costa, soprattutto se devi mantenere una media alta e devi fare esami serrati. E quindi decide di tornare.
Nella stanza c’è Ezio che non è che ha preso proprio sonno, la scossa l’ha sentita e ha ansia. Decidono di chiacchierare un po’, di far sbollire la paura, però di dormire con le scarpe. In fondo pensano “La nostra porta è vicina alle scale, alla prossima scossa, via!”.
Però qui accade qualcosa. Alle 3.32 arriva la scossa, quella più potente. Una scossa che dura 37 lunghissimi secondi.
5.8 gradi della scala Richter. Questa scossa fa crollare l’ala nord della casa dello studente e provoca 308 vittime, di cui 57 studenti universitari e 20 bambini, 1.500 feriti, più di 65 mila sfollati, 23 mila casa distrutte in cinque Province, L’Aquila, Teramo, Pescara, Chieti e Ascoli Piceno.
I telefoni iniziano a squillare. La scossa, per chi vive in Abruzzo, la sentono anche le famiglie non aquilane. Gli altri familiari immediatamente vengono svegliati da telefonate di parenti che hanno visto il telegiornale, le notizie. Subito c’è una grande paura.
Squilla a vuoto il cellulare di Davide, che era al terzo piano insieme alle due amiche, che lo avevano chiamato per farsi compagnia. In quei secondi il terzo piano crolla e arriva al secondo, dopo poco arriva al primo e poi arriva sino al seminterrato. Si salverà per miracolo solo Antonella.
Non squilla il telefono di Alessio, molto probabilmente le macerie hanno maciullato il cellulare. E il padre è profondamente in apprensione, l’ha sentita la scossa, e tra l’altro l’epicentro è venuto a sapere che è proprio L’Aquila. E allora chiama, chiama i vigili del fuoco, chiama la polizia, chiama i carabinieri, chiama la finanza, chiama i vigili urbani, ma tutti rispondono di lasciare libero il telefono perché servono le linee per le emergenze, non per fare la conta delle persone disperse.
L’ansia aumenta, ma Marianna, la fidanzata di Alessio, che Alessio è riuscito a mettere al riparo a casa della sorella, cerca di tranquillizzare il padre. Dice “Si sente Ezio – il coinquilino di Alessio – stanno nella stessa stanza, si sentono le urla, quindi forse le cose non sono andate male”.
E arrivano sul posto, gli dicono al padre che sono bloccati. E quando ti dicono una cosa del genere, quando ti dicono che sono intrappolati, quando ti dicono che tuo figlio è intrappolato, nella testa immagini una finestra sbarrata, una porta. Ma quando arrivi lì, intrappolato significa con l’intero palazzo addosso.
Non riesci neanche a immaginare una cosa del genere. Ezio riescono a tirarlo fuori dalle macerie, torna la speranza, allora è possibile che si sia salvato. I vigili del fuoco lentamente riescono a entrare, scavano con le mani e portano il borsello del computer di Alessio, poi un sacco, un sacchettino, con dentro tutti i biglietti di auguri che aveva ricevuto per la laurea.
Poi portano un borsello, poi portano il portafoglio. Il padre dice ai vigili del fuoco “Ma mio figlio quando me lo porti?” e in questi casi succede che non trovi parole. Infatti il vigile del fuoco sa, ma non riesce a trovare le parole, allora lo abbraccia soltanto, lo stringe forte e il padre capisce. Alessio è il primo corpo che viene estratto dalla casa dello studente.
A guidare i vigili attraverso le macerie della casa dello studente c’è Gabriele, un ragazzo che incredibilmente si ricorda esattamente la struttura, i percorsi, le stanze, e li guida. Ci vogliono tre giorni per recuperare i corpi di Marco, Luciana, Michelone, Angela, Francesco, Luca, Alessio e Davide.
Si definiscono vittime del terremoto, ma forse non è così, c’è qualcosa in più. Secondo le perizie della procura dell’Aquila, quel palazzo, se dovessero essere confermate le perizie, era una bomba a orologeria. Era fatto male. Non vittime del terremoto, ma anche, soprattutto, vittime del cemento, della cattiva costruzione.
La Procura dice che c’erano errori, carenze in fase di progettazione, di esecuzione dei lavori e anche i successivi adeguamenti erano stati sbagliati. Si legge nella perizia che nell’ala crollata mancava un pilastro. Ora, le concause di questa tragedia sono lì, che urlano in questa perizia, urlano come una condanna a morte. Le abbiamo messe in elenco e le legge Lilli Centofanti, la sorella di Davide.
“Non sono mai stati fatti accertamenti circa l’idoneità dell’edificio al previsto cambio di destinazione d’uso. Era un edificio adibito a magazzini, uffici e civile abitazione. L’edificio era stato tenuto in uno stato di cattiva manutenzione per quanto concerne gli elementi strutturali. Le armature alla base dei pilastri risultavano in pessime condizioni. La qualità del calcestruzzo impiegato era scadente. Il progetto strutturale dell’edificio era caratterizzato da gravi errori di impostazione e di calcolo. In una zona altamente sismica non si era tenuto conto dell’azione sismica. Era stato realizzato un ulteriore piano seminterrato, rispetto all’unico previsto nel progetto. Erano state realizzate opere difformi dalle autorizzazioni asserite”.
Sembra incredibile ma i ragazzi se ne stavano accorgendo da tempo ce lì le cose non andavano bene, che c’era qualcosa che non andava. Queste crepe si aprivano come piaghe sulle pareti, e quando dovevi mettere i chiodi bastava la forza del pollice non c’era neanche bisogno del martello. C’era una colonna completamente marcia e ammuffita per le infiltrazioni d’acqua.
E avevano chiesto “ma è sicuro questo palazzo? È antisismico?” e il custode aveva detto “questo palazzo non cadrà mai, L’Aquila trema ma non crolla”. L’avevano presa un po’ così, alla leggera. Bisogna ricordare che c’erano state 400 scosse registrate negli ultimi mesi. E quindi l’inquietudine era sempre più forte, eppure venivano rassicurati.
Addirittura loro chiedono un tecnico, “vogliamo una relazione formale”, e questo tecnico arriva e gli dice “tutto apposto, non c’è problema” e anzi, sentendo così pieno d’ansia, una ragazza dice “ io sono venuta a studiare dalla Calabria, dalla Calabria sono venuta qui non certo per morire”.
“Ma se avete così paura, dormite pure nella stanza studio, mettetevi le scarpette. Così se sentite una scossa un po’ più forte riuscite a uscire subito”. È la prima a crollare quell’aula. Sembra incredibile, ma se n’erano accorti. Non sono esperti, ma sentivano che qualcosa non andava, sentivano che qul posto non era sicuro. È ovvio che se ti rassicurano tutti poi pensi che sono tue ansie, che con tutta la fatica che hai fatto per prendere la stanza lì ora devi andare via per un’ansia. Figurati se ti fanno morire.
Quello che è impressionante è che c’era stato anche uno studio. Uno studio commissionato dalla Regione. Segnalano che ci vuole 1 milione 470mila euro per adeguare le strutture. Lo dice chiaramente questo studio, di anni prima. Questo studio dice, quel palazzo così non è sicuro.
1 milione e 400mila ero per la casa dello studente? Figuriamoci. Lo studio resta lì, i soldi non arrivano. Come possono arrivare per una casa considerata precaria per definizione? Gli studenti ci stanno 3/4 anni e poi via, altre persone. Via, sopporteranno i disagi, pur di avere una casa. E quindi niente, e resta tutto così.
Quello che conferma, tra l’altro, che dovevano calmarsi è anche la commissione Grandi rischi. La commissione Grandi rischi dice “no, nessun problema. Continuate a starci”.
Allora ti viene da pensare in questo momento quanto sia cruciale far bene le cose. Quanto sa fondamentale la regola. Solo con lo scarto della tragedia, del male, puoi capire che se la regola fosse stata rispettata, se si fosse concessa la possibilità alle persone che hanno costruito di fare bene le cose, se non considerassimo, come succede spesso, il cantiere solo un modo per prendere voti, per portare salari, e le cose si devono fare perché si devono fare e basta, capisci forse, in questi casi, quando avviene la tragedia, quando avviene il dramma, di quanto sia necessario, di quanto la regola non sia affatto un modo per frenare l’affare, mettere in difficoltà una persona, ma al contrario difendere vita, creare serenità, dare la possibilità di vivere con tranquillità.
La storia della casa dello studente, di quel pilastro mancante, se le perizie dovessero essere confermate, è il simbolo della condotta criminale che si è avuta per anni e che si ha in questo paese quando si costruisce non rispettando, si specula.
Ci sono molte storie che confermano quanto non far bene il proprio mestiere, quanto chiudere gli occhi di fronte alla possibilità di costruire bene, per guadagnare o per avere soltanto consenso politico, quanto tutto questo abbia generato il dramma. I morti per cemento, e non per cause naturali.
C’è la storia, per esempio, di Pino. Pino è una persona che sa come stanno le cose, è un operaio, un manovale. Pensate che un operaio sa esattamente come funzionano queste cose, quando ha fatto anni di cantiere, il cemento lo capisce. La casa gestita dai gesuiti all’Aquila, la casa dello studente, del ‘600, non è crollata. La casa dello studente, in cemento armato, degli anni ’60, è crollata. Pino sta costruendo l’ospedale, l’ospedale dell’Aquila, lo ricorderete. L’ospedale dell’Aquila, totalmente inagibile subito dopo le scosse.
Mentre lui lo sta costruendo, stiamo parlando degli anni ’80, vede che qualcosa non va, i pilastri sono tutti di sabbia, il calcestruzzo è pieno d’acqua. E si rivolge ai suoi referenti, si rivolge al sindacato, si rivolge a chi lo paga, e dice “le cose lì stanno andando male. Non si costruisce così, con un niente va giù”.
La risposta è semplice “Vuoi continuare a lavorare? Vai, non sono cose che ti riguardano, non sei tu l’ingegnere”. E intanto, quando ci sono state le scosse quella terribile notte, tutto è venuto giù.
Pino aveva ragione, era fatto con sabbia, era fatto male, era fatto velocemente, era fatto per risparmiare, era fatto per spostare i capitali altrove, piuttosto che fare bene quell’edificio. Questo era quello che lui aveva intuito.
Ora, quando accadono queste cose, senti in qualche modo che è un dramma di tutti, senti che un terremoto non riguarda soltanto le vittime, anzi, riguarda soprattutto chi sopravvive. Da qualche parte, Gabriel Garcia Marquez dice che soltanto quando seppellisci una persona, quella terra diventa tua.
Durante il terremoto dell’Aquila sono morti molti emigranti. Morendo in quella tragedia hanno come preso cittadinanza per diritto di questa terra. Ed è la storia, per esempio, quella di Osmai Madi, operaio macedone, che in qualche modo è il simbolo della tragedia, che è una tragedia di tutti.
Che non c’è una parte che ha subito questa sofferenza e una parte che si è risparmiata. Osmai Madi è un operaio macedone che vede crollare tutta la sua casa, salva con le sue mani la moglie e una bambina.
Quando si rende conto che la sua seconda bambina non è possibile salvarla, cerca di salvare altri, i vicini, le persone che stavano affianco. Osmai salva 11 persone di 7 nazionalità diverse. Ora, è difficilissimo per me racchiudere, raccogliere, tutto quello che ha significato questa enorme tragedia.
Quello che viene da dire però è che sembra sempre la stessa tragedia. È l’anniversario del terremoto in Irpinia, e ancora una volta sembra vedere sempre le stesse cose, ascoltare gli stessi drammi, sentire sempre la stessa disperazione vedere tangenti, ricostruzione, cose che non funzionano.
E leggo una poesia di Franco Armidio, un poeta che ha raccontato il terremoto in Irpinia. Franco Armidio racconta di come sono i cimiteri dopo il terremoto, luoghi che raccontano la vita che si è bloccata in un attimo.
“Ci sono giorni in cui si muore in molti. Sono i giorni delle grandi sventure. Un giorno così fu il 23 novembre del 1980. Oggi è domenica, nel cimitero di Conza sono le 11 del mattino. I morti del terremoto sono quasi tutti sulle stesse file, un piccolo cimitero dentro il cimitero. Facce di uomini e donne di ogni età. Facce e storie che non ho mai incrociato. Ora di ogni persona che vedo vorrei conoscere cosa diceva, cosa faceva. Dall’addobbo della lapide a volte si capisce che si tratta. Di persone di una stessa famiglia. Ecco Luisa Masini, 9 anni col gatto in bracco. Sotto di lei Valeria Masini, 12 anni e poi Marta, 43 anni, la madre. Il pensiero va subito al padre, chissà dov’è nel mondo a trascinarsi con la sua pena. Più avanti un’altra lapida, Gino Ciccone, 49 anni, e poi Michele di 10 e Alberto di 21. Quelli che sono qui certamente si conoscevano tutti”.
(testo raccolto da Sara Beomonte Zobel)



