NASHVILLE – Quello di Ruta Sepetys, novella scrittrice americano-lituana, non è il tipico stupore statunitense, genuinamente frivolo per un (fragoroso) successo ottenuto.

Il suo è uno stupore d’altra natura, uno stupore coltivato in un’anima lituana, qualcosa che sta da un’altra parte, sotto un altro cielo. Altre nuvole, altra neve.

“Avevano spento anche la luna” (“Between shades of gray”, 2011), pubblicato in Italia da Garzanti, prima casa editrice non statunitense a scommettere sul romanzo d’esordio della Sepetys, da noi giunto alla sesta edizione, porta il lettore in una zona sterminata fatta di incubi programmati per uccidere l’identità, la dignità e il futuro di milioni di persone.

E lo fa grazie al talento, notevole, della scrittrice, nonostante la paura per un esordio così complesso nella preparazione e nella stesura e dai connotati non certo ‘commerciabili’: scrivere un romanzo sulle deportazioni nei Gulag di Siberia delle popolazioni del Baltico da parte delle truppe sovietiche di Josif Stalin, per il naso di molte case editrici non sarebbe stato un affare.

Invece, ma sarebbe meglio dire infatti, il libro ha stravenduto ed è stato pubblicato in 43 Paesi e tradotto in 26 lingue, entrando di diritto nell’olimpo della grande letteratura per stile e contenuti.

Merito della penna e della fatica di Ruta Sepetys, capelli d’oro e occhi di cielo, un nome e un cognome da spiegare fin da piccola persino nel luogo più misto che l’umanità abbia mai conosciuto, perché sei una bambina di origini lituane che nasce negli Stati Uniti d’America, Michigan, ma negli States pochi conoscono la Lituania al di fuori della tua famiglia e della tua cerchia.

In America in pochi sanno che la Lituania è quel piccolo posto a forma di cuore incastrato nell’Europa che sale verso l’alto, dove non moltissimi anni fa si è consumata una vicenda terribile mai sviscerata a tappeto, (a parte “Arcipelago Gulag” di Aleksandr Solzenicyn e “I racconti di Kolyma” di Salamov Varlam), a differenza, ad esempio, dell’Olocausto della popolazione ebraica firmato dal regime nazista guidato da Adolf Hitler.

Ruta, americana-lituana, a un certo punto del cammino decide che è giunta l’ora di dare voce a un silenzio che si perde negli anni ’40 del secolo scorso e arriva fino ai giorni nostri.

“Avevano spento anche la luna” è un romanzo venuto alla luce ascoltando le testimonianze di chi è sopravvissuto agli orrori del regime Comunista guidato da Josif Stalin, è la storia in forma scritta di uno sterminio di massa, di uno stupro commesso contro l’umanità, è la storia di un silenzio figlio della paura di essere puniti in un giorno qualsiasi e in un’ora qualsiasi per il solo fatto di esistere.

È, soprattutto, la storia della giovane Lina Vilkas, (vilkas in lituano significa lupo), la protagonista del libro, della sua famiglia e di un universo di vittime e carnefici, sbocciata dalla penna della Sepetys grazie alle parole, alle lacrime, ai dettagli di chi da giovane era come Lina.

Che dell’autrice, pure se lei continua a negarlo, è probabilmente una specie di alter ego che ha preso forma all’insaputa della stessa Sepetys, la quale non porta addosso i segni delle torture e delle deportazioni nei Gulag siberiani, ma sa come mostrare al mondo ferite indelebili di centinaia di migliaia di famiglie, di milioni e milioni di persone, attraverso la sofferenza e il talento di una adolescente che non voleva cedere di fronte a un destino terribile.

Ruta Sepetys, non si aspettava un tale successo.

Vero. E non è neanche la mia storia. Questa è la storia delle genti non soltanto di Lituania, ma anche di Lettonia ed Estonia che l’hanno vissuta sulla loro pelle.

Il mondo ha quasi dimenticato le deportazioni delle popolazioni nel Baltico nei Gulag staliniani. Eppure si tratta di un evento che ha causato milioni di morti.

È incredibile come la gente che ha passato tutto questo sia stata costretta a credere che il mondo avesse dimenticato. Guardi alla mia famiglia, io sapevo soltanto una parte della storia. Mio padre è nato in Lituania, i miei nonni erano lituani. Mio nonno era un ufficiale dell’esercito lituano e quando Stalin occupò il Baltico nel 1940, fu costretto a fuggire con i genitori. Per nove anni hanno vissuto in Germania, quindi si sono trasferiti negli Stati Uniti. Ciò che non sapevo l’ho scoperto quando sono andata in Lituania per raccogliere testimonianze e informazioni poi confluite nel libri. Lì ho incontrato i miei parenti, lì ho scoperto che non c’erano foto di mio padre da giovane, né dei miei nonni, bruciate per evitare ripercussioni e ulteriori guai con il regime sovietico. Quando mio padre fuggì, i sovietici continuarono a cercare gli altri membri della nostra famiglia e ne deportarono diversi. All’improvviso mi sono sentita in colpa per aver scoperto che la mia libertà è frutto del sacrificio di così tante persone. I miei nonni, così come tanti altri in Lituania costretti ad affrontare quell’esperienza, non ne parlavano mai, specie perché la Lituania è rimasta sotto l’occupazione sovietica fino a non molto tempo fa. Una parola poteva compromettere la vita di qualcuno a migliaia di chilometri di distanza. Le persone venivano letteralmente ‘programmate’ per non parlare di quanto era accaduto, il rischio di essere deportati in Siberia era sempre vivo. Una volta tornata negli Usa, mi sono seduta a parlare con mio padre. Per entrambi è stato un momento molto triste, ma anche una liberazione.

La voce dei lituani, l’arte, la musica, la poesia, hanno agito da elementi conservatori della memoria che il regime sovietica cercava di cancellare in ogni modo.

È incredibilmente vero. Persone che hanno perduto famiglie, bandiera, storia comue, hanno combattuto lungo i decenni di occupazione con i migliori strumenti che l’umanità possiede. Il personaggio di Lina Vilkas racchiude in sé la forza di un popolo che non vuole perdersi nonostante tutto. Infatti, Lina è un’artista che si è affidata all’arte per tenere in vita una nazione, non soltanto la sua vita e quella della sua famiglia.

Quando si è resa conto che era arrivata l’ora di scrivere?

Nel 2005, quando ho compreso che la mia famiglia aveva subìto in profondità le conseguenze di quanto successo. In un attimo ho capito che dovevo dar voce a chi non ha mai potuto raccontare nulla per paura, per puro terrore. L’idea su cosa scrivere mi è venuta di getto, una ragazza che sogna la libertà e dà voce a milioni di persone. C’era solo da superare un particolare (ride, ndr): io non avevo mai scritto prima. Lavoravo nel mondo della musica con la mia società che rappresenta il grande chitarrista Steve Vai.

Molto famoso in Italia.

Sono stata con lui nel vostro Paese diverse volte e devo ammettere che è compreso e apprezzato molto di più in Italia che negli Stati Uniti. Proprio Steve, diciamo così, mi ha spronato a trasmettere certe emozioni in un libro, come fa lui con la musica.

Siamo di fronte a un caso di trauma dall’esito felice.

Sì, credo di sì. Ho voluto mettermi a fare le cose in grande, scrivendo e raccogliendo le testimonianze nello stesso tempo e visitando alcuni dei luoghi del dolore della mia terra. Rientravo subito in albergo dopo aver ascoltato i racconti e aver provato le emozioni dei sopravvissuti, volevo ‘catturarli’ e riportarli immediatamente nel libro che stava venendo su molto oscuro, motivo per cui l’ho aggiornato e rivisitato più volte. Negli Usa non lo avrebbero mai pubblicato così ‘nero’ e mi sono resa conto che anch’io cercavo qualcosa che parlasse di speranza in mezzo al buio più nero.

Si rende conto che è quasi impossibile trovare dei lavori così chiari sul genocidio staliniano nel Baltico, per di più attraverso le vicende di una famiglia?

Mentre intervistavo i sopravvissuti ero consapevole che stavo chiedendo loro uno sforzo enorme. Rivelare un segreto tenuto dentro per settant’anni a una persona sconosciuta è un grande, grandissimo sacrificio. Ovviamente ho promesso di non utilizzare i loro nomi, comprendendo il dramma di chi dopo così tanto tempo ‘sente’ ancora Stalin, come un’ombra che non ti lascia mai in pace. Durante la stesura ho riflettuto anche su un altro aspetto. A differenza di un film, un libro permette al lettore di ‘creare’ per sé i personaggi e il contesto, una simbiosi viva che fa ci fa emozionare persino leggendo cose che a scuola ci sembravano noiose, come date e numeri. La grandezza dei libri, la potenza dei libri.

Si era mai realmente interessata alle sue radici prima di decidere di scrivere il romanzo?

È una domanda fondamentale. Sono cresciuta negli Stati Uniti con questo nome, Ruta Sepetys, che mandava e manda ancora gli americani in confusione. Rispondevo sempre “sono lituana, le mie origini sono lituane”, a chi mi chiedeva da dove venissi, nonostante fossi una ragazza americana e non parlassi il lituano. Mi sentivo come se in qualche modo non avessi un’identità precisa. Mio padre ha sposato un’americana, in casa parlavamo l’inglese ma seguivamo le tradizioni lituane. Il cognome Sepetys è sempre stato qualcosa di molto importante per me, mio fratello e mia sorella. Mio marito non ha mai avuto questo problema, si chiama Michael Smith, ma se di cognome fai Sepetys il tuo mondo è un po’ diverso da quello degli altri con cui condividi la tua esistenza.

Come se la cava con una lingua difficile come quella delle sue origini?

Non è mai troppo tardi per imparare. Certo, non me la cavo benissimo, ma ho intenzione di studiarla come si deve. Scrivendo il romanzo ho compreso l’importanza di una lingua, specie di una lingua così antica e profonda come la nostra. Fin quando c’è una lingua comune, un popolo e la sua storia non possono essere annientati.

Ha sorpreso molto i lettori Usa. Crede che il suo libro possa essere usato come forma di propaganda contro il nemico storico degli Stati Uniti, il Comunismo?

Posso dire che qui negli Usa a scuola si studia l’Olocausto, senza leggere Primo Levi, ma non si studia il Comunismo. Insegnanti e professori delle scuole superiori e dei college sono rimasti molto colpiti dal mio romanzo, in fondo non si trova granché su questa parte di storia della seconda guerra mondiale anche se ora qualcosa si sta muovendo, in molti vogliono conoscere un evento drammatico tenuto nell’oscurità fino ad oggi. Sto praticamente aprendo una porta su un mondo oscuro, però non posso assolutamente paragonarmi a giganti come Levi, che ebbe un’esperienza diretta nella tragedia dell’Olocausto. Io sono soltanto un ‘tramite’, la storia appartiene a chi l’ha vissuta, agli eroi di Lituania, Lettonia ed Estonia, sopravvissuti e non a un vero e proprio incubo.

Riesce a sentirsi parte della storia moderna della Lituania?

Noi lituani siamo collegati in un modo unico, riusciamo a ‘sentirci’ parte di una nazione pur essendo sparsi in tutto il mondo. Mi sento fortunata, vedo che altri stanno provando a fare ciò che ho fatto io in altri settori. Penso a Marius Markevicius, un regista che ha firmato un bellissimo documentario, “The other Dream Team”, sulla nazionale di basketball lituana appena libera dal giogo sovietico. Adesso il mondo inizia a conoscere meglio la Lituania, si stanno pian piano creando diverse opportunità nel campo artistico, con tutto il business a esso legato. Spero che questo crei le condizioni affinché sempre più lituani possano vivere e lavorare in Lituania, evitando di dire addio alla loro terra per motivi economici.

Il suo prossimo passo?

Il libro è stato già inserito nei programmi scolastici in 25 stati americani e sembra proprio che il numero sia destinato a crescere. Che dire, è un sogno che si realizza. Stiamo preparando anche altri progetti per permettere agli studenti, di conoscere direttamente le persone reali della storia. Si parla già di video da realizzare, di progetti per continuare ad allargare il fronte, di materiale ne esiste molto, basta guardare al Museo del Genocidio in Lituania. Tradurremo le video testimonianze in inglese e creeremo un luogo online per permettere di scrivere della propria vicenda personale e di condividerla con il mondo. Ci vorranno anni, parliamo di qualcosa di molto ambizioso, ma per fortuna il motore è acceso, il meccanismo è partito. A me sarebbe piaciuto molto avere l’opportunità di entrare direttamente in contatto con Primo Levi,  ecco perché voglio continuare su questa strada per aprire sempre più porte insieme a tanta altra gente. In Italia, poi, siete stati meravigliosi, la Garzanti ha subito creduto nel romanzo e lo ha pubblicato per prima al di fuori degli Stati Uniti. Mi piacerebbe tradurre le lettere dei lituani che ringraziano l’Italia, il primo Paese del mondo ad aver dimostrato di non voler dimenticare.

I complimenti per il suo romanzo si sprecano. Che effetto le fa?

La cosa sorprendente è che in ogni nazione il libro viene percepito in modo completamente diverso da come lo intendo io. Ad esempio, nelle scuole statunitensi il libro è studiato per mettere in evidenza il coraggio e il concetto di sopravvivenza, in Francia invece lo leggono sotto l’aspetto dell’identità nazionale, in Spagna emerge il patriottismo, in Giappone il coraggio compassionevole. È un’esperienza incredibile. Poco tempo fa ho presentato il romanzo al Parlamento Europeo, discutendo sull’importanza della conoscenza della storia e sulla necessità di comprendere i rapporti tra le nazioni,  ciò che esse ‘sentono’, attraverso le vicende personali. Ad esempio, al Parlamento di Bruxelles una delle iniziative del governo lituano è sull’indipendenza energetica. A meno che tu non conosca la storia del nostro Paese, non puoi renderti conto del motivo che spinge una nazione a non voler comprare energia a caro prezzo dalla Russia, dove il libro, purtroppo, non è stato ancora pubblicato, né tradotto. L’umanità può migliorare, può superare le barriere che dividono le genti solo se ha un quadro completo davanti a sé, solo se conosce i fatti nella loro interezza.

Nonostante il successo, è consapevole di aver riaperto una vecchia ferita che per qualcuno era meglio tenere chiusa nel cassetto?

Ho riflettuto spesso su questo. Durante un’intervista radio con un’emittente italiana, un signore anziano al telefono, molto educato, mi ha posto una domanda terribilmente importante: “non crede che a volte sarebbe meglio guardare avanti e basta, mettendo da parte ciò che ci ha fatto male in passato?”. Una domanda che mi è rimasta dentro, tanto che la ripropongo agli studenti che incontro nelle scuole. Voglio sapere cosa ne pensano, voglio indagare, stimolarli. In Nebraska, una studentessa di 14 anni ha alzato la mano e ha detto: “Ho io la risposta alla domanda del signore italiano”. Non riuscivo a crederci. “La risposta l’ha data Helen Keller, ‘come possiamo comprendere la pazienza e il coraggio se la gioia è l’unica cosa che conosciamo?'”. Helen Keller era una scrittrice statunitense cieca e sorda, una donna capace di superare le enormi difficoltà della sua vita con coraggio, con gioia, con pazienza, con determinazione, proprio perché passata attraverso la sofferenza. Una lezione di come si può superare qualsiasi ostacolo nella vita. E la risposta arriva da una ragazza di 14 anni del Nebraska che cita una scrittrice come la Keller, in risposta a un anziano italiano.

La capacità di stabilire connessioni tra le persone di lingue, culture, razze diverse.

Si deve lavorare in questa direzione, andando incontro alla gente che resta in silenzio e che ha soltanto bisogno di essere ascoltata per poter cominciare a parlare di ciò che più la ferisce. In Lituania e non solo, pochi conoscono il dramma degli ebrei lituani durante gli anni dell’Olocausto, una storia che, come quella che racconto nel libro, fa ancora male a distanza di tanti anni. Parlarne, o iniziare a parlarne, dar voce a chi ha sofferto, sono i primi passi da compiere.

Continuerà a scrivere?

Sì, assolutamente sì. Sto già lavorando alla stesura di un altro romanzo su un fatto realmente accaduto durante la seconda guerra mondiale, a febbraio è uscito un altro libro, “Out of the Easy”. Ormai mi tocca scrivere.

Quando guarda ai lituani che devono tuttora lasciare la Lituania per cercare una vita migliore altrove, si rende conto di quanto il destino sia stato beffardo? Ci si libera di un mostro e si finisce nelle mani di un altro. Dal Comunismo a un altro sistema che non fa altro che schiacciare la popolazione.

Io so che molti lituani che vivono all’estero vogliono tornare a casa, si sentono ‘homesick’, gli manca una terra bellissima, meravigliosa. Siamo un popolo orgoglioso che nutre un profondo rispetto per la propria storia e la propria cultura, ma ci vorrà tempo. Certo, viviamo in una società che impone il modello del tutto e subito, ma per progredire serve tempo. Però le basi per costruire una nazione finalmente libera esistono già. La Lituania ha un’anima libera, se è riuscita a sopravvivere a Stalin può sopravvivere a qualsiasi avversità. Come l’anima di Lina Vilkas.

Il sito internet del libro all’indirizzo http://www.betweenshadesofgray.com/