L’AQUILA – “Ho letto sul Capoluogo la riflessione sul Teatro di piazza d’Armi del professor Marcello Gallucci, la cui conoscenza ed amicizia risale ai tempi gloriosi del Teatro universitario (Tadua) e del quale ho profonda stima per l’impegno culturale e politico”.
È quanto dice in una nota il produttore Federico Fiorenza, ex direttore del Teatro stabile d’Abruzzo.
“Mi conforta il suo intervento – spiega Fiorenza – che è anche una testimonianza che ‘squarcia’ la nebbia che da tanti anni soffoca lo sviluppo di una nuova epifania del teatro e della cultura all’Aquila e, di riflesso, in Abruzzo”.
Per Fiorenza, all’Aquila c’è una “occupazione politica della cultura che ancora oggi si perpetua”, con uno “spreco di risorse destinate non alla produzione culturale ma al mantenimento di una casta di provenienza politica”.
LA NOTA DI FIORENZA
Appartiene all’Italia ed all’Abruzzo degli anni ’60 quell’epifania creata da uomini come Nino Carloni, Luciano Fabiani, Peppino Giampaola, e Lorenzo Natali al ministero della Cultura, ad Alternative Attuali, alla grande musica, al teatro ed all’arte contemporanea nelle massime espressioni riconosciute all’Abruzzo ed all’Aquila dalla nazione.
Anni felici per la cultura nazionale ma anche gli anni dell’indebitamento pubblico.
Mi si permettano alcune considerazioni su quanto Marcello Gallucci rileva a proposito del progetto di Teatro a Piazza d’Armi ma soprattutto sul “clima” che questo progetto sottende e su quanto da tempo ingessa non solo il teatro.
Luciano Fabiani commise un errore storico quando nel 1975, per avere maggiore libertà di manovra e per limitare i costi di un circuito di 23 teatri in cinque regioni che il Tsa gestiva, fece nascere l’Associazione teatrale abruzzese e molisana (Atam) “relegandoci” il fondatore del Tsa Peppino Giampaola; fu un errore storico perché doveva limitarsi a restringere all’Abruzzo l’area di servizio del Tsa e non togliere allo stesso il potere contrattuale distributivo dell’ente.
Dico questo in riferimento a quanto Gallucci afferma invitandolo a non considerare gli ultimi venti anni ma a riflettere sulle cause vere di una occupazione politica della cultura che crea in quegli anni e in quella occasione quello che ancora oggi si perpetua, quello che ancora oggi è “spreco” di risorse destinate non alla produzione culturale ma al mantenimento di una “casta” della cultura di sola provenienza politica.
Qualcuno si è mai chiesto come è possibile che per ben 36 anni presidenza e direzione di una “associazione” diciamo teatrale siano confermati e ne abbiano un sostanzioso ritorno ben più ampio di quanto la stessa “associazione” investa nei propri compiti istituzionali.
Molti si chiedono il perché ma nessuno ne trova una spiegazione!
La “sfacciata occupazione clientelare” che Gallucci lamenta mi sembra circoscritta a poche persone che da tempo gestiscono cultura ed eventi nelle varie forme associative nella città e malgrado pesanti avvertimenti giudiziari superati con incredibile nonchalance, passando da una parte all’altra di consigli e giunte, perseverano indisturbati nei loro atteggiamenti di salvatori della patria.
Il progetto del nuovo teatro può essere una cartina di tornasole di una situazione a volte paradossale per le incongruenze che evidenzia.
Il teatro comunale dell’Aquila, con i suoi scarsi 500 posti, è stato da sempre un motivo di preoccupazione rispetto alla gestione finanziaria.
La stagione teatrale aquilana che tanto si rimpiange aveva un costo medio complessivo di 350 mila euro e ricavi per abbonamenti e biglietti per meno della metà senza considerare i costi di gestione e del personale.
Teatri, musei, sale concerti sono da sempre l’esempio della civiltà di una nazione che investe in essi e che in essi rappresenta memoria e storia della propria cultura.
A un anno dal terremoto il sindaco Cialente dichiarava l’immediata realizzazione dei lavori di restauro e ristrutturazione del Comunale, progetto pronto, finanziamento disponibile.
Ad ottobre dovrebbe essere pronto un altro teatro realizzato nell’ex Garden di Monticchio con un progetto dell’associazione citata,
Un altro teatro già in via di realizzazione sempre a Monticchio si deve alla solerte attività di Teatro Zeta.
Con Piazza d’Armi e l’architetto Cucinella siamo a quattro.
Al di là di una riflessione sui costi delle operazioni su citate, della realizzazione anche tecnica dei teatri affidati ad architetti o ingegneri lontani dal mestiere del teatro che hanno dato spesso alla nazione esempi di inutili e dispendiosi manufatti, vale la pena ricordare che nuove tecnologie e soluzioni permettono la costruzione di teatri che soddisfano sia le esigenze di allestimenti tradizionali sia quelle sempre più importanti di allestimenti di ricerca o a pianta centrale.
San Pietroburgo ha attivi 100 teatri e ha iniziato la costruzione di altri quattro proprio per questa esigenza.
La Tempesta del Piccolo Teatro fu allestita al Lirico di Milano che ha un palcoscenico di 20 metri di boccascena e 18 di profondità a Roma fu rappresentato al teatro Argentina che ha quasi queste dimensioni.
Per ovvi motivi finanziari nemmeno il Piccolo con il suo potere culturale e operativo si può permettere allestimenti che credo siano finiti con Il Ventaglio di Luca Ronconi e le nuove tecniche di messa inscena riducono costi ma non richiesta di nuovi spazi.
Ma dove è il pubblico per tutti questi teatri? Non è forse più importante fare una promozione verso il pubblico che verso il cemento armato, non è più importante oggi,in questa martoriata città, pensare all’anima ed alla mente attraverso nuove attenzioni e solidarietà.
Supponenza e ignoranza ma non è solo con la stupefazione dolorosa che possiamo consolarci ma con una forte indignazione e con quello che Carmelo Bene diceva delle cose che non gli piacevano “amico mio, prima o poi nella vita si passa alla cassa” metafora formidabile per dire che a questi signori prima o poi i conti si faranno.






