L’AQUILA – Un lungo palazzo sventrato, con muri pericolanti, non transennato né messo in sicurezza, alla mercé degli sciacalli che hanno portato via mano a mano ciò che aveva un valore, dove possono giocare i bambini e sotto il quale passano pedoni e automobili.
Case abitate e considerate agibili, dove sono sprofondati i terrazzi, i balconi sono pericolanti, lunghe crepe attraversano i muri. Disabili che non possono uscire di casa a causa delle barriere architettoniche, guasti continui agli impianti fognari, spazi verdi abbandonati, e inselvatichiti, discariche e cumuli di immondizia.
Non è la striscia di Gaza, ma il quartiere delle case popolari di San Gregorio, frazione del comune dell’Aquila.
Qui il terremoto del 6 aprile 2009 ha distrutto un intero palazzo, un’altra trentina di abitazioni è stata invece classificata agibile, ma con la necessità di eseguire lavori di ristrutturazione.
Il Comune, che è proprietario e gestore del complesso, ha dunque fatto rientrare gli inquilini, una settantina in tutto, pochi mesi dopo il sisma. Ma dei lavori neanche l’ombra, nonostante i continui solleciti, proteste e anche esposti alla magistratura.
Tutto o quasi è rimasto come il terremoto lo ha lasciato.
La signora Jackeline Mereira mostra fuori casa sua un terrazzo esterno sprofondato di 15 centimetri, e poi una profonda crepa che attraversa la parete del bagno.
“Tanti lavori li ho fatti io a spese mie, ma per sistemare il terrazzo ci vogliono troppi soldi”.
Il punto non è solo il decoro che il Comune dovrebbe garantire a persone che hanno diritto a vivere in queste abitazioni e che pagano da 40 euro al mese a 250 euro a seconda se si è a reddito zero, oppure se si arriva a guadagnare 8 mila euro lordi l’anno.
Il problema è che qui nessuno si sente davvero sicuro.
“Chi mi dice che la casa è davvero agibile – protesta Jackeline – e che reggerà al prossimo terremoto? Anche i vicini hanno paura, quando vedono le crepe sui muri. Ci hanno detto che è tutto a posto, che potevamo rientrare, ma molti non si fidano di quello che hanno detto gli esperti. Noi non riusciamo a stare tranquilli”.
Poco lontano incontriamo a passeggio un altro residente, il signor Adriano Letta.
”Non sono parente”, tiene subito a sottolineare con un sorriso, e mostra un fatiscente balcone con i ferri arrugginiti a vista e da cui si staccano calcinacci, proprio sopra la porta di ingresso della sua abitazione.
“Secondo me prima o poi crolla in testa a qualcuno, forse proprio sulla mia, visto che ci devo passare sotto per forza più volte al giorno. Ho segnalato il problema più volte a Comune, ma non è mai venuto nessuno – denuncia – La verità è che loro se fregano di noi, hanno ben altro a cui pensare”.
C’è poi un grande parcheggio coperto, vuoto, ma dove alcuni box vengono utilizzati come rimessa. Anche qui all’ingresso si sono staccati pesanti calcinacci. A provvedere a transennare l’ingresso per evitare il passaggio ci ha pensato direttamente il signor Letta.
“Ci giocavano i ragazzini, ci passava la gente, per salire al terrazzo e alle case che sono sopra. Ho chiuso tutto da solo, con le transenne che stanno buttate qua e là, perchè come ho spiegato, chiamare il Comune è tempo sprecato”.
A pochi metri dai garage, davanti una rampa di scale del palazzo inagibile, un tonitruante “vaffa” scritto con lo spray sul muro. Sugli scalini bottiglie di birra, e altre tracce di una serata tra adolescenti del quartiere. Senz’altro spericolata, perché sopra le loro teste c’erano pareti e mattoni in bilico.
A battersi da anni per i diritti degli abitanti delle case popolari di san Gregorio, è infine Franco Marulli, anche lui residente in un’abitazione classificata “A con lavori”, e segretario provinciale Assocasa-Ugl.
“Qui le persone chiedono attenzione e rispetto, in primis dal Comune. È grave che debbano pagare il canone da quando, pochi mesi dopo il sisma, sono rientrate in casa, mentre il Comune, dopo quasi 6 anni, non esegue i lavori che gli spettano – sbotta – Molti lavori di manutenzione se li sono fatti direttamente i residenti, che non hanno, come noto, disponibilità economiche”.
“È grave – aggiunge Marulli – che non si sia messo in sicurezza né si sia transennato il palazzo inagibile, mettendo a repentaglio la sicurezza dei cittadini. Come se il terremoto non abbia insegnato nulla, in termini di azioni di Protezione civile”.
Ancora non è chiaro quando il palazzo sarà abbattuto, una cosa è certa: il Comune ha l’intenzione di non ricostruirlo, e di spostare le famiglie residenti negli appartamenti del progetto C.a.s.e..
“Scelta legittima – commenta Marulli – visto che il Comune non ha soldi, ma va anche considerato che quelle famiglie vorrebbero tornare a vivere qui, nel territorio che sentono il loro, dove vivono da anni. Molte di queste famiglie sono appartenenti a varie etnie, e qui erano perfettamente integrate. Credo che anche la loro opinione e volontà debba valere qualcosa”.
Nel cuore del quartiere c’è un anfiteatro di cemento consunto, assediato dalle erbacce, che dovrebbe essere un’agorà, un luogo di espressione e incontro, ma dove oggi invece più spesso va in scena un triste senso di abbandono, e di occasione mancata.
Nelle case popolari di San Gregorio, tra i residenti, ci sono seri problemi di disagio sociale, di disoccupazione, di emarginazione. Sono in aumento i casi di microcriminalità minorile. Ci sono poi disabili reclusi in casa che da anni chiedono di essere spostati in un appartamento senza barriere architettoniche.
L’impianto fognario è fatiscente, e soggetto a continui guasti, le case, manco a dirlo, non sono coibentate, dunque sono fredde d’inferno e torride d’estate.
“La politica – prosegue Marulli – è assente, lontano, indifferente. Da anni chiediamo che questo quartiere venga riqualificato. Con poca spesa, rispetto ai miliardi che si stanno spendendo per la ricostruzione, si potrebbe rendere tutto più bello, vivibile e funzionale”.
“Non capisco – conclude – perché il Comune non vuole investire per aumentare il valore di un suo bene, tenendo anche conto che tra il degrado fisico di un luogo, e il disagio sociale, c’è un preciso nesso, sono uno conseguenza dell’altro”.






