L’AQUILA – “Il cancro non va in ferie, e noi che siamo i suoi più acerrimi avversari facciamo altrettanto”.

Ha il consueto piglio combattivo, Giampiero Porzio, oncologo dell’ospedale dell’Aquila, da sempre “motore” della macchina da guerra (anti-tumori) rappresentata dall’associazione L’Aquila per la Vita.

Un sodalizio che ha appena compiuto i cinque anni di attività, avendo avviato ufficialmente il servizio di oncologia domiciliare il 1° agosto 2006.

In genere ad agosto non si inizia nulla, si pensa all’estate, al riposo, ai viaggi. Ma quando si ha a che fare con Porzio la parola “vacanza” non esiste.

Sportivo in maniera quasi maniacale, amante della montagna, medico del Soccorso alpino per 11 anni, allenatore di basket, appassionato di rugby (difficilmente si perde una partita, anche delle serie minori) come di calcio.

È facile vederlo ai concerti, alle iniziative di beneficenza, alle presentazioni dei libri. Certe volte viene da chiedersi se non abbia un sosia che va in giro per suo conto.

In tutto questo ha trovato anche il tempo per farsi regalare, due anni fa, a 53 “primavere” (è nato a Chieti nel 1956), un figlio dalla giovane moglie, Silvia Martelli.

“Lo abbiamo chiamato Carlo Francesco – racconta, e per la prima e unica volta dell’intervista la voce perde un po’ di tono – è l’abbinamento del nome di mio padre, Carlo, con quello di una carissima amica, Francesca, cui avevo fatto questa promessa: purtroppo il terremoto ce l’ha portata via, almeno, però, ha fatto in tempo a conoscere il bimbo, essendo nato meno di un mese prima di quel terribile 6 aprile”.

La prima domanda è una curiosità: come sei arrivato all’Aquila?

Sono venuto dopo la laurea in medicina per fare la specializzazione, dovevo rimanere tre mesi e invece sono 27 anni che sono qui.

Come è nata l’idea dell’Aquila per la Vita?

Ci siamo resi conto che il nostro ruolo di operatori sanitari non poteva fermarsi alla fase ospedaliera. Perciò abbiamo deciso di sostenere le attività cliniche e di ricerca dell’unità operativa di Oncologia medica dell’Aquila, diretta dal professor Corrado Ficorella, in particolare per quanto riguarda le terapie di supporto, palliative e le cure domiciliari.

Perché la necessità di “andare a trovare a casa” i pazienti?

Innanzitutto c’è il dato umano, il malato di cancro che si cura tra le mura domestiche è più tranquillo, può essere circondato dai suoi affetti, in poche parole, percepisce la malattia come se fosse meno cattiva. E poi c’è il dato strategico: l’assistenza domiciliare è il futuro della medicina, garantisce una riduzione consistente dell’ospedalizzazione e, di conseguenza, dei costi.

Quali sono i numeri dell’Aquila per la Vita?

In squadra ci sono tre oncologi, un neurologo, due psicologi e un fisioterapista. A oggi abbiamo effettuato quasi 9 mila visite e seguito 422 famiglie. Il trend è in continua crescita, basta pensare che tra il 2009 e il 2010 c’è stato un incremento delle cure effettuate a domicilio del 65 per cento.

Quando parli di visite fai riferimento alle famiglie e non ai pazienti, come mai?

Perché il cancro non è un dramma individuale ma familiare. Nessuno pensa alle ore di lavoro o di studio che perde una persona che ha un congiunto con la malattia. Le visite in ospedale, le sedute di chemioterapia, l’assistenza per i non autosufficienti: chi se ne occupa se non la moglie, il marito, un figlio? In Italia siamo molto indietro da questo punto di vista. In altri Paesi ci sono leggi che consentono di dedicare del tempo a un proprio familiare ammalato senza riduzioni sullo stipendio.

Chi paga la “macchina” dell’Aquila per la Vita?

I costi sono interamente coperti dalle donazioni e dalla solidarietà dei nostri tantissimi amici.

Chi sono questi amici?

C’è l’imbarazzo della scelta. Abbiamo fatte campagne di raccolta fondi con Elio e le storie tese, con l’assistant coach dei Los Angeles Lakers Ettore Messina, con lo scalatore degli “ottomila” Gnaro Mondinelli (in occasione del superamento della soglia delle 8 mila visite domiciliari, ndr), con i Nomadi, con l’allenatore del Milan Massimiliano Allegri, con il cantautore Massimo Priviero che ha scritto anche l’inno dell’associazione Dolce resistenza. Poi c’è il mondo della musica classica: l’Istituzione sinfonica abruzzese, il primo clarinettista della Scala Fabrizio Meloni, il violinista “premio Paganini” Massimo Quarta. Per non parlare della collaborazione con la fondazione di Umberto Veronesi che, oltre a pagare una psicologa, è nostra partner nelle attività di ricerca. Potrei continuare per molto, l’elenco è davvero sterminato e sicuramente sto dimenticando qualcuno.

(Nella foto: da sinistra le oncologhe Lucilla Verna e Federica Aielli, Giampiero Porzio, Umberto Veronesi, Paolo Aloisi e il segretario generale dell’Istituzione sinfonica Giorgio Paravano)

I progetti futuri?

A fine mese arriva Alejandra Palma, una giovane oncologa cilena che lavora all’università cattolica di Santiago, che viene per approfondire la nostra organizzazione delle cure domiciliari. È un’iniziativa realizzata grazie all’associazione “Augusto per la vita” dei Nomadi che si chiama “Augusto nel mondo”, dedicata alla memoria dello storico cantante del gruppo Augusto Daolio. Un altro progetto a cui stiamo pensando, grazie anche all’interessamento dell’onorevole Marcello de Angelis e alla collaborazione tra la Croce rossa italiana e la Mezzaluna rossa palestinese, prevede delle borse di studio per far venire all’Aquila due medici dell’ospedale di Gaza che operano nei territori occupati.

Grazie della disponibilità e buone vacanze.

Buon lavoro, vorrai dire…