SULMONA – Dalle carte dell’inchiesta sulla retata antidroga con venti arresti nella Valle Peligna (L’Aquila) spuntano fatti clamorosi come la preparazione di un ordigno per una presunta ritorsione che avrebbe dovuto “fare danni” come pure una trattativa per una partita di cento chili di cocaina. Oltre a una serie di  minacce anche nei riguardi di consumatori morosi. La bomba sarebbe dovuta esplodere come ritorsione dopo l’incendio di una macchina di uno degli indagati. Non avrebbe dovuto essere solo un gesto dimostrativo ma  un fatto reale solo che poi non sembra che il piano sia stato attuato.Metodi comunque di stampo mafioso come hanno riferito gli investigatori.

Inoltre la base operativa del gruppo era un bar di Sulmona. Alla base di tutto il businees della cocaina che permetteva un giro di affari di 200mila euro al mese. La droga, secondo quanto si è appreso, veniva portata a domicilio con pagamenti con il Pos.

Sono stati arrestati, sia pure con ruoli molto diversi tra loro, Ivano Antonio Di Marco, che sembra uno dei principali promotori della gang, Mario Pallozzi, Antonio Maccarone, Stefano Sito, Massimiliano Le Donne, Andrea La Civita, Davide Pantano, Mario Del Monaco, Fabrizio Pescatore, Alessio Mancinelli, Tommaso Ludovico, Mattia Alessandro Gasbarro e Daniele Cellini,  Nicolino Di Bucci, Giuseppe Di Muro, Michele Di Muro, Enri Bisha, Giovanni Massa e Aldo Ferrera,  Mario Iorio (ai domiciliari) .

Sono solo indagati Valentina Leonarduzzi, Patrizia Chiocco, Nino De Berardinis, Fabrizio Bonaventura, Biagio Esposito, Valerio Vacca, Stefano Franzese, Claudio Franciosa Pettine, Giovanni Massa, Pasquale Di Rosa, Francesco Anzellotti, Patrizia Ciccone,Peter Mastrangioli.

Ls richieste di arresto sono state invocate dal pm Roberta D’Avolio e accordate dal gip Marco Billi per le indagini fatte dalla polizia che ha scoperto anche ramificazioni nel teramano e nel pescarese. L’indagine è stata resa nota ieri in una conferenza stampa nella questura aquilana alla presenza del procuratore antimafia Alberto Sgambati.