L’AQUILA – Kamal, Nizar, Ramy. Erano venuti a Fontecchio a giugno, in provincia dell’Aquila, dal lontano Libano, accolti con calore, grazie al progetto internazionale Asmed, per condividere le buone pratiche di tutela e valorizzazione del patrimonio forestale, quello dei boschi e delle querce della media valle dell’Aterno, e quello della meravigliosa foresta di cedri anche millenari, della riserva dello Shouf, nel centro nord del paese medio orientale. Poi è arrivata la guerra, l’invasione dell’esercito israeliano, i bombardamenti che hanno provocato già 2.500 morti, e 12.000 feriti, 1,2 milioni di profughi in fuga dalle regioni del sud, di cui 400.000 bambini. Ed ora la loro vita è cambiata, e anche gli antichi cedri, nel caos dell’emergenza, diventano legna da ardere.

A raccontare ad Abruzzoweb questa triste vicenda è Sabrina Ciancone, sindaco di Fontecchio, capofila del progetto avviato nel 2020 dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) del Ministero degli Affari Esteri, esprimendo preoccupazione e solidarietà, ed anche un senso di impotenza. Nelle ore in cui anche le forze di pace dell’Unifil sono finite di nuovo sotto tiro , con quattro caschi blu ghanesi rimasti feriti, questa volta a colpire non sono state le truppe di Israele bensì i razzi di Hezbollah

“Con queste persone – spiega il sindaco -, con cui rimaniamo in costante contatto, si è creato un rapporto anche di amicizia, ben oltre l’essere semplici partner di un progetto. Da quello che ci raccontano, non sono direttamente coinvolti, nel loro territorio non ci sono i bombardamenti degli israeliani. Anche se alcuni, originari dei villaggi al confine meridionale, hanno subìto lutti, sono morti sotto le bombe amici e parenti. L’ultima call che abbiamo fatto è stata struggente, mai e poi mai avrebbero pensato di dover subire tutto quello che sta accadendo, nei loro occhi, nelle loro parole, ho visto tanta stanchezza e tristezza”.

Partner italiani del progetto, oltre al Comune di Fontecchio, sono il Cea Torre del Cornone – Ilex di Fontecchio, la cooperativa forestale Leaflab, l’ong Oikos di Milano mentre, per il lato libanese, troviamo appunto Al Shouf Cedar Reserve (Acs), che gestisce la Riserva della Biosfera dello Shouf, un territorio di 50.000 ettari è la più grande area protetta del Libano e di tutta la porzione Mediterranea del Medio Oriente, dove vivono circa 116.000 abitanti, di cui 48.800 rifugiati siriani. E l’obiettivo è quello di promuovere partenariati territoriali nel raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030, in particolare per quanto riguarda la gestione sostenibile del territorio e delle risorse naturali e per la promozione di opportunità economiche che esse possono generare.

Ed ora nel territorio dello Shouf, ai rifugiati siriani si aggiungono quelli del sud del Libano.

“Parliamo di decine di migliaia profughi che fuggono dall’area di guerra – prosegue Ciancone -, e che si sono stabiliti nell’area della riserva dello Shouf, che già vedeva la presenza di profughi siriani, e che non è assolutamente attrezzate e preparata per dare ora un’adeguata ospitalità. E così ci sono drammatici problemi dovuti alla carenza di acqua potabile, di carattere igienico dovuto alla difficoltà di gestire la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti e tanto altro”.

Ma c’è anche altro, rivela il sindaco, paradossalmente rischia di andare letteralmente in fumo anche il progetto che intendeva tutelare, valorizzare e trasformare in una risorsa culturale ed economica la meravigliosa foresta di cedri.

“Vista l’emergenza, tanti alberi vengono ora tagliati perchéserve la legna per scaldarsi e cucinare, e questo riguarda anche alberi secolari. Un altro effetto collaterale della guerra”, racconta il sindaco.

Ma qualcosa resta, nonostante il senso di impotenza e di rabbia, nelle azioni di pace, di dialogo e di solidarietà.

“Anche se vivi in un piccolo paese, scopri che in realtà quello che accade a decine di migliaia di chilometri ti riguarda ed irrompe nelle nostre vite. È già accaduto quando per mesi abbiamo ospitato profughi ucraini che ci hanno raccontato storie terribili, e con cui rimaniamo in contatto. Ora accade con gli amici libanesi. Ma forse qualcosa può farlo ognuno di noi: passi concreti e pazienti, alla portata di semplici cittadini e di abitanti di piccole comunità. Un passo in fondo, al di là di come andrà a finire, sono anche le iniziative che coinvolgono persone di altri paesi, culture e credi religiosi, incentrati sulla difesa della natura, sull’accrescimento culturale e sociale, animanti dalla solidarietà e la conoscenza reciproca, sulla consapevolezza che siamo appartenenti di un unico pianeta”.