L’AQUILA – “Quattro nuovi incidenti nei Laboratori di Fisica Nucleare del Gran Sasso sono stati tenuti nascosti alla cittadinanza. Un dato inquietante, in un impianto ‘immerso’ nell’acqua potabile usata da 700 mila persone e classificato a rischio di incidente rilevante con 2 mila 200 tonnellate di sostanze pericolose stoccate irregolarmente”.
La denuncia arriva dalla Mobilitazione per l’acqua del Gran Sasso, che “svela”, con un’attività di inchiesta, nuovi incidenti che vanno ad aggiungersi ai tre già noti alla popolazione.
“L’ultimo, un incendio del primo giugno 2016 che ha portato a ritardare di mesi un esperimento, non era noto neanche ai Vigili del Fuoco, nonostante i Laboratori, un impianto sotterraneo con enormi problemi di sicurezza, siano classificati ufficialmente ‘a rischio di incidente rilevante’, in base alla direttiva Seveso a causa della presenza di 1.000 tonnellate di acqua ragia nell’esperimento Lnd e 1.292 tonnellate di trimetilbenzene nell’esperimento Borexino. Molti altri esperimenti, invece, non usano sostanze così pericolose”, si legge nella nota.
Ieri a Teramo, in occasione di un incontro pubblico, sono stati presentati tutti i documenti emersi “durante laboriosi e difficoltosi accessi agli atti presso tutti gli enti a vario titolo coinvolti e informazioni desunte dai documenti dei ricercatori stessi. Il capitolo incidenti è solo uno dei tanti della storia ma uno dei più significativi”.
“Sappiamo che a giugno del 2016 si è verificato un incendio nel tunnel di collegamento tra la sala A e la sala B dei Laboratori, area ex Bam, ad un’unità di condizionamento che ha portato al rinvio di un esperimento per mesi e all’attivazione di assicurazioni. La scoperta in questo caso è avvenuta grazie al lavoro d’inchiesta della Mobilitazione che ha passato in rassegna centinaia di documenti dei ricercatori. Due presentazioni, una dei referee degli esperimenti e una di un ricercatore coinvolto nell’esperimento News, hanno permesso di evidenziare l’evento”, spiegano gli ambientalisti.
“A quel punto abbiamo chiesto ai Vigili del Fuoco di Teramo e L’Aquila i documenti sul loro intervento e su eventuali rapporti e relazioni. Ci hanno risposto ufficialmente che non ne sapevano nulla – dichiarano gli ambientalisti – Quanto accaduto è di gravità inaudita. In primo luogo non sappiamo le conseguenze dei fumi sprigionatisi sull’acqua. In secondo luogo è inaccettabile che i gestori di un impianto a rischio di incidente rilevante che ospita in sotterraneo 2.200 tonnellate di sostanze pericolose e infiammabili non segnalino immediatamente alle autorità preposte un evento di questo genere”.
“Tra l’altro gli eventi incidentali già avvenuti devono essere obbligatoriamente analizzati dagli enti pubblici proprio nell’ambito della pianificazione della prevenzione degli incidenti. Certo fa riflettere che tutto ciò sia avvenuto in una situazione di quasi completa irregolarità per quanto riguarda il rispetto della direttiva Seveso sulla prevenzione degli incidenti industriali rilevanti, visto che nel 2016 i Laboratori non avevano neanche il Rapporto di Sicurezza approvato (e non lo avevano ancora almeno fino a gennaio 2018) e il Piano di Emergenza Esterno per i cittadini era scaduto da 5 anni”, denuncia ancora l’associazione.
Ad aggravare il quadro per l’associazione ambientalista, “una legge vietava lo stoccaggio di queste sostanze nei pressi delle captazioni fin dal 1988, decreto legislativo 236/1988, per cui l’accumulo di queste sostanze è avvenuto ‘contra legem’ e in maniera irregolare. Inoltre una norma del 1999 decreto del presidente della Repubblica 152/1999, ribadita dall’articolo 94 del Testo Unico dell’Ambiente (decreto legislativo 152/2006), imponeva anche l’allontanamento di queste sostanze. Anche questo obbligo non è rispettato”, prosegue Mobilitazione per l’acqua del Gran Sasso.
“Le carte per gli anni Novanta del secolo scorso raccontano di un incendio nel 1996 e di due fuoriuscite massive di sostanze dal sistema anti-incendio nel 1992 e nel 1999. Questi eventi provocarono grande preoccupazione negli enti pubblici per la sicurezza dei laboratori, come si evince dal tenore delle lettere di prefetto, vigili del fuoco, Infn – aggiunge l’associazione nella nota – Poi ci sono stati gli incidenti noti, i due nel 2002, in particolare quello del 16 agosto 2002 con lo sversamento di trimetilbenzene nel fiume Mavone che poi portò al sequestro dei laboratori nel 2003 per il mancato rispetto proprio delle norme di sicurezza (tra l’altro anche della direttiva Seveso) e l’incidente con il diclorometano dell’agosto 2016, emerso peraltro quattro mesi dopo solo per caso ed indirettamente per un improvvido comunicato della Regione Abruzzo”.
La Mobilitazione ribadisce, infine, la necessità di “un’operazione trasparenza da parte di tutti gli enti pubblici e richiama l’obbligo di legge di allontanare quelle sostanze pericolose stoccate irregolarmente nei laboratori. In questo modo i Laboratori uscirebbero dagli obblighi della direttiva Seveso con ovvie ripercussioni positive sulla sicurezza del sistema Gran Sasso, venendo meno il rischio più importante”.






