L’AQUILA –“Il fine della vita, tra dolore e autodeterminazione” è stato il tema della prima giornata  della rassegna culturale “La cultura del dubbio”, che si è svolta oggi presso la tensostruttura nei pressi della facoltà di Medicina dell’Aquila, durante la quale è stato presentato il libro “L’ultimo gesto d’amore”.

Il racconto è un percorso che prende spunto dalle domande del giornalista Pino Giannini, attraverso le quali Mina Welby ripercorre e racconta le vicende che hanno caratterizzato la vita, la malattia e la “morte opportuna” di suo marito Piergiorgio Welby, affrontando quei temi che determinano contrasti sociali tra le diverse ideologie, ovvero l’eutanasia, il testamento biologico e l’autodeterminazione.

La rassegna, organizzata dall’Associazione cittadinanza e dall’Unione degli universitari, ha coinvolto tutti i presenti, sollecitati, all’intervento, dall’amore e dal coraggio di Mina Welby, determinando così l’obiettivo posto dalla “Cultura del dubbio” di ricreare luoghi di discussione che vadano al di fuori dell’ambito terremoto.

Quello che è emerso dal dibattito al quale hanno partecipato gli studenti della facoltà di Medicina, oltre i due autori del libro, il magnifico rettore dell’Università dell’Aquila Ferdinando di Orio e l’oncologo ricercatore Enrico Ricevuto, è il desiderio di libertà, o meglio “l’importanza di avere una vita dignitosa – ha detto la dirigente dell’associazione Luca Coscioni, Mina Welby – in cui io e solo io stabilisco come vivere”.

“Ci sono centinaia di malattie rare orfane di qualsiasi forma di assistenza – ha spiegato – la società deve tutelare il malato ma non deve imporsi sulla sua volontà”.

L’introduzione del testamento biologico, di quel documento che certificherebbe le volontà di un ipotetico malato prima di entrare in contatto con la malattia e prima di rimanere inerte davanti a essa, è, secondo la Welby, “una soluzione possibile”, tanto che nel 2008 la stessa avviò, nel suo municipio di Roma, i registri per il testamento biologico che, grazie all’associazione Luca Coscioni, oggi sono stati adottati da circa 80 comuni italiani.

“Questo paese pretende di tenere i cittadini sotto una tutela forzata – spiega di Orio – come se noi non fossimo in grado di fare delle scelte autonome”.

“”L’autodeterminazione, la capacità di scelta di ogni singolo cittadino – afferma Enrico Ricevuto – riguarda il paziente, il familiare e il medico, che deve accompagnare il malato in un percorso, proponendogli tutte le opportunità di scelta, ma lasciandolo libero di autodeterminare la soluzione”.

“Purtroppo l’Italia rimane indietro – spiega Pino Giannini –  ostacolata dalle istituzioni e dalle leggi, mentre paesi come l’Olanda, la Francia, la Svizzara e molti altri, hanno saputo ovviare il problema con una soluzione più democratica che lascia spazio al diretto interessato, il paziente”.