PESCARA – La crisi economica. Sempre lei. Ogni giorno che passa morde più forte, affonda ancora di più i denti affilati nella carne di tutti noi, anche di chi, erroneamente, si credeva al riparo.

E adesso? Adesso non ci sono più operai contro padroni, ma operai e padroni costretti a lottare insieme contro un nemico comune che sta più su, più in alto, più intorno e più in profondità. Il cappio al collo, il sucidio, s’è quindi sdoganato, è entrato anche nelle stanze di quelle fasce della società che non dovrebbero conoscere, se non a sbalzi più o meno fisiologici, il vuoto nelle tasche. Come dire: la miseria non più è il pane quotidiano degli ultimi ma anche dei rappresentanti del vero benessere che nella piramide gli ultimi li sovrastano.

AbruzzoWeb pubblica la lettera firmata da Gianluca Baldini, giovane imprenditore della Baldo Promotion di Pescara, azienda che si occupa tra l’altro di stampe serigrafiche e di vendita all’ingrosso di articoli da regalo, gadgets, cancelleria, abbigliamento professionale.

Baldini è rappresentante della sezione pescarese dell’Associazione riconquistare la sovranità (Ars), di cui è presidente nazionale Stefano D’Andrea, presentata in riva all’Adriatico il 24 novembre del 2012, una delle tante realtà nate in Italia come reazione a quello che loro stessi considerano il pericolo numero uno per le nazioni europee: la moneta Euro.

IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DI GIANLUCA BALDINI

Vi scrivo per portarvi a conoscenza della mia storia. Mi piace pensare che le nostre esperienze siano in realtà molto simili, soprattutto nei periodi di maggiore crisi, e che condividerle sia un passo fondamentale per risollevarsi e andare avanti insieme.

Due anni fa ho perso mio padre, a seguito di una lunga malattia che lo ha costretto a cure molto impegnative e debilitatanti.

Mio padre era un ex elicotterista della Guarda di Finanza: in seguito a un incidente che non gli permetteva più di rinnovare l’idoneità di volo, decise di prepensionarsi ed investire i risparmi di una vita in un’attività imprenditoriale. La nostra. Ho ben impresso nella mia memoria il giorno in cui, ormai impossibilitato a deambulare autonomamente, fu accompagnato da me e mia madre nel day hospital del reparto di oncologia dell’ospedale di Pescara.

Da quell’ospedale non sarebbe uscito vivo e probabilmente il suo rifiuto a scendere dall’auto per entrare a salutare i presenti in azienda doveva essere interpretato in questo senso. “Sono orgoglioso e soddisfatto”, asserì, con gli occhi che dal finestrino scrutavano per l’ultima volta quella palazzina che lui stesso aveva fatto costruire con i sacrifici di una vita di onesto lavoro. Oggi quelle parole mi risuonano nella testa, sono il suo testamento verbale. Ed oggi sono qui, di fronte questa palazzina che ospita la mia abitazione, quella di mia sorella e la nostra attività, con il terrore di vederla crollare sotto l’attacco che il nostro stesso Stato sta sferrando, per mano di chi su questa crisi sta speculando attraverso il controllo indiretto sull’operato dei governi europei.

Poco più di un anno fa mi sono ritrovato nella particolare condizione di disagio di chi, assistendo alla fine di un governo che di certo non si è distinto per capacità né tantomeno per la sobrietà di chi ne muoveva le decisioni, viveva comunque un certo disagio nell’osservare i festeggiamenti della fine dell’era Berlusconi. Il disagio apparentemente immotivato, col passare delle settimane, ha trovato una spiegazione: si era realizzato un vero e proprio colpo di stato finanziario.

Grazie ai contributi sul web di chi si impegnava nel promuovere la vera informazione, realizzavo che quella che stiamo vivendo è una crisi preannunciata, politica, funzionale all’accettazione di misure di intervento straordinario che altrimenti sarebbero state impossibili da proporre e che, finita l’emergenza, saranno ormai immortalate o sedimentate, come piace dire agli architetti dell’Euro, nell’ordinamento giuridico. La finalità di queste misure è la realizzazione del progetto di liberoscambismo europeo, che nulla ha a che vedere con quello che i media e i cosiddetti opinion leader hanno raccontato in questi anni e continuano a raccontare in questi giorni proponendo una retorica europeista fallace, quella del “sogno europeo”.

Chiedere sacrifici che nessun economista con un minimo di senno proporrebbe per rilanciare l’economia (una ripresa in un momento di crisi si può avere solo con nuovi investimenti, la cosiddetta “austerità espansiva” è una assurdità) equivale a chiedere a un bambino di mettersi a dieta ferrea e rinunciare ad almeno un pasto al giorno, perché solo così crescerà sano e robusto.

Il quadro è stato completato dall’analisi chiara ed efficace proposta dall’avvocato Stefano D’Andrea, presidente dell’ARS, che analizzava da tempo l’incompatibilità dei trattati dell’Unione Europea con i principi sanciti dalla Costituzione Italiana.

In Stefano e nella sua associazione io ed i miei “compagni di viaggio” abbiamo intravisto uno spiraglio, la possibilità di sovvertire lo stato delle cose. Così abbiamo deciso di associarci e di partecipare alla promozione delle attività dell’associazione su tutto il territorio nazionale, perché nel panorama politico italiano non esistono altre realtà di valore che promuovano senza ambiguità e ripensamenti l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea per la riconquista della piena sovranità, come sancito dal secondo comma dell’articolo 1 della nostra Costituzione.

Il nostro obiettivo non si limita di certo a promuovere la sola uscita dall’euro, in quanto la riconquista della sovranità è condizione sì necessaria, ma non sufficiente a realizzare la vera applicazione dei principi costituzionali, che è l’obiettivo da noi auspicato.

Ma senza dubbio alcuno l’abbandono della moneta Euro e dell’Unione Europea è il primo passo per poter cominciare a decidere in autonomia cosa fare del nostro paese, la conditio sine qua non. Non rimarrò a guardare il mio Paese che cade sotto questi attacchi finanziari, che svende i servizi pubblici ai capitali privati (se non fosse stato per il sistema sanitario nazionale vivrei sotto un ponte, visto che le cure che hanno tenuto in vita mio padre costavano 8 mila euro al mese), che subisce una vera e propria annessione a questo Quarto Reich che ha dichiarato una guerra senza armi. Lo devo ai miei figli, anche se più realisticamente temo che dei nostri sforzi potranno beneficiare solo i nostri nipoti.

L’importante è che, prima di lasciare questa vita, possa sussurrare anche io ai miei cari quelle parole: “Sono orgoglioso e soddisfatto”.