CANISTRO – “Quella tra sanità pubblica e privata è una contrapposizione demagogica, entrambe devono lavorare insieme per garantire le migliori cure, ottimizzando le risorse, per abbattere le liste di attesa, che sono il vero problema”.

Oltre la logica binaria e le ideologie novecentesche, la terza via per la sanità italiana, che nonostante tutto “ci invidia tutto il mondo”, è illustrata nell’intervista ad Abruzzoweb da Cristopher Faroni, presidente del Gruppo di sanità privata INI, un big nazionale che da oltre 70 anni opera in Abruzzo, Lazio e nel Centro-sud Italia, con dieci strutture abilitate e come sede centrale quella di Grottaferrata nel Lazio.

Fondata dal padre, il professor Delfo Galileo Faroni nel 1947, conta oggi oltre 1.400 posti letto e circa 2.000 dipendenti, e ha una importante clinica a Canistro, in provincia dell’Aquila, convenzionata con il sistema sanitario nazionale nella monospecialistica in ortopedia.

Faroni nella lunga e franca chiacchierata con questo giornale spezza una lancia a favore del governo di Giorgia Meloni, di Fdi, che “sta aumentando le risorse al sistema sanitario nazionale, in una situazione non facile”, e del governo regionale del presidente, Marco Marsilio, anche lui di Fdi, e dell’assessore alla Salute, Nicoletta Verì, impegnato a ridurre la mobilità passiva, “con un’analisi dettagliata di tutte le prestazioni per le quali ci si va a curare nelle altre Regioni”.

E a questo proposito sottolinea però che non è vero che la sanità del Piemonte, della Lombardia, “siano poi così migliori della nostra”, elencando alcune delle eccellenze abruzzesi​. Tra queste, la INI di Canistro, che con i suoi 120 dipendenti, effettua 2.500 interventi chirurgici l’anno di cui ben 1.500 su pazienti di fuori regione.

Tra i progetti futuri, c’è quello quello di importare in Abruzzo l’esperienza di Veroli e di Grottaferrata, nel Lazio dove sono stati attivati corsi di laurea in scienze infermieristiche e fisioterapia  organizzato dall’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” in collaborazione con INI Città Bianca e INI Grottaferrata, sedi dei corsi.

“Darebbe lavoro, occupazione e soprattutto – spiega – permetterebbe a noi privati e al pubblico di poter avere anche personale formato, che con crescente difficoltà è oggi reperibile, e parlo di medici, infermieri e fisioterapisti”.

Cristopher Faroni: tema perennemente caldo nella politica nazionale e regionale, è quello della sostenibilità delle risorse da attribuire alla sanità, come pure la ripartizione tra le Regioni del fondo ad essa dedicato: in questo contesto di criticità e difficoltà, quale può essere l’equilibrio tra la sanità privata e quella pubblica?

Ritengo che ci siano due macro problemi: il primo riguarda la percezione che si debbano sempre mettere nuovi soldi nel sistema per aumentare le prestazioni. E io su questo non sono d’accordo. Ritengo, infatti, e sulla stessa barca ci sono sia il pubblico che il privato, che la priorità è piuttosto quella di ottimizzare i sistemi per poter effettuare più prestazioni e curare più persone possibili. Se ci sono nuove risorse ben vengano, ma occorre intanto ottimizzare quelle che ci sono, per fare più esami, più interventi chirurgici, per abbattere le liste di attesa che sono il vero problema in Italia. Risparmiare i soldi dello Stato, evitando gli sprechi, consente di poter fare investimenti in tecnologie, di efficientare i sistemi, di moltiplicare le prestazioni”.

Come dobbiamo giudicare il sistema sanitario italiano?

Dobbiamo essere onesti: abbiamo un sistema sanitario che ci invidia tutto il mondo, poi per carità lo possiamo criticare quanto vogliamo. La sanità la fanno il pubblico e il privato con le loro eccellenze, e abbiamo un sistema che dà salute a tutti. Va però detto che non è che negli altri Paesi si stia sempre a litigare come qui da noi.

Tra i motivi del contendere che peso ha dunque la contrapposizione tra pubblico e privato?

E’ una contrapposizione demagogica. Un ospedale pubblico dà normalmente in appalto ai privati servizi medici, guardiania, giardinaggio, amministrazione, consulenze. Il pubblico ha in questi casi un ruolo di controllo e ben venga, perché non tutti gli operatori privati, come quelli pubblici, del resto, sono onesti e serve una supervisione rigorosa.

Come giudica l’alto contenzioso sanitario su cure sbagliate e disservizi, o presunti tali?

Gli operatori della sanità sono persone, e servirebbe un po’ di umanità nel giudizio. Io vedo campagne pubblicitarie di avvocati che invitano a fare causa al sistema sanitario, pubblico e privato che sia. Il risultato è che siamo bersagliati da contenziosi talvolta assolutamente ridicoli. Per carità, è giustissimo denunciare quando c’è un errore, ma questo non deve essere a tal punto strumentalizzato.

Altro tema scottante è la quota purtroppo consistente di cittadini che non hanno accesso alle cure, per i costi e liste di attesa, come pure resta il problema della mobilità passiva, ovvero di chi, anche in Abruzzo, deve andare a curarsi fuori regione, con un costo per il sistema sanitario regionale oltre 110 milioni di euro l’anno. Soluzioni?

Innanzitutto, attraverso l’esame e l’analisi degli studi epidemiologici dove si evidenziano i fabbisogni del pubblico, il privato può e deve intervenire cercando di offrire dei servizi e delle prestazioni ad un prezzo concorrenziale, aumentando così l’accesso alle cure. Per quanto riguarda la mobilità passiva, la Regione Abruzzo si è mossa ed è assolutamente lungimirante rispetto ad altre regioni. Negli ultimi due anni hanno preso in mano la situazione e stanno analizzando quelle che sono le maggiori patologie che determinano la mobilità, rafforzando le reti pubbliche e private per frenare l’esodo.

I dati della mobilità passiva fotografano un grande divario tra Sud e Nord del Paese, è un gap colmabile?

Analizzando i dati della mobilità ciò risponde al vero: il centro-sud Italia è quello da cui scappano più pazienti per andare a curarsi ad esempio in Lombardia. Io non credo però che la Lombardia abbia tutta questa qualità superiore di sanità rispetto a noi, e quello che è accaduto con la pandemia del covid lo ha dimostrato. Se si afferma che in Abruzzo non c’è qualità sanitaria, io allora mi limito a citare l’oculistica dell’Aquila, la cardiochirurgia di Teramo, le parlo dell’università di Chieti, ed anche, mi permetto, della nostra ortopedia a Canistro. Abbiamo delle eccellenze che le altre regioni ci invidiano, e apprezzo lo sforzo che ha fatto la Giunta regionale abruzzese di investire per far curare i pazienti in Abruzzo. I viaggi della salute sono del resto un dramma, soprattutto per pazienti anziani, rappresenta un disagio per tutta la famiglia, e anche questo psicologicamente non ti fa sentire protetto.

A proposito della mobilità passiva e attiva, quale è la performance della INI di Canistro?

Noi ovviamente facciamo solo chirurgia ortopedica ma di altissimo livello, oltre a tanti servizi ambulatoriali specialistici, e siamo un’attrazione per tante regioni. Incidiamo sul bilancio regionale, per il 25% del nostro fatturato, il 75% sono persone che dalle altre regioni vengono a curarsi da noi, ma perché è una struttura qualitativamente di eccellenza, dove facciamo anche moltissimi corsi di formazione. Questo è il ruolo secondo me del privato, per supportare il sistema sanitario pubblico con tutte le problematiche e le urgenze che ha”.

Quali sono i numeri e le prospettive del suo gruppo, anche in termini di ricerca e innovazione?

Come gruppo complessivamente abbiamo circa 1.400 posti letto e quasi circa 2.000 tra dipendenti e collaboratori. Lavoriamo in molti ambiti, come quello oncologico, abbiamo creato un network in collaborazione con le scuole, dove si individuano i disagi dei bambini nell’età evolutiva dai 5 ai 15 anni. Ospitiamo corsi universitari, come a Grottaferrata e Veroli, nel Lazio, di scienze infermieristiche e fisioterapia. Un successo, e tanti ragazzi possono studiare ora dove una camera non costa certo 1.500 euro come a Roma, visto che con molto meno hanno accesso ad una bella casa.

Un modello dunque di integrazione pubblico privato, incentrato sullo studio e sulla ricerca da portare anche in Abruzzo?

Certo, in tutto l’Abruzzo, dove anche qui gli alloggi costano meno. E perché non sfruttare questo vantaggio per istituire centri universitari? Darebbero lavoro, occupazione e soprattutto permetterebbero a noi privati e al pubblico di poter avere anche personale formato, che è sempre più difficile da reperire, e parlo di medici, infermieri e fisioterapisti.

In conclusione: quale è il suo messaggio ai decisori politici?

Di continuare su questa strada. A livello nazionale apprezzo l’impegno del presidente del consiglio Giorgia Meloni nell’aumentare le risorse al sistema sanitario nazionale, che non è cosa facile. Il presidente, Marco Marsilio, e la sua giunta, come detto stanno intervenendo per recuperare la mobilità passiva,  con un’analisi dettagliata di tutte le prestazioni per le quali si va nelle altre regioni, un approccio che ora stanno tutti un po’ copiando. Siamo sulla strada giusta. Il lavoro grande da fare è però sburocratizzare il sistema, rendere più fluidi i rapporti, dare continuità al lavoro e allo sviluppo, non permettere a persone che magari la pensano in maniera diversa, a seconda di chi comanda, di bloccare processi con cause e finti problemi amministrativi, perché il vero danno viene inferto ai pazienti.