L’AQUILA – Continuare a garantire i servizi sociali ai cittadini, puntando a non far scendere il livello qualitativo. In attesa di poter canalizzare i 3 milioni di euro dei fondi Carfagna, arrivati dopo quattro anni di rimpalli e di gestazione burocratica, che permettano, tra le altre cose, di dare anche una sede definitiva al centro antiviolenza, il tutto in collaborazione con la Provincia dell’Aquila.
Questo è lo spirito, d’animo e di legge, con cui Emanuela Di Giovambattista, affronta il delicatissimo ruolo da assessore alle Politiche sociali del Comune dell’Aquila, in una realtà post-sisma sempre più tesa e complessa che deve fare i conti con fondi sempre più scarni, a fronte di un elenco di servizi molto ampio previsti per legge con i Piani sociali regionali al cui ‘interno’ si trovano i Piani di zona.
“Proprio lì, nel piano di zona, cominciano le nostre difficoltà – spiega l’assessore in una lunga intervista ai microfoni di AbruzzoWeb – partendo da una norma regionale che dovrebbe garantire i fondi per un’ampia gamma di servizi sociali previsti, ma i finanziamenti nel corso del tempo sono stati tagliati. E questo fa sì che per continuare a garantire l’assistenza ai cittadini, la qualità scende. E il Comune dell’Aquila ha sempre ovviato con risorse proprie a fronteggiare il piatto sempre più magro dei fondi regionali”.
Attualmente, spiega l’assessore, nel piano di zona 2014, il Comune aquilano “va a coprire il 60 per cento della spesa necessaria a garanzia dei servizi. Lo stesso vale per alcune annualità precedenti”.
Ecco dunque l’importanza di fare necessità virtù, come spesso affermato dalla Di Giovambattista, impegnata in una città “stanca, demoralizzata, qualcosa di ‘naturale’ per una popolazione che subisce un terremoto in cui c’è una prima reazione che vede sprigionare le energie. Il motore poi piano piano si spegne e la stanchezza si sente. E ci sono anche maggiori tensioni sociali tra le persone, compresa la violenza sulle donne, ma qui serve un ragionamento con la Asl e con altre istituzioni- Pensiamo a strutture di supporto e di accoglienza. Senza dimenticare le politiche sui giovani, su cui il Comune, anche qui, deve far fronte con fondi propri, e sugli anziani”.
“In queste condizioni, per cercare di migliorare la qualità dei servizi abbiamo scelto la via delle reti con le associazioni presenti sul territorio”, spiega l’assessore. “Ma i fondi vanno aumentati e non tagliati, questa è la verità”.
“A breve partiremo con primo un progetto sperimentale – annuncia – nell’ambito dei ‘servizi di prossimità’, puntando da subito all’emergenza povertà, che all’Aquila si sente eccome. Le risorse verranno destinate a questo ‘universo’ che, purtroppo, include diverse problematiche. I servizi di prossimità, in questo senso, sono la prima esperienza di coprogettazione ed attuazione di servizi tra istituzione e realtà del terzo settore e prevedono l’avvio del welfare-mix anche nella nostra realtà”.
Per evitare però che si finisca per credere che gli aiuti sociali siano la soluzione completa ai guasti della società, “va compresa l’importanza dell’occupazione, che ‘apre’ alle altre possibilità, come quella di pagare gli affitti, magari anche ridotti. I servizi sociali sono un pezzo del percorso, per migliorare le cose servono azioni condivise”.
“Ma la Regione Abruzzo non ha dato un euro in più per le emergenze dell’Aquila. Eppure era prevedibile che in una città terremotata si potessero creare delle problematiche di tipo sociale”, lamenta l’assessore, che attende l’esito delle elezioni regionali per chiedere nuovamente degli interventi speciali per la città, tenendo comunque conto del ruolo essenziale del governo di Roma, il luogo in cui i tagli vengono ufficializzati.
“Deve essere chiaro che i livelli di servizi sociali sono rimasti stabili, ma una nazione che si rispetti deve essere in grado, ad esempio, di aumentare le ore di assistenza sociale. Se guardiamo alle ore di assistenza domiciliare in Francia, c’è da vergognarsi. Le politiche sociali in Italia vanno fatte in modo diverso da come si fanno adesso”.
Sul capitolo immigrazione, all’Aquila capitolo ‘esploso’ dal terremoto in poi, l’assessore batte i pugni sul tavolo per gli stessi motivi ‘regionali’.
“La legge regionale 46 sull’immigrazione – spiega – che metteva a disposizione degli enti locali le risorse per l’integrazione, non è stata più finanziata. Questo non vuol dire che non dobbiamo più occuparcene, ma l’integrazione che noi portiamo avanti, quella culturale, è un percorso lungo. Non si fa dall’oggi al domani”, dice l’assessore, che sul tema della creazione di luoghi di aggregazione chiusi in città ha le idee chiare.
“Il luogo di aggregazione è la città e deve essere spontaneo, l’aggregazione stessa è un movimento spontaneo, dunque il luogo di aggregazione più vero e spontaneo è la città. Quindi, restituire la città ai cittadini è la direzione verso cui si muove l’amministrazione”.





