L’AQUILA – “Dopo un 2009 nero per i guadagni, oggi, a più di due anni dal terremoto, la situazione sta tornando alla normalità, anzi sto registrando un aumento atipico del fatturato dovuto al fatto che stanno rientrando sempre più persone nelle loro abitazioni e quindi aumentano i clienti. Ma io sto parlando del mio punto vendita, ben altra è la realtà di molti commercianti, imprenditori e artigiani aquilani”.
L’AQUILA: COMMERCIO IN CRISI, ”FAMIGLIE SEMPRE PIU’ POVERE”
di Annalisa CascianiQuesto lo scenario che racconta ad AbruzzoWeb Angelo Antonio Liberati, presidente provinciale della Fida-Confcommercio e proprietario, in società con il fratello, della Conad in viale della Croce rossa, in un’intervista in cui racconta la difficile ripresa della sua attività dopo il sisma e anche la complessa situazione del commercio all’Aquila.
Nel capoluogo, oltre che con la crisi, i commercianti devono anche fare i conti con molti problemi derivati dal terremoto, che ancora non si riescono a risolvere. “La chiusura delle attività del centro, che erano a conduzione familiare, ha portato queste famiglie, benestanti prima del terremoto, a vivere in condizioni di estrema indigenza”, ha spiegato Liberati.
I fratelli Liberati vanno avanti l’attività commerciale di famiglia da quasi mezzo secolo: “esistiamo dal 1964, prima avevamo il negozio in piazza San Pio X, da dieci anni, invece, stiamo in questo nuovo punto vendita. Alle nostre dipendenze ci sono dieci persone: altrettante famiglie a cui io e mio fratello diamo lavoro”, racconta Angelo.
Questo punto vendita sorge a poche centinaia di metri dalla Fontana Luminosa. In pratica prima del terremoto eravate il supermercato sotto casa per molti aquilani che abitavano nel centro storico.
Quando abbiamo aperto il punto vendita dovevamo offrire un “servizio di vicinato”, così si chiama in gergo. Una grossa fetta del fatturato, circa il 35 per cento, proveniva dai clienti del centro storico. Molte famiglie avevano una frequentazione consolidata del nostro supermercato.
Anche gli studenti erano clienti abituali?
Sì, il numero degli studenti che abitavano in centro era ampio, ma penso che non si recupererà mai, perché se fossi un genitore e mio figlio dovesse venire all’Aquila per prima cosa guarderei alla sicurezza della casa dove va a vivere.
Dopo il terremoto, com’è cambiata la vostra clientela? Prima dovevano essere persone anziane o comunque clienti del centro storico che venivano a fare la spesa a piedi. Adesso invece?
Il consumatore post sisma è molto diverso. Viale della Croce rossa è ormai l’unica strada a doppio senso che taglia la città. Ci sono altre strade complanari ma il traffico si concentra su questa. Da una clientela stabile siamo passati a una di passaggio.
Le abitudini alimentari sono cambiate?
La nostra offerta si è dovuta adeguare alle nuove esigenze. Abbiamo dovuto ampliare i reparti gastronomia e liquidi, anche perché offriamo servizio alla maggior parte degli operai delle ditte che lavorano nel centro storico.
Molte famiglie abitano nei progetti C.a.s.e, anche molto lontani dai supermercati, è cambiato il loro modo di fare la spesa?
Prima venivano a fare la spesa quotidianamente, le famiglie del centro arrivavano a piedi, adesso devono per forza prendere la macchina e vengono in media una volta a settimana.
Il vostro terremoto? Avete avuto danni al supermarket?
A 60 ore dal sisma eravamo già riaperti. Siamo stati il primo punto vendita a garantire un servizio alla città. Avevamo una persona a tutte le porte così in caso di scossa si poteva evitare il panico. Ma il 2009, specialmente i primi mesi, è stato un anno nero per il fatturato.
Cosa avete fatto per risollevarvi?
Siamo rimasti aperti per i pochi aquilani, i molti Vigili del fuoco e gli uomini della Protezione civile. Ma l’anno del terremoto per il guadagno è da cancellare.
Quando è cominciata a migliorare la situazione?
Nella primavera del 2010 sono rientrate le prime famiglie che avevano le case classificate “A” o “B”, è tornato un po’ di “ossigeno commerciale”, poi lentamente è andata sempre meglio. Si è consolidato il fatturato e, nonostante la crisi, adesso si sta incrementando, ma è un aumento atipico dovuto al fatto che settimana dopo settimana rientrano sempre più famiglie nelle loro abitazioni.
Questo aumento del fatturato è riscontrabile per ogni commerciante aquilano?
Questo accade nel mio punto vendita, forse aiuta il fatto che è una zona di passaggio. La realtà degli altri commercianti, imprenditori e artigiani è ben diversa.
Lo può spiegare meglio ai lettori di questo giornale? Lei è presidente provinciale della Fida-Confcommerico e ha sicuramente un punto di vista privilegiato sulla situazione del commercio all’Aquila.
In centro prima del sisma c’erano circa 950 attività, oggi ne sono state riaperte soltanto 30 e sono quasi tutti bar e locali pubblici. La ricollocazione c’è stata, ma soltanto il 50 per cento ha ripreso a lavorare. Le altre attività commerciali sono in attesa di una risposta del Comune per ripartire e che di un luogo in cui farlo. Per esempio per il mercato di piazza D’Armi ci sono più di 100 ambulanti che stanno aspettando. Sono da già due anni dislocati in vari punti della città in sistemazioni provvisorie.
E la condizione dei proprietari di queste attività ricollocate o non riaperte qual è?
C’erano decine e decine di aziende a conduzione familiare, era l’unico reddito che avevano e purtroppo da una vita agiata prima del 2009, oggi, si trovano in condizioni critiche.
Parla di povertà post terremoto. Secondo lei c’è stato un aumento delle famiglie indigenti all’Aquila dopo il 6 aprile 2009?
Io, ad esempio, raccolgo i buoni delle suore di San Vincenzo. Quest’anno ho anticipato i soldi e quando le vincenziane troveranno i fondi mi ripagheranno. Ma la questione è che c’è un aumento delle emissioni dei buoni. Questo è indice che la povertà è aumentata. È confermato anche dalla staticità della ripresa della città. Inoltre il potere d’acquisto del ceto medio è diminuito.
Non è un paradosso che ormai le famiglie passeggino, soprattutto, nei centri commerciali e che invece spendano di meno?
L’Aquilone è l’unico centro commerciale che all’Aquila possa vantare questo nome, gli altri sono gallerie commerciali perché non ci sono supermercati. Dicono che tutti vanno lì, ma poi lo scontino medio è sceso, in gergo si dice che è “sceso il carrello”. Questo si aggiunge alla crisi che comunque si avverte a livello nazionale.
Quali settori stanno risentendo maggiormente della crisi?
Sicuramente al primo posto c’è il settore dell’abbigliamento, con un calo del 6 per cento. Poi la grande distribuzione, il settore alimentari con il 2,2 per cento. E poi scioccante, dopo l’ingresso dell’euro, per la prima volta, il settore discount non si sta incrementando, nei primi mesi del 2011 ha smesso di aumentare il fatturato e non era ancora mai successo.
Che cosa si può fare all’Aquila per riprendersi dalla doppia crisi: economica e del terremoto?
Molti commercianti aquilani hanno pianto, anch’io l’ho fatto. Ormai però dobbiamo smettere di farlo, rimboccarci le maniche e metterci insieme, tutte le categorie: artigianali, commerciali e industriali per rialzarci dalla crisi.
La legge regionale impone che le attività commerciali non stiano aperte più di 42 domeniche l’anno. Ma all’Aquila se stanno chiusi i negozi, le persone cosa fanno?
Nel 2009 e nel 2010 abbiamo chiesto una deroga, proprio a causa del terremoto, per poter stare aperti tutte le domeniche e ce l’hanno concessa. Quest’anno invece no. Io, nel 1999, avevo fatto una proposta per le cosiddette “turnazioni”, praticamente la città era stata divisa in quarti, rifacendoci alla storia, in ogni quarto dovevano esserci sempre uno o due punti vendita aperti per garantire il servizio alla cittadinanza. Avevo azzardato anche la possibilità di mettere fuori dai supermercati un cartello con scritto quale sarebbe stato aperto la domenica successiva, un po’ come per le farmacie di turno. Quest’anno l’ho azzardata di nuovo, ma non è stata presa in considerazione per non scontrarsi con la legge regionale.
Prima in centro la domenica i negozi erano sempre chiusi. Adesso invece sono aperti perché?
Le attività ricollocate subiscono il contratto d’affitto e se l’attività maggiore, per fare un caso Leclerc, è aperta devono esserlo anche gli altri negozi. Anche se la legge regionale su questo punto è chiara: nella domenica di chiusura, devono esserlo tutti, ma nelle domeniche di apertura si può scegliere se aprire o meno, non c’è obbligatorietà.
C’è un esodo verso altre realtà commerciali, in città vicine?
L’attrazione di Roma Est, solo per fare un esempio, è fortissima. Ma anche i centri commerciali di Avezzano (L’Aquila) e di Magliano de’ Marsi (L’Aquila), si trovano a soli 20 minuti di macchina.
Allora perché all’Aquila si fanno tanti problemi per aprire nuovi centri commerciali?
Il problema è che si deve cercare di salvaguardare il piccolo, chi ha fatto la storia del commercio all’Aquila. Sarebbe opportuno che i rappresentanti commerciali facessero un piano strategico per far vivere il centro della città. Non dico il centro storico, ma zone centrali che possono diventare centri commerciali naturali, come via Strinella.
Verranno aperte nuove attività commerciali vicino ai nuovi nuclei abitativi?
Prima di aprire una nuova attività va studiato l’indotto, un esempio: aprire ad Aragno (L’Aquila) non ha senso, non c’è mercato. Gli uffici, poi, devono alleggerire la burocrazia, ma anche le banche devono aiutare i piccoli commercianti concedendo prestiti per riprendersi: invece hanno chiuso i rubinetti.
Che cosa potrebbe aiutare l’Aquila a uscire dall’empasse del terremoto?
Questa “benedetta” zona franca. L’unica cosa che è appesa a un filo e potrebbe portare un po’ di respiro per l’apertura e l’occupazione.
Intanto...
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