L’AQUILA – La lunga scia di polemiche e scontri, inutili e stucchevoli, che hanno segnato la vicenda del nuovo Auditorium del Parco dell’Aquila è purtroppo lo specchio fedele di quanto accaduto dopo il tragico terremoto del 6 aprile 2009 nel capoluogo.
I protagonisti della governance del terremoto, passati e futuri, e comunque i vari decisori sulla ricostruzione, fior di amministratori da tempo sul campo, si sono spaccati per sterili contrapposizioni politiche a tutti i livelli (è possibile non trovare intese nella gestione dei pass di entrata nella nuova struttura per la musica?), ancora una volta cavalcando un evento di inaugurazione di un’opera che ha fatto discutere ma che non doveva essere caratterizzata da polemiche tese a oscurare il ‘nemico’ di turno solo per visibilità e ritorno di consenso.
Un film già visto tra l’altro come successo altre volte, su questioni di rilevanza nazionale su un progetto reso possibile dalla solidarietà dei cittadini della provincia di Trento, al cui varo, oggi, è presente il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per un concerto di un direttore di grande livello come Claudio Abbado: centrosinistra al governo della città e centrodestra con posizioni diametralmente opposte.
Le conseguenze? Disastrose. Infatti, la gente interessata è confusa, arrabbiata e disorientata, con la fiducia nella speranza di ricostruzione ancora più minata, mentre a Roma agli occhi dei decisori del nostro futuro (nel senso che devono destinare altri provvedimenti e altre risorse finanziarie visto che sono praticamente finite) questa classe politica e di amministratori perde sempre più credibilità.
Non era possibile litigare lontano dai riflettori e poi trovare una intesa e apparire compatti?
Non entriamo, per ora, nel merito della questione estetica e tecnica dell’auditorium firmato dal celebre architetto Renzo Piano, realizzato con il carattere della provvisorietà per circa 7 milioni di euro (anche il sindaco Cialente ha annunciato ieri ad AbruzzoWeb e confermato oggi che sarà definitivo) nel parco del Forte spagnolo cinquecentesco.
L’accento va posto sulla gestione della inaugurazione: e qui c’è da mettersi le mani nei capelli.
L’assurdità e la dannosità di certi comportamenti dei rappresentanti politici aquilani, quindi di coloro i quali hanno nelle mani una fetta del futuro del capoluogo abruzzese, durante le fasi di gestazione di un evento come quello di oggi, da un lato confermano il lungo momento poco felice delle istituzioni locali, dall’altra, proprio a causa di ciò, l’inevitabile scollamento dalle sedi del potere decisionale che sta a Roma, e dalla realtà che vivono i cittadini aquilani.
Si è arrivati a costruire un auditorium che dovrebbe dare un rinnovato lustro almeno a una piccola parte della città dilaniata dal sisma del 2009, tra veleni, polemiche feroci, litigi, senza riuscire a mettere d’accordo chi è pagato per fare in modo che delle soluzioni concordate vincano sulle divergenze per il bene di tutti.
All’Aquila, il grottesco è in scena da tre anni e mezzo a questa parte.
Come in quei matrimoni in cui i parenti-serpenti delle famiglie si accapigliano fin dentro la chiesa e oltre, facendo finta che va tutto bene nonostante i sorrisi per il fotografo siano decisamente forzati, i nostri politici affronteranno la parata di oggi, per pochi intimi, con l’eco dei litigi in sottofondo fin quando le musiche del maestro Abbado e l’acustica della struttura inizieranno a coprire i segni della tensione.
Fuori, però, qualcuno farà comunque baccano.
Perché L’Aquila, in fin dei conti, è ‘solo’ una città italiana. Una città italiana che paga lo scotto di una politica confusionaria e pasticciona che sta contribuendo allo sfascio su scala nazionale, ma lo paga con un fardello epocale sulle spalle.
Quando si parla di coesione, di unire le forze, lo si faccia con serietà. Si cerchi la concretezza e si lascino da parte i vecchi modi di fare politica cavalcando il consenso su questioni decisive per la collettività.
Si faccia in modo di trovare finalmente il bandolo della matassa. Tre anni e mezzo di post-sisma di liti e veleni hanno colmato il piatto.
Continuare su questa falsariga sarebbe scellerato. Non si affrontano le tempeste in mare aperto a bordo di una bagnarola.
Basta con queste figure barbine di fronte alla popolazione e a quella parte di pubblico nazionale che ancora si interessa dell’Aquila.
Chiediamoci, tutti, perché l’Emilia terremotata abbia ottenuto in proporzione più fondi dell’Aquila, con una differenza di danni assolutamente evidente.
Perché? Perché l’Emilia terremotata può ancora contare su un minimo di qualità, di competenza, e soprattutto di compattezza, per presentarsi a chiedere gli aiuti, anche in una situazione di grave crisi economica come quella che l’Italia vive all’interno dell’Unione Europea in recessione.



