PESCARA – Coinvolge anche la provincia di Pescara, e una delle aziende di commercializzazione dell’ortofrutta, a Cepagatti, l’inchiesta per peculato, riciclaggio e autoriciclaggio della Direzione distrettuale antimafia di Potenza che ha ottenuto dal gip distrettuale nove misure cautelari che sono state eseguite ieri dalla Guardia di Finanza in provincia di Matera e in altre regioni italiane.
Al centro della complessa indagine, le attività dell’imprenditore agricolo Aldo De Pascalis, che avrebbe anche distratto ingenti risorse finanziarie provenienti dall’Unione europea (da erogazioni Agea), già da tempo nel mirino della magistratura di Matera. Stando alla procura, De Pascalis stava cercando di sottrarre alla futura confisca i proventi delle sue attività ritenute illegali, attraverso un complesso e strutturato meccanismo economico-finanziario. Vicende illecite che potrebbero aver interessato anche un’azienda, che opera all’interno del mercato ortofrutticolo di Cepagatti, oggetto ieri di perquisizione da parte degli uomini della guardia di finanza di Pescara.
“Mi sono messo in questo guaio, in questo giro di malavita…” , ha detto al telefono, intercettato Aldo De Pascalis, in riferimento, secondo gli inquirenti, al denaro preso dai Solimando, capi della locale di ‘ndrangheta detta “degli zingari”.
Delle misure eseguite, quattro sono arresti in carcere, quattro ai domiciliari e la nona è un obbligo di dimora.
Il provvedimento di sequestro – da verificare in sede processuale – era basato su accuse di distrazione di risorse finanziarie provenienti da erogazione dell’Agea, “sistematiche ingerenze nei processi decisionali afferenti la produzione, commercializzazione e gestione dell’azienda” stessa, sottrazione di “ingenti volumi di prodotto ortofrutticolo destinati ad illegittima commercializzazione”, trasferimento di “utili di pertinenza dell’azienda agricola” ad una società riconducibile alla moglie del principale indagato.
In quest’ultimo caso, intervenivano commercianti che operano su diversi mercati ortofrutticoli nazionali, situati in diverse regioni del Nord e del Centro Italia: i ricavi dei prodotti venduti subivano la sottrazione di “quote rilevanti” e si procedeva – secondo l’accusa – con pagamenti in contanti, che nel gergo dei partecipanti al meccanismo venivano definiti “cagnotta”. In tal modo, il patrimonio aziendale ha subito un “progressivo depauperamento”, nonostante fosse sottoposto ad amministrazione giudiziaria, fino ad esporre l’azienda “ad un rischio di dissesto finanziario che l’avrebbe condotta al fallimento”.
Oltre agli arresti, sono stati sequestrati “compendi aziendali di due aziende agricole”, compresi terreni, fabbricati, beni mobili e disponibilità finanziarie” riconducibili all’imprenditore che è il principale indagato nell’inchiesta.






