L’AQUILA – Sartine, modiste, dattilografe, con i loro accompagnatori di tutte le età e categorie sociali, innamorati e amanti: il Gran Caffè e Cinematografo Eden, all’Aquila, ai primi del Novecento, svolgeva anche questo licenzioso ruolo di “alcova” per tante coppie senza rifugio.
Salotto della “L’Aquila bene”, lungo corso Vittorio Emanuele, fino agli anni ’90, e per un breve periodo dopo il Duemila, il Gran Caffè Eden nacque subito dopo la realizzazione dei portici del Liceo e l’allargamento del corso all’altezza dei Quattro Cantoni con la demolizione della chiesa di San Francesco a Palazzo nel 1880.
Ma non si è sempre chiamato in questo modo né tantomeno è sempre stato un caffè.
Un trafiletto sulla Gazzetta Commerciale dell’Aquila del febbraio 1880, infatti, riportava la notizia tra gli annunci di apertura delle nuove attività: “Da qualche sera c’è grossa folla dinanzi le vetrine eleganti della Pasticceria Perrucci, sotto palazzo Ciolina, nei nuovissimi Portici. Auguriamo al sig. Perrucci grassi affari”.
I rinomati pasticci, dolci e liquori artigianali di Ettore Perrucci conquistarono i palati esigenti degli aquilani, sempre più in cerca del bello e del buono, come testimoniato dall’intenso periodo di trasformazioni e rinnovamento che attraversava la città alla fine dell’Ottocento.
L’Aquila stava vivendo una sorta di Belle époque e una nuova vivacità commerciale e sociale dopo i lutti del terremoto del 1703.
La pasticceria Perrucci passò di mano nel 1884 a Riccardo Vicentini fino al 1888, anno del grande evento dell’Esposizione di Aquila, poi ancora fu rilevata dai signori Carlo e Cesare Carello, fino al 1891.
Tutti affittuari dei locali che restavano comunque di proprietà dell’amministrazione provinciale, come d’altronde è ancora oggi.
Il vero cambiamento, la vera innovazione ci fu proprio nel 1891, con la gestione di tale Vincenzo Cedro che inaugurò il “Caffè Americano”: sala ristorante e, dal 1908 la grande novità di uno spazio riservato per il cinematografo e di un locale rinnovato con “specchi eleganti e arredi pregiati e assai costosi” come scritto sul periodico satirico e caricaturista dell’epoca La Civetta.
Ed ecco che al Gran Caffè Americano, ben presto diventato luogo di ritrovo abituale degli aquilani, si potevano gustare, tra le altre specialità, consommè per 30 centesimi a porzione, maccheroni al pomodoro per 60 centesimi, frittura piccata per centesimi 80, genovese per 70, vino nostrano nero per 40 centesimi alla mezza bottiglia.
Per chi poi, volesse proseguire la serata nel più allettante spazio cinematografo, erano assicurate proiezioni delle ultime novità del cinema muto che accompagnavano nell’ombra della sala gli incontri di amanti ufficiali e ufficiosi.
O ancora, nello spazio riservato all’intrattenimento serale, si poteva godere, è il caso di dire, delle esibizioni canore e artistiche delle danseuse che stuzzicavano la fantasia degli uomini di ogni età e ceto sociale: i signori, ingessati nei loro smoking di ottima fattura, i garzoni con il vestito buono.
Giochi di seduzione e trasgressione senza distinzione di classe, in un’epoca in cui anche solo una caviglia nuda era immagine sensuale e provocante.
È proprio in questo periodo, che il Gran Caffè prese il nome di “Eden” e si trasformò nel più classico dei café chantant o caffè-concerto, cambiando gestione ancora una volta con la “Società Anonima Eden”.
Le domeniche aquilane non furono più le stesse, come recita una filastrocca apparsa su Ju Raschiu, un altro periodico satirico caricaturista cittadino: “Domenica tu sei un Eden! […] Caffè, Caffè, Caffè rugoso e straziante, ridicolissimo caffè, cercami un’amante!”.
Le fantasie degli uomini non furono più le stesse e l’ombra complice del cinema e delle sale da teatrino, univa alle rappresentazioni musicali gli incontri e l’amoreggiare e gli innamoramenti folli come quello raccontato in un libro del 1923 “Muse, musetti e museruole” di Pietro Scarselli, teramano.
La raccolta di lettere d’amore si apre con la dichiarazione struggente della passione di un giovanissimo frequentatore dell’Eden per la prima ballerina Mary Nandor, che, per sfortuna del suo spasimante, era invece innamorata di un po’ di tutti quelli che la corteggiavano.
Il libro in questione contenente questo diretto riferimento, datato 1911, proprio al Caffè Eden aquilano è stato scovato in un mercatino da Cesare Ianni del gruppo di azione civica Jemo ‘Nnanzi.
Il successo del Gran Caffè Eden sembrava non avere battute d’arresto, nonostante la satira pungente dei giornali caricaturistici degli anni Venti, come il già citato Ju Raschiu, che non smettevano mai di sottolineare l’ambiguità di certi spettacoli, i pastrani appoggiati sulle gambe degli amanti per nascondere “quelle mani fortunate”, o il programma delle rappresentazioni che prevedeva “ buio e massaggi” invece dei titoli dei film.
Il momento di maggiore splendore giunse negli anni ’30, con la ristrutturazione e l’ampliamento dei locali su progetto degli architetti Silvio Santoro prima e Mario Bafile poi.
Il Gran Caffè Eden fu riccamente decorato secondo i dettami dell’Art déco con vetrate e pitture allegoriche e con arredi acquistati direttamente a Vienna, nel tentativo di riprodurre lo stile appunto di un caffè viennese.
Per la decorazione della Sala furono chiamati tre esponenti della corrente romana dell’Art déco, Virginio La Rovere, Giulio Rufa e Francesco Barbieri oltre a un giovanissimo Fulvio Muzi, aquilano, come garzone di bottega, che impreziosirono le stanze con i loro lavori in ferro battuto, vetro sabbiato e pittura.
Gran parte di queste decorazioni sono andate perdute ben prima del sisma che ha colpito L’Aquila il 6 aprile 2009 e ne resta unica testimonianza il libro La decorazione della Sala Eden di Giorgio De Marchis, curato dalla fondazione omonima e pubblicato nel 2005.
Il luogo simbolo della vita sociale aquilana degli ultimi 130 anni è ora chiuso e puntellato, dal dopo terremoto, in attesa di ritornare, come tante cose sono già tornate, agli antichi fasti.






