CHIETI – Le urla di Vincenzo Angelini hanno riecheggiato nell’aula del palazzo di giustizia di Chieti, dove questa mattina è ripreso il processo per bancarotta fraudolenta nell’ambito del crack di Villa Pini.
L’imprenditore abruzzese, grande accusatore dell’ex governatore Ottaviano Del Turco nel processo sulla sanitopoli abruzzese, è andato su tutte le furie quando il perito della procura Sergio Cosentino ha sollevato il caso dell’utilizzo di un’auto aziendale, un’Audi 8, da parte del genero di Angelini, pur non avendo alcun ruolo aziendale.
Cosentino poi si è corretto, visto che effettivamente il genero ricopriva il ruolo di vice direttore amministrativo, ma Angelini aveva già dato in escandescenza, tanto che non si è capito se ha fatto prima il giudice Patrizia Medica a invitarlo a uscire dall’aula o lui a dire che se ne sarebbe andato.
Tra i banchi sono rimaste la moglie Annamaria Sollecito e la figlia Chiara Angelini. La prima accusata, come il marito, di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale per il crack finanziario da 200 milioni di euro che aveva portato al fallimento di Villa Pini nel gennaio 2010 e la seconda di distrazione di beni.
I membri del collegio sindacale, inoltre, devono rispondere di omesso controllo della contabilità.
La mattinata è trascorsa con il procuratore Pietro Mennini e il sostituto Andrea Dell’Orso che hanno fatto una serie di domande a Cosentino, che è stato anche amministratore giudiziario di Villa Pini.
La serie di domande era volta a evidenziare la tesi della procura per cui ci sarebbe stata una distrazione di denaro nel complesso movimento di fondi che intercorreva tra le diverse società del gruppo. Secondo la ricostruzione del perito, al dicembre 2009 ci sarebbe stato un debito di 116 milioni di euro.
Per la difesa, invece, che ha controinterrogato Cosentino nel pomeriggio, non ci sarebbe stata alcuna posizione debitoria.
La tesi dell’accusa ha cercato di dimostrare che la complessa movimentazione di fondi all’interno delle società che facevano parte del gruppo Angelini partiva dalla società capogruppo, la holding Novafin, che chiedeva soldi alle società che stavano meglio per darli a quelle che ne avevano bisogno per propri investimenti.
In questo giro di soldi, però, parte del denaro sarebbe stato “distratto”, cioè destinato ad altre cose che non erano le esigenze delle società del gruppo per cui era stato richiesto.
Per la difesa, invece, c’era un meccanismo di compensazione all’interno delle società del gruppo che faceva sì che alla fine non ci fossero debiti e tornasse tutto.
L’udienza è stata rinviata al prossimo 11 gennaio quando si ricomincerà con l’audizione di Cosentino.






