PESCARA – Si affilano le armi in Consiglio comunale a Pescara a seguito della decisione presa dopo una riunione di maggioranza dal sindaco Marco Alessandrini di portare al massimo le aliquote della Tasi, la tassa sui servizi indivisibili e quelle dell’Imu, l’imposta sulla casa.
A questo si aggiunge il raddoppio dell’addizionale comunale sull’Irpef, che passerà dallo 0,49 per cento allo 0,8, che colpirà quasi tutti i redditi, quelli da 15 mila euro all’anno in su. Insomma, una stangata a carico dei pescaresi da svariati milioni di euro.
A gettare benzina sul fuoco poi il presunto scippo dei 4,5 milioni di fondi europei ex-Pain da parte della Regione.
In un’infuocata conferenza stampa promettono battaglia il capogruppo in Consiglio regionale di Forza Italia, Lorenzo Sospiri, il capogruppo forzista in Comune, Marcello Antonelli, e i consiglieri Vincenzo D’Incecco e Fabrizio Rapposelli, con centinaia di emendamenti ostruzionistici, contro una decisone considerata scellerata.
“Aumenti così clamorosi e senza nessuna gradualità – ha tuonato Sospiri – avranno effetti devastanti sulla già sofferente economia cittadina”.
Alessandrini ribatte esibendo i numeri della pesantissima eredità finanziaria lasciata a suo dire dall’ex sindaco di centrodestra Luigi Albore Mascia, che per la prima volta nella storia del Comune di Pescara ha determinato un parere negativo da parte del Collegio dei Revisori del Rendiconto 2013
“Rileviamo – spiega Alessandrini – una grave difficoltà finanziaria che espone l’ente ad anticipazioni presso la Tesoreria per oltre 30 milioni di euro. A cio si aggiungono ritardi e rinvii ingiustificati da parte della precedente amministrazione nella gestione delle entrate: non hanno introdotto la Tasi, non hanno chiesto acconti per la Tari. L’anno scorso il Bilancio di previsione fu approvato a dicembre 2013 con il trasferimento al 2014 con voci di spesa da coprire”.
Inutile, argomenta poi il sindaco, metterci una pezza riducendo la spesa in tutti i capitoli in cui era possibile farlo. Risparmiando per esempio sul fronte della spesa del personale per l’assunzione dei dirigenti, staff del sindaco e direttore generale, pari a 300 mila euro, bloccando e ridurre tutte le voci di spesa non comprimibili rispetto al 2013, spese obbligatorie, mensa scolastica, mutui, personale.
“Abbiamo registrato – prosegue il sindaco – un incremento nella spesa derivante da partite obbligatorie che nel 2013 erano state rinviate pari a oltre 4 milioni di euro. una diminuzione delle entrate per effetto della corrispondenza obbligatoria fra le voci di previsione e di incasso pari a oltre 5 milioni di euro. La somma delle minori entrate e delle maggiori spese ha determinato un saldo negativo pari a quasi 7 milioni di euro. A questa cifra non è stato impossibile trovare una relativa copertura se non attraverso la rideterminazione dei tributi, rendere il Bilancio sul fronte delle entrate trasparente, leggibile e veritiero evitando di “incrementare fittiziamente le entrate che non si tradurranno in effettive riscossioni, al fine di evitare la creazione di residui attivi”.
Ma l’opposizione non è affatto persuasa da questa ricostruzione e attacca pesantemente il “funambolico” Partito democratico in Comune aumenta le tasse, quello che governa la Regione, con il presidente Luciano D’Alfonso, hanno incalzato gli esponenti forzisti, scippano 4,3 milioni di euro a Pescara.
Il riferimento è ai fondi europei ex-Pain, destinati per finanziare le opere del piano anti-allagamenti a Porta Nuova e il resto alla Provincia, per la Stella Maris e la manutenzione delle strade.
“D’Alfonso – denuncia Sospiri – per coprire altre spese ha cancellato giugno questi fondi, ma solo provvisoriamente aveva assicurato, perché sarebbero stati ripristinati dopo 30 giorni. Cosa che non è accaduta”.
Il sottosegretario alla presidenza della Giunta regionale Camillo D’Alessandro, del Pd, a seguito della cancellazione dei fondi, aveva spiegato che la revoca si era resa necessaria a fronte di una comunicazione della Direzione competente che rilevava che la ripartizione dei fondi, effettuata dalla giunta precedente, basta su un mero riparto a livello provinciale (in parti uguali), non rispondeva ai criteri e alle modalità di programmazione codificati dal Cipe, ovvero l’obbligo della programmazione capace di descrivere le priorità e la natura strategica degli interventi.
Il rischio, aveva aggiunto D’Alessandro, era quello di trovarsi di fronte a un atto potenzialmente annullabile da parte dei comuni esclusi, dalla distribuzione a pioggia dei fondi.




