L’AQUILA – Lavori iniziati, contributo approvato dal Comune ma niente soldi in banca.
E’ la situazione paradossale, ma gravissima e che rischia di estendersi a macchia d’olio, con cui si è scontrato il proprietario di un immbile situato nella zona ovest della città, sulla Ss 80, e segnalata a questo giornale da un professionista, l’ingegnere Sandro Perfetto.
“Un mio cliente ha ricevuto qualche giorno fa il decreto dal Comune con cui viene riconosciuto il contributo definitivo e come da prassi si è recato in banca, alla Carispaq, per l’apertura del conto corrente dedicato da cui avrebbe attinto le risorse per pagare i lavori che già erano iniziati. Tutte cose previste dalla legge – spiega l’ingegnere – Ma una volta presso l’istituto bancario si è sentito rispondere che non sarebbe stato possibile aprire la linea di credito perché non ci sono fondi disponibili. Al limite avrebbe potuto lasciare la documentazione, come in una sorta di lista d’attesa in attesa dell’arrivo di altre risorse”.
Come denunciato in tempi non sospetti il plafond di due miliardi per la ricostruzione messo a disposizione dalla Cassa depositi e prestiti è terminato e all’orizzonte c’è il passaggio del meccanismo da contributo agevolato (come quello attualmente in atto e concesso la ricostruzione in Emilia) al contributo diretto (una procedura che rischia di rallentare, se non di bloccare, ogni processo di rinascita della città).
“Del passaggio da contributo agevolato a diretto si parla ma non è ancora stato ufficializzato. Attualmente siamo in regime di contributo agevolato e cittadini e imprese si muovono secondo quelle che sono le normative vigenti. Ora ci si sente rispondere che non ci sono soldi. Possibile che a rimetterci debbano essere sempre i cittadini? E i lavori chi li paga? Il problema non è solo delle imprese, ma anche di noi professionisti che abbiamo fatto tutto entro i termini e le scadenze prescritte ma rischiamo di aver lavorato senza avere alcuna certezza sui pagamenti”.
“Il problema – chiosa amareggiato Perfetto – deve essere denunciato perchè rischia di essere il primo di una lunga serie. La punta di un iceberg sul quale la città rischia di schiantarsi ed affondare”. Giorgio Alessandri
Il passaggio da contributo agevolato a diretto circola insistentemente negli ambienti dei professionisti e delle Istituzioni.
Ecco cosa accade e potrebbe accadere.
COME FUNZIONAVA
Fino a oggi il proprietario di una casa inagibile presentava il suo progetto al Comune o alla filiera Fintecna-Cineas-Reluis e, una volta esaminata positivamente la pratica, otteneva dal sindaco il provvedimento con la cifra riconosciuta per la sistemazione dell’immobile.
Quindi si recava in banca per l’apertura di un conto corrente dedicato dal quale poteva attingere per pagare la ditta incaricata dei lavori.
Il tutto grazie ai 2 miliardi di euro messi a disposizione da Cassa depositi e prestiti grazie a una “invenzione” dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti che consentiva di rendere disponibili le somme senza andare a gravare sull’indebitamento generale dello Stato.
Quel budget, come ampiamente riferito da AbruzzoWeb, si è esaurito da un pezzo e la ricostruzione si è bloccata proprio nel momento in cui sembrava fosse entrata a pieno regime e fossero state risolte tutte le criticità della complessa e, per certi versi, confusa normativa fatta di ordinanze del presidente del Consiglio dei ministri, decreti del commissario delegato e circolari varie.
Un fondo che, stando alle volontà sussurrate dall'”inviato speciale” del governo all’Aquila, non verrà rimpinguato per lasciare posto al contributo diretto già usato, per esempio, per le seconde case o le abitazioni classificate “A”.
COME FUNZIONERA’
Questo metodo prevede, diversamente dall’altro, che i passaggi siano fatti tutti con il Comune, che approva progetto e stati di avanzamento, e successivamente rendiconta a chi tiene in mano il “malloppo” (prima la Protezione civile, poi il commissario, ora la nuova governance romana) e attende pazientemente il trasferimento dei soldi.
Il problema è che dal primo all’ultimo passaggio, in genere, trascorre un’infinità di tempo con le immaginabili conseguenze soprattutto per le ditte, lasciate a secco di liquidità e costrette a tirare la cinghia o a interrompere i lavori per non dichiarare bancarotta e a subire le penali previste dall’ordinanza 4013: il classico circolo vizioso.
Ma a farne le spese sono pure i cittadini: se i lavori vanno oltre il limite consentito perdono il diritto alle forme di assistenza alloggiativa e devono smammare da C.a.s.e., Map o fondo immobiliare, per andare dove non si sa.
Il contributo agevolato garantiva risorse certe sin da subito e, soprattutto, un controllo sui flussi di cassa, mentre con il diretto si rischia un assalto alla diligenza che potrebbe premiare chi è più fortunato, lasciando gli altri a bocca asciutta, oppure costringere le amministrazioni locali a fare dolorose graduatorie tra chi può ricostruire subito e chi deve aspettare.
Il contrario della “programmazione”, espressione con cui tutti si riempiono la bocca dalla data della chiusura dell’emergenza, avvenuta il 31 agosto scorso.
Se è vero, infatti, che con l’agevolato giacciono 500 milioni di euro nei vari istituti di credito che devono essere ancora messi sul mercato, è altrettanto vero che si sarebbe potuto utilizzare il modello Emilia-Romagna, dove si è fatto tesoro degli errori nostrani: lì i soldi vengono trasmessi da Cassa depositi e prestiti a stati di avanzamento dei lavori e non in un’unica soluzione all’inizio, così da garantire una maggiore diluizione delle risorse.
Un “pagare meno, pagare tutti”, insomma, che avrebbe potuto risolvere un bel po’ di faccende e assicurare ossigeno alle aziende impegnate nel “più grande cantiere edile d’Europa”.
Di scritto ai comuni ancora non arriva nulla, ma lo sconsolante zero fissato sul contatore di della Cassa riportato dal sito del commissario indica inevitabilmente questa strada dagli esiti imprevedibili.
Sulla vicenda c’è già aria di battaglia: da quanto si apprende i movimenti cittadini, che hanno nel capogruppo comunale di Appello per L’Aquila, Ettore Di Cesare, il loro referente istituzionale, sono pronti ad aprire l’ennesima vertenza con il governo.
ASSOCIAZIONE CENTRI STORICI: “PERCHE’ NESSUNO INTERVIENE?”
A seguito della entrata in vigore della nuova normativa, delle procedure relative al cosiddetto concorsone e della riorganizzazione generale dell’iter amministrativo di gestione delle pratiche, si è verificato il previsto blocco della ricostruzione dei centri storici, in realtà mai iniziata.
In verità l’elemento che desta maggior preoccupazione è l’assoluta carenza di risorse disponibili per far fronte alle pratiche in corso di approvazione e che dovranno essere approvate con il nuovo iter; la settimana scorsa un nostro associato si è recato presso i competenti uffici comunali per chiedere informazioni circa una pratica di contributo ormai definita e gli è stato detto che non ci cono fondi in cassa da destinare al finanziamento agevolato (convenzione Abi/Cassa Depositi e Prestiti, ormai a zero) e nemmeno al contributo diretto.
Dove sono le ingenti somme che sarebbero state messe a disposizione dalla Stato per la ricostruzione, i famosi 11,5 miliardi di euro di cui anche il Ministro Barca ha parlato nel corso Consiglio Comunale a cui è intervenuto, ribadendo che al terremoto dell’Emilia sono stati concessi solo 8,5 miliardi di euro?
La verità è che i fondi stanziati per il terremoto dell’Emilia (beati loro!) sono fondi “pronto cassa”, sei miliardi con il finanziamento agevolato e 2,5 miliardi in buona parte già raccolti con varie accise, mentre i fondi destinati al terremoto dell’Aquila sono “virtuali”, a tutt’oggi non disponibili, proprio nel momento cruciale in cui si cerca faticosamente di far partire la ricostruzione dei centri storici, fino ad oggi al palo.
Il Ministro Barca ha dichiarato chiaramente, di fronte al Consiglio Comunale di L’Aquila, che la convenzione Abi/ Cdp non verrà rifinanziata e non ci saranno più mega stanziamenti in favore della ricostruzione dell’Aquila e dei comuni del cratere.
Perché questa evidente disparità di trattamento con il terremoto dell’Emilia, che abbiamo già avuto occasione di evidenziare in precedenti articoli, dove il terremoto dell’Aquila veniva definito un “terremoto di serie b”?
Perché le nostre istituzioni tacciono sull’argomento? Perché l’Ance, gli ordini professionali, i sindacati di categoria e tutte le collettività interessate, di fronte alla prospettiva di una ricostruzione assolutamente incerta, di una crisi, invece, certa e imminenente, con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro, non intervengono sull’argomento?
Mentre il protocollo MEF del 04.10.12, pubblicato sulla G. U. n. 249 del 24.10.12, definisce operativamente i criteri e le modalità per la erogazione dei sei miliardi di contributi in favore dell’Emilia secondo le modalità del finaziamento agevolato, noi ci ritroviamo senza fondi e senza prospettive, con la ricostruzione in fase di blocco totale; sinceramente ci sembra che una tale disparità di trattamento non sia possibile in un paese democratico e facciamo appello al Presidente della Repubblica, al Governo e al Parlamento affinché vengano ristabiliti i dovuti equilibri.
Ma i nodi devono ancora venire al pettine; tutto il sistema di sanzioni e penali previsto dalla normativa in vigore nei confronti di imprese, progettisti, direttori dei lavori, consorzi, condomini e loro rappresentanti era ovviamente finalizzato a stimolare un procedimento rapido di ricostruzione, sostenuto da risorse finanziarie adeguate e prontamente disponibili; cosa succederà quando il sistema del contributo diretto, fondato sulla analitica rendicontazione delle spese e sul successivo ed incerto stanziamento di fondi, non sarà in grado di assicurare tali pronte ed adeguate risorse finanziarie?
Come faranno le imprese a proseguire i lavori in assenza del puntuale pagamento dei precedenti Sal, in un momento storico caretterizzato da carenza di liquidità del sistema bancario, difficoltà di accesso al credito e tassi di interesse elevati. Si prefigurano scenari inquietanti, imprese in crisi, lavoratori licenziati, lavori sospesi, applicazioni di penali, con progettisti, direttori dei lavori, rappresentanti di consorzi e condomini impotenti di fronte a siffatta realtà, sanzionati in base ad una sorta di “responsabilità oggettiva” indipendente da loro colpe.
Torniamo quindi a chiedere a gran voce, sperando che altri si uniscano a noi, il rifinanziamento della convenzione Abi/Cdp o il ricorso a meccanismi equivalenti e, comunque, lo stanziamento dei fondo necessari per far fronte alla ricostruzione dei centri storici del Comune dell’Aquila e dei Comuni del cratere.



