L’AQUILA – Aprile l’estate la porta tatuata nell’anima, è una promessa certa. Il mare è gelido ma in certe ore, nelle giornate che tardano a diventare buie, in certe ore puoi anche far già finta che.
Per chi è nato in montagna, il mare è una forma esotica e incomprensibile dell’essere. Una parentesi. Un desiderio al contrario.
Nell’aprile 2009 la costa abruzzese ha accolto migliaia di persone in fuga. Per mesi, in molti casi anni, il mare è diventato la casa degli aquilani. Il Gran Sasso alle spalle invece che davanti agli occhi. L’umidità che arriccia i pensieri e snerva la muscolatura. La pianura insolita. Albe e non tramonti, all’orizzonte.
Tempo ne è passato. La grande folla ha ripreso la strada di casa. Il mare, per gli aquilani, è tornato quello che è sempre stato: amante stagionale e a singhiozzo.
Sulle spiagge, negli stabilimenti, poi, ci si ritrova. E dopo tre o al massimo cinque convenevoli il discorso torna sempre lì. La ricostruzione. La politica nazionale e l’amministrazione locale. La vita poco dinamica e l’aumento delle malattie dismetaboliche.
E poi è tempo. Per ricordare l’esodo forzato. Quel mare che non era vacanza ma vertigine continua, sbandamento, attesa.
“Ogni volta che prendo la macchine e vengo qui mi si chiude la gola”, racconta Michela, 40 anni, un lavoro in ospedale.
“Si sovrappongono le immagini. I viaggi di quell’estate erano ogni volta una via crucis senza fine. Arrivavo qui e il cuore restava in città. Non era possibile pensare ad altro. Era un rifugio, non era una meta. Adesso i miei figli non vedono l’ora che arrivi l’estate. Qui ritrovano quella normalità che all’Aquila è un sogno. Case, profumi, le passeggiate, gli amici. Mia figlia mi dice che qui ritorna quella che era prima del 6 aprile, tornano le forme e i colori e le voci”.
G. e M. da Villa Rosa non sono ancora andati via. La loro casa non c’è più. Hanno rifiutato l’alloggio sostitutivo e hanno eletto a loro abitazione momentanea l’appartamentino acquistato più di 20 anni fa.
“Pensavamo che le cose si sarebbero sistemate in tempi più brevi – dice G. – invece siamo ancora qui. Siamo anche diventati nonni, la nostra nipotina è all’Aquila e noi qui, ad aspettare”.
“I giorni si sono ripetuti tutti uguali – interviene M. – ci stiamo rendendo conto che questa pazienza non è servita a molto. Che ha creato buchi esistenziali importanti”.
“Ogni volta che torno a Tortoreto porto mio figlio a trovare le maestre che in quei mesi si sono prese cura di lui”, V. nel 2009 stava vivendo un periodo tremendo, “mi stavo separando, ero con la testa in venti luoghi diversi. Se non ci fossero state quelle maestre, quelle mamme vicarie, mio figlio si sarebbe ritrovato in mezzo a una strada. Davanti all’edificio scolastico, nelle prime settimane dopo il terremoto – ricorda – c’era un locale adibito a punto raccolta per le cose di prima necessità. Ricordo quelle file per un paio di mutande pulite, per i biscotti, per il latte. Oggi le cose si sono sistemate, per la mia famiglia. Ma non riesco a dimenticare. Chi avrebbe mai potuto immaginare una cosa simile?”.
“In tanti anni non avevo mai visto mio marito piangere”, interviene la signora che condivide l’ombrellone con V., “lo ha fatto vedendo una signora anziana che fuori da quel locale cercava in una catasta di scatole di scarpe un paio adatte a lei. Alla fine l’unico numero disponibile aveva un tacco notevole. Senza fare una piega le ha indossate e poi è andata via appoggiandosi al nipotino. Cercava di farlo ridere. Gli disse: ‘bello di nonna, ci voleva il terremoto per farmi mettere i tacchi!’”.
E poi Domenico, che oggi non c’è più. “Avevamo la terra, le bestie. I figli da crescere. Il mare non lo avevamo visto mai. Appena arrivati a Roseto si mise le mani tra i pochi capelli rimasti e disse: ‘Cose dell’altro mondo!’ In campagna tornavo io, con la corriera. Un giorno sì e uno no”, racconta Maria, che adesso torna ogni tanto con la nipote perché un po’ di sole e qualche passeggiata in acqua le fanno passare il dolore alle gambe, “e perché Domenico non è mai più tornato a casa. È rimasto qui. Le cure non sono servite, forse si è lasciato andare, chissà”.
In tanto tempo passato qui sono nate amicizie. E allora si torna anche per ritrovarsi. “In quei mesi si è creato un legame fortissimo”, Giulia abbraccia Valeria, che a Giulianova vive e che adesso, ogni estate, ospita l’amica. Si sono conosciute il giorno di Pasquetta a Roseto. Al palasport si era organizzato un pranzo per gli sfollati. I genitori di Valeria erano tra i volontari, “I fiori nascono ovunque ci sia terra fertile”.
I gestori di una piccola pensione, mi raccontano in spiaggia, ogni anno invitano alcune persone che sono state rifugiate da loro e offrono dei giorni di vacanza. La pensione è a poche decine di metri. Vorrei scrivere la loro storia. Mi offrono caffè e pizza fritta e un bel no: “Queste cose non si raccontano”.
Anche i miei angeli custodi mi hanno sempre detto no. Torno ad abbracciarli spesso. In quei giorni hanno adottato la mia famiglia. Hanno portato le mie figlie alle giostre, hanno regalato loro vestiti e giocattoli nuovi. Ci hanno dato soldi, ci portavano a fare la spesa.
I loro figli hanno rotto i loro salvadanai e scritto per noi parole pure, indimenticabili. Ragazzotti che avresti definito superficiali per l’aspetto te li ritrovavi dietro la porta con “la bambola e il passeggino per la piccola e lo zaino e i quaderni per la grande, qui la scuola le aspetta”.
È passato del tempo. E in spiaggia, tra la gente che adesso si concede qualche giorno di vacanza, si sentono tante persone raccontare. Si racconta una storia triste ma anche bellissima. Si racconta di una grande montagna ferita e di un piccolo mare che l’ha accarezzata.



