L’AQUILA – Mancano le copie del film Draquila di Sabina Guzzanti, si rinvia di due settimane il processo alla Commissione grandi rischi.
È questo il finale a sorpresa dopo una mattinata di tira e molla nell’aula C del tribunale del capoluogo, in cui le parti hanno duellato anche se, alla fine, accusa e difesa hanno concordato sulla necessità di uno slittamento.
E la regista commenta rispondendo ad AbruzzoWeb: “Mancavano i miei dvd? Si trovano…”.
Il rinvio servirà a completare le copie delle prove documentali in base alle quali le parti devono esaminare e controesaminare i testimoni. Per non perdere giorni preziosi, il giudice, Marco Billi, ha provato a forzare la mano proponendo di cominciare l’ascolto dei testi senza affrontare gli aspetti legati a quei documenti mancanti, ma per tutta risposta le difese hanno chiesto la nullità dell’intero procedimento.
A rendere incompleta la documentazione, l’assenza dei duplicati di quattro prove: il “Rapporto Barberi” sulla vulnerabilità degli edifici pubblici in Italia; una pubblicazione sempre sui terremoti della Regione Umbria; i dieci dvd con registrazioni video di Rai, Mediaset e La7 tra il 31 marzo 2009, giorno della riunione contestata della Grandi rischi, e il 6 aprile 2009; infine, appunto, il dvd con il docu-film della Guzzanti, di cui l’accusa ritiene utili alcune parti.
A causare i ritardi la mancanza di mezzi tecnici della cancelleria e, per quanto riguarda il film, anche problemi di copyright: un ostacolo che si aggirerà masterizzando d’imperio il disco attraverso la polizia giudiziaria. “Se volete porto il masterizzatore da casa”, ha sogghignato il pm, Fabio Picuti.
La nuova udienza si svolgerà sabato 15 ottobre, molto probabilmente nella nuova e più grande aula della sede della Corte d’Appello in via Pile, fresca d’inaugurazione. Un cambio di scenario che permetterà di avere spazi più grandi, utili vista la mole di persone (60 parti civili, 300 testimoni attesi) e anche un impianto di microfoni funzionante: oggi la prima parte dell’udienza il giudice è stato costretto a verbalizzarla solo a mano.
Doveva essere la prima udienza “concreta”, con l’ammissione di prove e testi e l’ascolto dei primi degli oltre 300 testimoni.
Ma l’intervento iniziale dell’avvocato di Stato, Carlo Sica, che difende la presidenza del Consiglio come responsabile civile, ha fatto subito capire che non sarebbe stata una mattinata liscia: “Chiedo un rinvio di venti giorni, perché ho ricevuto solo a mezzogiorno del 29 settembre le copie dei documenti depositati, ‘un carrello e mezzo’ secondo quanto detto dal pm. Non ho avuto modo di esaminarle, non sono in grado di intervenire altrimenti sarebbe una violazione del mio diritto di difesa”.
Istanza subito appoggiata dalla difesa dei sette imputati, che in aggiunta ne hanno presentata anche un’altra autonoma, non essendo in possesso anche loro di alcune copie di altri documenti.
Si è scatenato a quel punto un balletto sulle date, in cui l’accusa ha ricordato che, copie a parte, tutti i documenti erano consultabili in cancelleria da dieci giorni, “perciò la richiesta è inaccettabile”, ha tuonato Picuti.
La tesi dell’accusa è stata sposata dalle parti civili, ansiose di proseguire velocemente, con un’unica eccezione: quella dell’avvocato Vincenzo Calderoni, che ha sottolineato: “Perché celebrare un processo che magari tra qualche anno sarà dichiarato nullo? Aspettare 15 giorni non è un problema”. “Sono spiazzato!”, ha ammesso a quel punto Antonio Valentini, grande accusatore della Grandi rischi e altro avvocato di parte civile.
La difesa, dalla sua, ha rivendicato il “diritto alla copia” degli atti da esaminare in studio, richiamando sentenze della Cassazione di 15 anni fa. “Non possiamo mica mettere una brandina in cancelleria per esaminare tutto lì!”, ha sbottato l’avvocato Alessandra Stefano, che assiste Gian Michele Calvi.
Ascoltati tutti, il giudice Billi si è riunito in camera di consiglio. “Cinque-dieci minuti, non vi allontanate!”, ha premesso, invece il consulto con i suoi collaboratori è durato oltre mezz’ora.
“Se avessero messo tutta quest’attenzione ai dettagli, agli aspetti formali, in quella riunione del 31 marzo 2009, oggi forse non saremmo qui”, ha commentato amareggiato mentre attendeva Vincenzo Vittorini, già presidente dell’associazione 309 martiri (si è dimesso dopo la sua candidatura a sindaco per il 2012), che nel terremoto ha perso la moglie e la figlia.
A fine conciliabolo il magistrato è rientrato e ha deciso di proseguire, rigettando l’istanza e paventando una soluzione di compromesso: evitare il rinvio e cominciare l’ascolto delle testimonianze, saltando le parti in cui sarebbe stata necessaria la consultazione delle famigerate copie mancanti.
Una mossa che non è piaciuta all’avvocatura di Stato, che aveva originato il dibattito: “Ritengo leso il mio diritto di difesa per motivi oggettivi e pertanto non interloquirò in quest’udienza”, ha affermato Sica.
Un altro “carico” a quel punto lo ha messo la difesa, chiedendo la nullità del processo. “Esame e controesame dei testimoni devono essere svolti in contemporanea, non possiamo certo richiamarli”, ha ricordato ancora l’avvocato Stefano.
Alla fine anche l’accusa alla fine si è arresa al rinvio ed è andata per le spicce, chiedendo, attraverso il procuratore Roberta D’Avolio, lo slittamento per sgombrare il campo da ogni equivoco.
A quel punto il giudice Billi ha disposto il rinvio al 15 ottobre alle 9, verosimilmente nelle nuove aule della Corte d’Appello.
“Processo alla Commissione grandi rischi rinviato perché non hanno fatto le copie del dvd di Draquila? Non sarà mica colpa mia! I dvd si trovano!”.
Questo il commento ad AbruzzoWeb della regista Sabina Guzzanti, che ha diretto il documentario sul terremoto del 6 aprile 2009, intervistata su quanto è accaduto oggi nell’udienza al tribunale dell’Aquila, slittata di due settimane per la mancata copia di alcune prove documentali tra cui proprio il suo docu-film.
E la Guzzanti non è affatto stupita che il pubblico ministero Fabio Picuti abbia trovato fonti di prova all’interno della sua opera: in particolare, suppone la regista, in un passaggio dell’intervista all’ormai ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Enzo Boschi.
“C’è una parte del documentario – commenta – a cui non tutti hanno fatto caso ma che è molto grave, perché denuncia un falso in atto pubblico: hanno firmato un verbale fasullo, a posteriori. Si capisce che è stato fatto perché tutti lo fanno, ma ciò non toglie la gravità del falso, anche perché poi in questo caso ha avuto le conseguenze tragiche che conosciamo”.
Un’intervista che, tra l’altro, Sabina Guzzanti è pronta anche a mettere a disposizione degli investigatori. “Ho anche l’integrale, ovviamente nel documentario ho pubblicato una sintesi. Se posso dire qualcosa ai pm è che possono avere anche tutta l’intervista”, spiega.
Nel filmato completo, svela la regista, “si racconta meglio che la Commissione grandi rischi, secondo la versione di Boschi, non ebbe il tempo di concludere la riunione perché il vice di Bertolaso, Bernardo De Bernardinis (uno dei sette imputati, ndr) aveva già convocato la conferenza stampa e quindi dopo tre quarti d’ora di riunione bisognava andare a fare la conferenza stampa”.
“Per questo motivo – prosegue – non è stata fatta la seconda parte della riunione, che era quella fondamentale perché sarebbero arrivati a conclusioni e indicazioni da dare alla Protezione civile”.
“Perciò fa ridere un po’ i polli quello che è venuto fuori – aggiunge, riferendosi al verbale della riunione – proprio perché mancano le conclusioni. Il terremoto ci può essere, il terremoto non ci può essere, però poi il senso della riunione era dire ‘che si fa?’ secondo gli scienziati, che tipo di messaggio diamo alla popolazione, che tipo di provvedimenti si prendono”.
“E questa parte della riunione non si svolse, a detta di Boschi, perché avevano dato più importanza alla comunicazione, far vedere che si erano riuniti, far vedere che la situazione era sotto controllo, rispetto alla sostanza di capire come comportarsi”, conclude la Guzzanti.
GLI IMPUTATI
Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis, già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione Civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Universita’ di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile
Una settimana fa solamente De Bernardinis era presente in aula degli imputati, oggi in aula anche Dolce.
IL CASTELLO ACCUSATORIO
Con valutazioni “approssimative e generiche” e con informazioni “incomplete e imprecise” date ai cittadini e agli enti, i componenti della Commissione grandi rischi sono venuti meno “ai doveri di valutazione del rischio connessi alla loro qualità e alla loro funzione e tesi alla previsione e ai doveri di informazione chiara, corretta e completa”.
E, così facendo, in occasione della scossa delle 3.32 del 6 aprile 2009, hanno causato la morte di 308 aquilani, “indotti a rimanere in casa per effetto esclusivo della condotta descritta, nonostante le scosse che si ripetevano da mesi con frequenza e magnitudo crescenti”.
Questa l’accusa che la procura della Repubblica rivolge nei confronti dei sette componenti della commissione.
I capi di imputazione per tutti sono di omicidio colposo, lesioni personali colpose e cooperazione nel delitto colposo.



