AVEZZANO – “Mai come ora, anche nel Fucino, bisogna tenere alta la guardia contro l’infiltrazione della criminalità organizzata nell’agricoltura favorita dalla crisi economica. Mafia e Camorra controllano in Italia non solo la distribuzione, ma stanno acquistando anche terreni e aziende agricoli”.
Un allarme gravissimo, quello lanciato da Angelo Venti, responsabile regionale dell’associazione antimafia ‘Libera’, all’indomani della pubblicazione sul quotidiano Ia Repubblica delle rivelazioni del pentito di mafia Gianluca Costa, in merito all’esistenza di un patto tra i clan mafioso e camorristico dei Corleonesi e dei Casalesi messo su per gestire il mercato ortofrutticolo in Italia. Un sistema che permette il controllo dello smistamento anche del Moc, il Mercato Orticolo di Fondi, dove finisce anche buona parte dei prodotti agricoli del Fucino.
Costa ha svelato il meccanismo con cui l’agromafia riesce a aumentare il costo dei prodotti venduti al bancone anche del 300 per cento, mediante di viaggi interminabili di migliaia di chilometri da Avezzano (L’Aquila) fino alla Sicilia e poi verso Fondi e Francoforte, quindi arrivando in Germania.
L’accordo è tra la mafia, che pensa ai trasporti, e la camorra, che controlla il mercato orticolo.
Imponendo il prezzi di vendita dei prodotti agli agricoltori, un prezzo bassissimo, mediante un monopolio di fatto dell’intermediazione e del trasporto.
“Quello che rivela oggi il pentito Costa – spiega Venti ad AbruzzoWeb – purtroppo era una cosa già nota. In altre inchieste ci sono intercettazioni anche di dieci anni fa in cui camorristi e mafiosi parlavano di un controllo capillare del mercato ortofutticolo da Vittoria, in Sicilia, ad Avezzano. Un fenomeno che denunciammo già nel 2011 proprio ad Avezzano, in un’iniziativa con Don Luigi Ciotti a cui presero parte le associazioni di categoria e i sindacati”.
“Da decenni – continua Venti – buona parte dei prodotti agricoli del Fucino vengono commercializzati da intermediari campani, dove, sono le inchieste della magistratura a dirlo, più forte è il rischio di controllo da parte della camorra. I contadini forse sanno come funziona il sistema, ma non hanno mai trovato stabili sbocchi alternativi e la forza di ribellarsi “.
L’allarme di Libera, oggettivamente poco ascoltato, trova conferma inquietante nel rapporto Agromafie 2013 sui crimini agroalimentari in Italia elaborato da Coldiretti/Eurispes, teso a far luce su un’attività criminale che in Italia macina 14 miliardi di euro di fatturato l’anno.
“Tutti i passaggi utili alla creazione del valore – si legge nel rapporto – vengono intercettati e colonizzati dalla criminalità, dall’intermediazione dei prodotti, al trasporto e lo stoccaggio fino all’acquisto e all’investimento nei centri commerciali dal quale si evidenziano i pericolosi effetti sulle tasche degli italiani e sul reddito delle imprese agricole, con rincari anomali dei prezzi e aumento dei costi. Le organizzazioni criminali, infatti, impongono i prezzi d’acquisto agli agricoltori, decidono i costi logistici e di transazione economica, utilizzano proprie ditte di trasporto, sulle quali spesso vengono anche occultate droga e armi, possiedono società di facchinaggio per il carico e lo scarico delle merci. Inoltre, negli ultimi anni, si può dire che esse arrivano fino alla tavola degli italiani, grazie all’ingresso diretto nella grande distribuzione, con supermercati ed insegne proprie”.
E, ovviamente, questa ‘presenza’ “si ripercuote sul mercato, distruggendo la concorrenza e instaurando situazioni di monopolio, oppure oligopolio. Un’indagine conoscitiva dell’Antitrust ha evidenziato che i prezzi per l’ortofrutta moltiplicano in media di tre volte dalla produzione al consumo, ma i ricarichi variano del 77 per cento nel caso di filiera cortissima, acquisto diretto dal produttore da parte del distributore al dettaglio, del 103 cento nel caso di un intermediario, del 290 per cento nel caso di due intermediari, fino al 294 per cento per la filiera lunga, cioè presenza di 3 o 4 intermediari tra produttore e distributore finale”.
Per contrastare questo flagello, precisa però Venti, “non basta l’azione della magistratura, molto possono fare gli stessi agricoltori e le organizzazioni di categoria. Bisogna spezzare questo monopolio, ma lo si può fare solo creando reti alternative di vendita, rispetto a quella che tra l’altro pagano sottocosto i prodotti. Gli agricoltori devono cioè saltare gli intermediari unendosi in consorzi. Anche la filiera corta e la vendita diretta sono strumenti utili per aumentare i prezzi all’origine e contenere quelli al dettaglio. Una strategia da concordare magari anche con le associazioni dei consumatori e con gli enti locali, purtroppo ancora marginale nel Fucino”.
Alleata preziosa dell’agromafia è poi la crisi economica, che secondo gli schemi di un feroce darwinismo sociale premia gli spregiudicati, chi gioca sporco, chi ha da riciclare montagne di denaro. Crisi che al contrario induce chi è sull’orlo del fallimento a preferire la sottomissione alla criminalità, pur di salvare l’azienda, pur di non essere lasciato in mutande da Equitalia e dalla banche creditrici.
“Dalle segnalazioni che ci arrivano – è l’analisi di Angelo Venti – c’è il forte sospetto che la criminalità stia acquistando anche nel Fucino terreni e aziende agricole, oltre ad altre attività commerciali e imprenditoriali messe in ginocchio dalla crisi economica. La criminalità organizzata ha molta liquidità, ha monagne di soldi da ripulire e investire. E la sua colonizzazione è difficile da scoprire, perché spesso la titolarità dell’impresa resta al proprietario, diventato nel frattempo una sorta di dipendente dei nuovi padroni a cui che deve rispondere e obbedire. L’attiità passa di mano, ma da fuori non ci si accorge di nulla”.
Un allarme sul rischio che corre il Fucino e il compato agrocolo abruzzese che trova riscontro nei numeri del rapporto Agromafie: su 12.181 beni immobili confiscati alla criminalità organizzata in Italia, oltre il 23 per cento (2.919) sono rappresentati da terreni agricoli. Non solo, su un totale di 1.674 aziende confiscate, ben 89 operano nei settore agricolo, 471 nel commercio all’ingrosso e al dettaglio, anche nell’agroalimentare. L’accaparramento di terreni agricoli serve anche a coprire il business criminale dei rifiuti che sviluppa un fatturato illegale che ha raggiunto quasi 3,9 miliardi, tra rifiuti speciali è urbani, con oltre cinquemila reati accertati nel 2012.
Altro fenomeno inquietante che interessa il Fucino è infine quello del mercato dei permessi di soggiorno.
Come stanno dimostrando recenti inchieste giudiziarie, che hanno portato già a numerosi arresti, nel Fucino ci sono imprenditori che hanno lucrato sulla vendita dei permesso di soggiorno agli emigrati del nord Africa.
Un meccanismo semplice e feroce: grazie a reti di intermediari che operano nei paesi di origine, Marocco in particolare, vengono contattate persone disposte a pagare dai 3 ai 7 mila euro per ottenere un permesso di soggiorno e un contratto di lavoro, secondo quanto previsto dal meccanismo delle quote della legge Bossi-Fini. Ma quando questi emigranti arrivano nel Fucino scoprono che non esiste l’azienda che li ha chiamati, che il loro intermediario è sparito nel nulla e che il loro contratto di lavoro è carta straccia.
Non solo, il loro visto è a termine, e se non riescono a tornare indietro si ritrovano nel poco invidiabile status di clandestini, per di più senza soldi in tasca.
Commenta Angelo Venti: “Gli immigrati vittime di questi raggiri, pur di coronare il loro sogno di venire a lavorare in Italia si sono spesso fatti prestare i soldi, si sono indebitati. Per loro dunque tornare indietro diventa difficile. E parte di loro resta qui ad alimentare la manovalanza dello spaccio di droga, un mercato anch’esso che ha stretti legami con la criminalità organizzata”.
Oppure il clandestino suo malgrado diventa un lavoratore in nero nelle campagne del Fucino. Sfruttato ai limiti della sopportazione, con paghe di 15-20 euro per dodici ore di lavoro quotidiane.
Grazie a questo criminale abbattimento del costo del lavoro, in tutto il sud Italia è facile per i grossisti della camorra imporre prezzi bassissimi per l’acquisto dei prodotti agricoli. Quasi a chiudere un circolo perverso, che dal campo alla mafia, porta il cibo sulle nostre tavole.






