L’AQUILA – Si era già insinuato nel florido mercato della ricostruzione privata il cartello formato da ‘ndranghetisti e imprenditoria locale, smantellato questa mattina da Guardia di finanza e Polizia al termine di un’indagine iniziata nel primi mesi del post sisma e coordinata dal procuratore distrettuale antimafia, Alfredo Rossini, e dal sostituto Fabio Picuti, che hanno chiesto e ottenuto dal gip Marco Billi gli ordini di custodia cautelare.
Agli arresti in carcere, sono finiti un imprenditore aquilano, Stefano Biasini, 34 anni, e altre tre persone, tutte nate a Reggio Calabria, che farebbero parte della cosca mafiosa locale Caridi, Zincato e Borghetto: Antonino Vincenzo Valenti di 45 anni, residente a Reggio Calabria, Massimo Maria Valenti (38) residente all’Aquila in via Caprini, e Francesco Ielo (58) residente ad Albenga (Savona).
Per tutti l’ipotesi di reato contestata è di concorso esterno in associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis del codice penale): una novità assoluta nell’ambito delle indagini condotte nel post sisma all’Aquila.
I risultati dell’operazione sono stati presentati in una conferenza stampa tenuta dal procuratore Rossini, dal sostituto Picuti, dal prefetto, Giovanna Maria Iurato, dal questore Francesco Cecere, dal comandante provinciale della Guardia di finanza, Giovanni Domenico Castrignanò, dal capo della squadra mobile della Questura dell’Aquila, Fabio Ciccimarra, e dal capo della Polizia tributaria, Gianluca De Benedictis.
Tutti hanno sottolineato il significativo dato legato alla sinergia tra i due corpi che hanno operato e l’autorità giudiziaria.
Gli accusati si sono resi responsabili di aver a vario titolo rapporti tesi a favorire l’ingresso nella ricostruzione privata dell’Aquila della cosca affiliata alla ‘ndrangheta, Caridi Borghetto Zindato, in particolare fornendo supporto logistico all’Aquila a una serie di aziende legate a Santo Giovanni Caridi, Giovanni Zindato, Carmelo Gattuso e Pasquale Giuseppe Latella. Gli arrestati sono reclusi nelle carceri di Teramo, Avezzano, Roma e Reggio Calabria.
Gli appalti ai quali le società in odore di ‘ndrangheta avevano partecipato sono due, con un fatturato complessivo di circa 200 mila euro perché relativi a case con danni lievi. Erano in trattative, secondo quanto si è appreso, per un’altra quindicina di commesse sempre nella ricostruzione privata nell’ambito della quale non serve la gara pubblica, ma c’è l’affidamento diretto.
Sventato, pertanto, anche il rischio di un blocco di cantieri con inevitabili ripercussioni sul processo di ricostruzione.
“Lypas” è il nome di una delle ditte riconducibili all’organizzazione criminale, sulla quale hanno indagato uomini del nucleo di Polizia tributaria dell’Aquila, Gigo e Scico delle Fiamme gialle, e i poliziotti della squadra Mobile della Questura dell’Aquila; una sinergia messa in campo a seguito di una delle oltre 4 mila segnalazioni formulate dal gruppo interforze di prevenzione attivato dalla Prefettura dell’Aquila dopo il sisma per contrastare e prevenire infiltrazioni della malavita organizzata nell’assegnazione degli appalti pubbilci e, soprattutto, di quelli privati, dove il rapporto tra cliente e ditta è diretto in virtù degli indennizzi concessi per la ricostruzione, per il conseguimento dei quali non è necessario alcuna evidenza pubblica degli appalti né il requisito della certificazione antimafia per l’impresa individuata per l’esecuzione dei lavori.
Un fenomeno di cui AbruzzoWeb si è già occupato nei mesi scorsi, come i lettori sicuramente ricordano.
ROSSINI: ”SIAMO PIENI DI INFILTRAZIONI”
“Siamo pieni di infiltrazioni; per contrastarle ci stiamo ammazzando, tutti combattiamo per eliminare le conseguenze”.
È l’allarme lanciato dal procuratore della Repubblica e della direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, Alfredo Rossini, nel corso della conferenza stampa.
“Sono felice del risultato centrato con questa operazione”, ha proseguito Rossini, ricordando che fin dai giorni successivi al terremoto la Procura ha alzato il livello di attenzione nella convinzione che nel cantiere più grande d’Europa ci sarebbe stato il forte interesse della criminalità organizzata.
PICUTI: ”RICOSTRUZIONE APPETIBILE PER CRIMINALITÀ”
Il sostituito Fabio Picuti, in prima linea in questa indagini coordinata dal procuratore, si è complimentato con polizia e guardia di finanza per la sinergica attivita’ di investigativa contro le infiltrazioni della malavita organizzata.
“Dopo il terremoto – ha ricordato Picuti – sia il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, sia il procuratore Rossini avevano lanciato l’allarme sul fatto che l’Aquila potesse diventare territorio di conquista per la criminalità organizzata che punta sulla ricostruzione. Oggi le indagini non dicono che L’Aquila sia diventata Corleone o zona di mafia e ‘ndrangheta, ma che sull’Aquila c’è l’attenzione delle organizzazioni mafiose le quali tentano di inserirsi nella ricostruzione post terremoto. Ma Squadra mobile e Gico sono stati molto attenti”.
Il pm ha poi spiegato che il reato contestato si è manifestato con la disponibilità di imprenditori locali nel mettere a disposizione basi logistiche locali per permettere che la organizzazione si infiltrasse nel tessuto economico”.
IL PREFETTO: ”ISTITUZIONI UNITE”
Il prefetto, Giovanna Maria Iurato, ha sottolineato l’unità di intenti delle istituzioni sul territorio aquilano, ricordando l’azione di prevenzione della prefettura che fin dai giorni successivi al terremoto ha monitorato le aziende che lavorano nel cratere del terremoto arrivando a 4 mila controlli, “un lavoro messo a disposizione della direzione distrettuale antimafia”.
“Siamo fieri di questo risultato – ha detto il procuratore della Repubblica Rossini – ottenuto grazie ad un’intensa attività di sintesi tra le forze dell’ordine in campo e posso dire che anche la procura distrettuale antimafia ha fatto un buon lavoro. Decisive, nell’ambito delle indagini, sono state le intercettazioni, telefoniche e ambientali: è bene che la gente lo sappia. Molto spesso questo strumento investigativo viene criticato”.
“Lo screening effettuato dal gruppo interforze attivato già da diverso tempo ha dato i suoi frutti – ha concluso la Iurato – Risultati di cui la Dda ha tenuto conto ampliando l’indagine. Il lavoro per prevenire le infiltrazioni nella ricostruzione continua senza sosta”.
IL QUESTORE: ”PREMIATO IL LAVORO DI SQUADRA”
Tutte le istituzioni dello Stato hanno lavorato a stretto contatto per la perfetta riuscita dell’operazione: “In quindici anni di servizio è la prima volta che partecipo a una conferenza stampa in cui ci sono contemporaneamente vertici della Procura e del ministero dell’Interno – ha commentato il questore dell’Aquila, Stefano Cecere – Questo tavolo rappresenta un esempio di ciò che si sta facendo all’Aquila: se si lavora tutti insieme ci sono e ci saranno ottimi risultati”.
FINANZA E POLIZIA: ”ATTENZIONE SPASMODICA”
“C’è un’attenzione spasmodica sull’attività nel cratere – ha spiegato il comandante provinciale della Finanza Giovanni Domenico Castrignanò – Dopo le indagini criminali siamo stati coinvolti come polizia tributaria con le indagini su documenti finanziari e analisi bancarie in una vicenda che ha dimostrato come la sinergia e la collaborazione possano essere efficaci nel contrastare il crimine organizzato”.
Lo stesso concetto è stato sottolineato dal capo della squadra Mobile, Fabio Ciccimarra, e dal capo della polizia Tributaria, Gianluca De Benedictis, il quale ha spiegato che sono state fatti accertamenti su 30 persone fisiche e su dieci persone giuridiche.
Avviata nel 2009 l’indagine si è sviluppata su due binari: uno volto all’individuazione di elementi probanti sotto il profilo penalistico, finalizzato all’accertamento delle prove della connivenza tra imprenditoria locale ed esponenti delle cosche calabresi (come le intercettazioni telefoniche, ambientali e fotografie degli incontri), ed uno rivolto all’acquisizione di elementi economico-finanziari e patrimonali che testimoniassero l’attività sul territorio finalizzata a mettere le mani sugli appalti per la ricostruzione.
“L’Aquila non è Corleone o un’altra zona caratterizzata dalla presenza della mafia – ha spiegato li sostituto procuratore Fabio Picuti – ma è evidenti che la criminalità organizzata è interessata al denaro per la ricostruzione e ha tentato di inserirsi nell’ambito della rete di appalti. Le indagini hanno dimostrato la compiacenza di imprese locali che si sono messe a disposizione delle famiglie della ‘ndrangheta, fungendo da base logistica per l’ingresso sul territorio della malavita”.
In particolare, anche in seguito ai rilievi sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta emersi all’Aquila, c’è stata anche l’operazione ‘Alta Tensione’ della Procura di Reggio Calabria che ha portato all’arresto di numerose persone, tra cui il boss Santo Giovanni Caridi, sul conto del quale tra l’altro sono emersi collegamenti con societa’ aquilane impegnate nella ricostruzione.
Riguardo alla vicenda odierna, è emerso che il commercialista del boss aveva acquistato il 50 per cento della società di costruzioni ‘Tesi srl’, di proprietà di uno dei quattro arrestati, Stefano Biasini. Secondo quanto si è appreso, Caridi si sarebbe inserito nella ricostruzione attraverso Stefano Biasini, con la mediazione degli altre tre arrestati.
“All’Aquila c’è un’attenzione spasmodica per contrastare e prevenire le infiltrazioni mafiose – ha spiegato il comandante provinciale della fiamme gialle della provincia dell’Aquila, Giovanni Domenico Castrignanò – I meriti di questo successo vanno distribuiti a tutti coloro che hanno svolto l’indagine e operato sul campo per ottenere questo straordinario successo”.
L’attività investigativa ha preso spunto dopo la segnalazione di un’Ati (associazione temporanea di imprese), di cui faceva parte una ditta edile con sede legale a Castelvolturno (Caserta).
“Un dato che ci ha insospettito – spiega il capo della squadra Mobile dell’Aquila, Fabio Ciccimarra – Nel corso delle indagini sono state acquisite intercettazioni ambientali, telefoniche che hanno contribuito a confermare i rapporti tra imprese e malavita, confermate anche da un incontro che si è svolto in un albergo dell’Aquila, comprovato anche da fotografie. Le indagini si sono poi intersecate con quelle svolte dalla Polizia di Reggio Calabria che hanno contribuito a rivalutare fatti ed eventi per la definizione del quadro investigativo”.
Le indagini, ha infine sottolineato il comandante del nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza dell’Aquila, Gianluca De Benedictis, hanno contribuito al “sequestro di quote sociali di quattro società, otto automezzi, cinque immobili e 25 rapporti bancari, riconducibili agli indagati e dalle attività commerciali facenti capo ai quattro arrestati per un valore complessivo di un milione di euro. Al vaglio degli investigatori sono passati circa 30 persone e una decina di società”.
CIALENTE: “HO FIDUCIA NELL’ATTIVITA’ DELLE FORZE DELL’ORDINE”
“Ho grande fiducia nell’attività del prefetto e delle forze del’ordine, questo è tutto quello che posso dire”.
Il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, commenta così ad AbruzzoWeb i quattro arresti nell’ambito di un’inchiesta della Dda dell’Aquila riguardante infiltrazioni mafiose nella ricostruzione privata post terremoto.
“Le infiltrazioni mafiose nel processo di ricostruzione – aggiunge – sono una mia grande preoccupazione. Diventerebbero davvero un morbo per la città dell’Aquila”.
DEL CORVO: “SPERIAMO SIA L’ULTIMO CASO”
Un plauso all’attività di Procura e forze dell’ordine viene anche dal presidente della Provincia dell’Aquila, Antonio Del Corvo.
“L’indagine è stata avviata già da molto tempo – ha dichiarato ad AbruzzoWeb – ciò vuol dire che l’allerta è alta e questo è un segnale positivo. Purtroppo i soldi che ruotano attorno alla ricostruzione sono un ghiotto bottino, soprattutto in questo periodo di crisi economica. Speriamo che quello di oggi sia l’ultimo caso di questo tipo”.



