L’AQUILA – Un prestigioso riconoscimento per il sistema di protezione civile abruzzese: Yomiuri Shimbun, il quotidiano giapponese più diffuso al mondo, in virtù della sua tiratura che si aggira intorno alle 9,2 milioni di copie giornaliere, ha dedicato un articolo al modello di intervento in caso di catastrofi lodando quello italiano e regionale. In particolare per la capacità di risposta ed efficacia dimostrata dopo il terremoto dell’Aquila del 2009.

Ad essere intervistato anche il direttore dell’Agenzia della protezione civile Abruzzo, Maurizio Scelli, 61enne avvocato di Sulmona, in precedenza commissario straordinario della Croce Rossa Italiana, dal 2002 al 2005, poi deputato del Popolo della libertà 2008 al 2013, membro della commissione Giustizia. Salito alla ribalta delle cronache, da capo della Croce Rossa, per la mediazione in Iraq, sul sequestro di cittadini italiani, tra i quali le volontarie Simona Pari e Simona Torretta, liberate nel 2004.

“Noi e i volontari siamo, per così dire, un’orchestra. Dobbiamo suonare tutti insieme un unico ‘brano’. È fondamentale costruire quotidianamente relazioni, fiducia e spirito di unità”, ha spiegato il direttore in riferimento all’esercitazione dei mesi scorsi che ha coinvolto circa  2.000 volontari.

Ha commentato il presidente della Regione, Marco Marsilio: “un riconoscimento internazionale che valorizza competenze, visione e spirito di servizio: l’Abruzzo continua a dimostrare che prevenzione, organizzazione e formazione fanno la differenza, sempre al servizio delle comunità”.

In Italia, si legge in un altro passaggio dell’articolo, “i volontari non sono considerati semplicemente cittadini animati da buona volontà, come spesso accade in Giappone, ma costituiscono una vera e propria componente del sistema nazionale di risposta alle emergenze. A seguire l’articolo.

L’ITALIA E L’ABRUZZO BENCHMARK IN GIAPPONE PER LA PROTEZIONE CIVILE

In Italia, quando si verifica un grande disastro, è il Dipartimento della Protezione Civile nazionale a svolgere il ruolo di cabina di regia. Anche ogni regione dispone di una propria struttura di protezione civile e, attraverso una collaborazione coordinata, vengono inviati materiali e personale nelle aree colpite per sostenere i comuni danneggiati, secondo un sistema multilivello.

A operare concretamente sul campo, nella gestione dei centri di evacuazione, sono volontari specializzati e formati. I medici si occupano dell’assistenza sanitaria agli sfollati, gli ingegneri civili dell’allestimento delle strutture, i cuochi della preparazione dei pasti: è un sistema che valorizza le competenze professionali individuali nella risposta alle emergenze.

Questi volontari sono circa 300.000 in tutto il Paese. Sono registrati presso le regioni e vengono convocati quando necessario. Partecipano regolarmente a esercitazioni organizzate dalle autorità regionali e prendono parte anche a simulazioni su scala nazionale, preparandosi così a eventuali emergenze.

In Italia, i volontari non sono considerati semplicemente “cittadini animati da buona volontà” come spesso accade in Giappone, ma costituiscono una vera e propria componente del sistema nazionale di risposta alle emergenze. Per questo motivo, le spese come i costi di trasporto e le assicurazioni sono coperte da fondi pubblici. Se devono assentarsi dal lavoro, ai datori di lavoro viene riconosciuto un contributo economico.

Nel 2025, nella regione centrale dell’Abruzzo, duramente colpita dal Terremoto dell’Aquila del 2009, circa 2.000 volontari hanno partecipato a un’esercitazione. Il direttore della protezione civile regionale, Maurizio Scelli, ha dichiarato: “Noi e i volontari siamo, per così dire, un’orchestra. Dobbiamo suonare tutti insieme un unico ‘brano’. È fondamentale costruire quotidianamente relazioni, fiducia e spirito di unità.”

In Italia, paese più volte colpito da forti terremoti, è ormai consolidato un sistema in cui, in caso di grandi disastri, le istituzioni statali assumono il ruolo di coordinamento centrale e forniscono pieno supporto ai comuni nella gestione dei centri di evacuazione.

Nella città dell’Aquila, situata a circa 90 km a nord-est di Roma, il Terremoto dell’Aquila del 2009 del 6 aprile causò 309 vittime, considerando anche i comuni circostanti.

Circa otto ore dopo il sisma, squadre di soccorso e materiali provenienti da diverse zone del Paese erano già arrivati. Nei centri di accoglienza, a ogni famiglia veniva assegnata una tenda; venivano serviti pasti caldi, come la pasta, e già dal primo giorno era possibile fare la doccia. Una donna sulla sessantina, che trascorse alcune settimane in un rifugio, ricorda: “C’era tutto il necessario ed era confortevole. Il cibo era buono e ci dava conforto.”

Un elemento fondamentale che rende possibile questa risposta rapida è il sistema di stoccaggio distribuito. In Italia esistono tre grandi magazzini gestiti a livello statale, nei quali sono conservati materiali e attrezzature — tende, generatori, illuminazione — sufficienti per circa 13.000 persone.

A questi si aggiungono depositi presenti in tutte le 20 regioni, oltre a scorte gestite autonomamente anche da soggetti privati.

In caso di emergenza, le forniture vengono organizzate in unità standard: un “pacchetto” comprende attrezzature per 500 persone, tra cui tende, letti, servizi igienici e docce temporanee. Il Dipartimento della Protezione Civile coordina con le regioni la raccolta e l’invio dei materiali necessari nelle aree colpite.

Il Dipartimento della Protezione Civile è stato istituito nel 1982, dopo il Terremoto dell’Irpinia del 1980, che causò circa 3.000 vittime e mise in evidenza gravi problemi di coordinamento tra le autorità. Da allora, il modello è stato riformato attribuendo allo Stato la gestione centralizzata delle emergenze, permettendo così ai comuni colpiti di concentrarsi sulle operazioni di soccorso.

Nella gestione dei centri di evacuazione, l’obiettivo è ricreare condizioni il più possibile vicine alla normalità, riducendo il carico fisico e psicologico sugli sfollati. Le operazioni sono affidate a volontari altamente formati, che vivono nelle stesse condizioni degli sfollati — dormendo nelle tende e condividendo i pasti — per individuare e risolvere eventuali criticità.

Luigi D’Angelo, responsabile della gestione delle emergenze del Dipartimento della Protezione Civile, ha dichiarato: “Il cuore della nostra attività è fornire un’assistenza attenta agli aspetti umanitari. Cerchiamo di stare vicino alle persone colpite e di comprenderne i bisogni.”

In Giappone, nelle fasi iniziali del Grande Terremoto del Giappone Orientale del 2011 e del recente terremoto della penisola di Noto, i comuni colpiti hanno dovuto fare affidamento principalmente sulle proprie scorte. In alcuni casi si sono registrate carenze di beni essenziali fino all’arrivo degli aiuti da altre regioni, aziende e volontari.

Sulla base di queste esperienze, il governo giapponese ha avviato un sistema di stoccaggio distribuito in 9 aree e 10 siti, comprendente letti in cartone, divisori per la privacy, cucine mobili e attrezzature per il bagno. Otto regioni, tra cui Hokkaido e Kanto, completeranno le forniture entro l’anno fiscale in corso, mentre Hokuriku entro il 2026.

Tuttavia, il ministro per la gestione dei disastri ha dichiarato il 24 febbraio che “queste misure non sono ancora sufficienti” e che sarà necessario rafforzarle ulteriormente, anche considerando fattori geografici.

Kazuhiko Hanazawa, professore speciale dell’Università di Niigata, impegnato nel miglioramento delle condizioni nei centri di evacuazione per prevenire le morti legate ai disastri, sottolinea la necessità di avere almeno un deposito in ogni prefettura. Secondo Hanazawa: “L’Italia conserva nei depositi anche i veicoli e garantisce la disponibilità degli autisti. È fondamentale diffondere l’idea che stoccaggio e trasporto siano inseparabili.”