L’AQUILA –  Da Tina Massimini e Alfonso De Amicis, storici esponenti della sinistra antagonista aquilana, riceviamo e pubblichiamo.

Tradizionalmente la perturbazione è associata a una discontinuità imprevista, distruttiva e persino violenta. Resilienza è l’altro termine in ascesa essendo stato importato nella scienza sociale e nella politica dalla batteriologia, dall’ingegneria e dalla psicologia.

Facciamo notare che la resilienza non è resistenza ma adattamento che avviene più o meno volontariamente. Pertanto più resilienza gli individui riescono a sviluppare a livello micro della vita quotidiana, meno domande ci saranno per un’azione collettiva a livello macro per contenere le incertezze prodotte dalle forze del mercato. UnaPN domanda che il neoliberalismo non vuole e non potrebbe soddisfare.

Si capisce bene, allora, che cosa nasconde il Recovery Fund e il Pnrr. Meccanismi di finanziamento che l’Italia, e quindi anche l’Abruzzo, pagheranno a caro prezzo. Si tratta di prestiti, anche quelli a fondo perduto che dovremo restituire applicando una serie di
raccomandazioni che ci vengono dettati dall’Europa stessa. Le raccomandazioni riguardano sanità, pensioni, scuola, giustizia.

Infatti, come ci fa notare la professoressa Fiammetta Solmoni nell’intervista rilasciata ad AbruzzoWeb: “Con la modifica della decisione sulle risorse sono molte le nuove imposte (per lo più) indirette che l’Italia dovrà adottare e che pagheremo tutti noi, in spregio al principio della progressività della tassazione sancito dalla nostra Costituzione”.

E circa il 4% di questi soldi incassati dall’erario, dovrà essere “girato” al bilancio dell’Unione Europea per coprire i circa 750 miliardi del Recovery Fund. Una sorta di partita di giro che rappresenta la vera natura della pretesa generosità europea. Pertanto solo gli ingenui possono continuare a credere sulla natura democratica dell’Unione.

Anche nei “piani alti” cominciano a serpeggiare dubbi sul patto di stabilità e Draghi e Macron cercano di guardare verso orizzonti più rassicuranti.

Tornando a noi: l’Abruzzo pare abbia nominato una commissione di “esperti” per meglio allocare il recovery. Temiamo che non abbiano a mente i dubbi, le contraddizioni e le manipolazioni linguistiche che stanno dietro il Pnrr. Anzi, l’entusiasmo è trasversale e qualcuno pensa addirittura a qualcosa di epocale. Nella nostra città, per esempio, sono tutti concordi sul recupero del complesso della Beata Antonia: dalle cosìddette forze politiche agli alunni di ogni ordine e grado.

Tuttavia a noi pare che il disegno della città lo si continua ad affidare a dinamiche privatistiche, alla cosiddetta mano invisibile del mercato. Fra non molto avremo un centro gentrificato – ossia riqualificazione e rinnovamento di zone o quartieri cittadini, con conseguente aumento del prezzo degli affitti e degli immobili – con i palazzi storici che verranno consegnati alle grandi proprietà e quello che rimane andrà in pasto alla speculazione finanziaria.

Quindi avremo un centro storico trasformato in un grande Centro Commerciale mentre la periferia è sempre più lunga, sempre meno “umana”, “moderna” ma provinciale.

Inoltre esiste il partito unico dell’aquilanità che riesce a litigare sulla sede del Soccorso Alpino, facendo ricordare le diatribe provinciali degli anni ’90 primi anni 2000.

Un nostro amico costruttore ci racconta di come il rapporto con quella che una volta era la nostra banca locale sia cambiato e di come oggi sia diventato alquanto difficile, poiché la testa e le modalità di gestione e di valorizzazione della moneta risiedono altrove. Fino a qualche anno fa denaro e potere economico risiedevano ai “Quattro Cantoni”.

Oggi è tutto più indefinito e sfuggevole e la politica si può considerare sempre più irrilevante. A questa irrilevanza corrisponde, sempre più evidente, il distacco e l’allontanamento dei cittadini dal voto e da qualsiasi partecipazione democratica.

Mentre nessuno si occupa dei veri problemi quotidiani dei cittadini (lavoro, salari, salute, istruzione), si propongono preoccupanti modifiche costituzionali e tutto sembra ormai ineluttabile. Le crescenti disaffezione e sfiducia producono il progressivo allontanamento dalla “cosa pubblica”, riducendo gli ambiti della partecipazione e dunque la fine della democrazia neoliberale.