L’AQUILA – Per l’assessore comunale dell’Aquila alla Ricostruzione Pietro Di Stefano non c’è nessuna guerra tra l’amministrazione e la Curia sulla natura dei fondi e i criteri, gara di appalto o affidamento privato, con cui svolgere gli appalti di riparazione delle chiese. Peccato che i fatti dicano tutt’altro.
Tra la Chiesa aquilana e l’amministrazione comunale è in atto, infatti, un duro contenzioso sulla ricostruzione della chiesa di San Marco, che si trova nel cuore del centro storico a pochi metri dalla cattedrale di San Massimo, sul cui appalto milionario la grana è scoppiata pubblicamente.
Una volta ricevuto il via libera da parte della direzione regionale del ministero dei Beni culturali, il Consorzio San Marco ha chiesto il finanziamento di circa 6,5 milioni di euro al Comune capoluogo; l’ente, però, ha risposto chiedendo lo stralcio di circa 4 milioni per la parte del restauro della chiesa perché la quota deve essere assegnata con un bando pubblico e non con un affidamento privato.
Il Consorzio ha risposto picche, adducendo anche gravi motivazioni tecniche che impedirebbero una ricostruzione omogenea ed efficace. Risultato: bloccato l’intervento pronto a essere cantierabile già da tempo.
Proprio sulla cattedrale di San Massimo, l’assessore Di Stefano aveva preso posizione commentando un articolo di AbruzzoWeb che raccontava l’aggravarsi dello scontro Curia vs. Comune per quanto riguarda la ricostruzione della chiesa più importante della città, ricompresa in un aggregato, nei mesi scorsi definito “della discordia” per le polemiche divampate, da circa 45 milioni di euro, affidato all’associazione temporanea di imprese (Ati) tra Sac e l’aquilana Iannini.
L’amministratore aveva smentito ogni frizione, “nessun problema”. Ma in quel momento tra le parti le frizioni tra le parti già c’erano.
Nodo del contendere che genera le liti tra clero e politica, sempre lo stesso: la Curia vuole gestire l’intera ricostruzione dell’edificio sacro e di tutto ciò che gli sta intorno, canonica ed eventuali alloggi privati, con le regole della ricostruzione privata.
Come peraltro fatto in altre chiese, dove il finanziamento da mettere a bando pubblico è stato unificato con quello affidato direttamente perché di inferiore importo.
La Curia chiede l’applicazione delle regole che, almeno fin quando non verrà approvata la nuova legge che le cambia, consentirebbero di affidare a propria discrezione a chi vuole i lavori milionari, che nel caso di San Marco ammontano a oltre 1.300 metri quadrati per 6,5 milioni di euro sul piatto.
Di tutt’altro avviso il Comune che, sulla scorta di una delibera Cipe, la numero 135, distingue diversi canali di ricostruzione: privata quella delle cosiddette parti comuni e della canonica, quale abitazione principale del parroco.
Dall’altro lato, pubblica è, per Di Stefano e gli altri, la ricostruzione della chiesa intesa come bene culturale, finanziata attraverso un altro canale, lo stesso documento Cipe, e con le regole ben più stringenti e meno discrezionali della ricostruzione pubblica, basata, quindi, su gare d’appalto.
“La questione del concorso di finanziamenti erogati o gestiti da soggetti diversi a beneficio di complessi immobiliari formati da unità tipologicamente differenti è stata sollevata nella riunione del 3 settembre 2013 presso la residenza arcivescovile cui hanno partecipato tutte le parti interessante”, ricorda Vittorio Fabrizi, dirigente del settore Ricostruzione comunale e braccio armato di Di Stefano che lo vorrebbe anche alla guida dell’ufficio speciale (Usra) come successore di Paolo Aielli, tanto da averlo già “messo a disposizione”, insomma imposto, in via informale.
“Sul punto emerge che con la delibera Cipe n. 135 il patrimonio culturale ha la sua fonte di finanziamento distinta da quella della ricostruzione privata – prosegue Fabrizi – Si invitano pertanto gli interessati a una rimodulazione degli importi, stralciando gli interventi di consolidamento della casa canonica da quelli dell’intero aggregato”.
I curiali non ci stanno, “vogliamo contare nella ricostruzione” è il mantra dell’arcivescovo metropolita, monsignor Giuseppe Petrocchi, che ha raccolto e confermato la linea del precedente vescovo ausiliare, monsignor Giovanni D’Ercole, che era stata sostenuta anche con forme di pressioni sotterranee ai vari governi in carica portate alla luce per caso da inchieste giudiziarie e dagli articoli di questo giornale.
Una linea che è valsa alla Curia l’accusa di cercare affari invece che di occuparsi delle anime.
“In riferimento alla nota con la quale si invita questo ente a rimodulare gli importi stralciando gli interventi di consolidamento della casa canonica da quelli dell’intero aggregato, non possiamo che dissentire ed evidenziare l’assoluta illegittimità della posizione assunta da questa amministrazione”, risponde alla luce di questo il procuratore speciale rappresentante Augusto Ippoliti, già indagato nell’inchiesta della procura della Repubblica sulle procedure di ricostruzione dei beni culturali e religiosi.
Di qui la guerra senza quartiere tra le due istituzioni, altro che i buoni rapporti di facciata invocati da Di Stefano!
Quest’ultimo è talmente arroccato sulle sue posizioni che, da quanto si è appreso, si è dovuto muovere perfino il sindaco, Massimo Cialente, per tentare un’estrema mediazione in un incontro riservatissimo con Petrocchi in cui ha cercato di appianare i contrasti.
Ma per il momento la minaccia dell’assessore resta sempre sul tavolo come soluzione finale: il ritiro del contributo e la condanna alla non ricostruzione della chiesa di San Marco, il cui parroco è don Daniele Pinton anch’egli indagato nell’inchiesta della procura, anche se, secondo quanto si è appreso, avviato verso l’archiviazione.



