CHIETI – Erano chiamate pinciaie, umili case fatte di argilla, unica materia prima a costo zero reperibile in loco, tirate su con il mutuo aiuto dai contadini poveri. Case che, per decenni, hanno mantenuto lo stigma della miseria, dell’emarginazione sociale. Abbandonate man mano, con il boom economico, a partire dagli anni ’50, con l’avvento del cemento, delle villette, e dell’espansione delle periferie, segno di un benessere conquistato.
Oggi la ruota del tempo sembra essere girata. Basta andare a Casalincontrada, borgo poco distante da Chieti, capitale abruzzese delle case di terra cruda. Delle 800 rimaste in piedi sul territorio regionale, qui se ne contano ben 120, e soprattutto le vecchie e vili pinciaie sono diventate una vera e propria attrazione turistica, che negli ultimi anni ha portato a Casalincontrada frotte di turisti, scolaresche, architetti e studenti universitari.
Tutti vengono a visitare le case di terra abbandonate, dello stesso colore delle campagne che le circondano, ma anche quelle, una decina per ora, che sono state recuperate e riabitate, o trasformate in centri visita e di documentazione, di cui uno di proprietà del Comune, bed and breakfast, e sede di altre attività commerciali. Belle, calde e ospitali, dotate di tutti comfort.
Merito di questo non scontato miracolo spetta anche a Gianfranco Conti, architetto annoiato dal calcestruzzo, che da vent’anni lavora a quella che lui definisce “un lungo lavoro di recupero della memoria”, prima anche che un’operazione urbanistica e di sviluppo locale.
“Abbiamo dimostrato – spiega Conti ad AbruzzoWeb – che un patrimonio che fa parte in tutto e per tutto della nostra terra da sempre, è il caso di dire, sinonimo di povertà e arretratezza, figlia di un’epoca da dimenticare, si è rivelato invece una grande ricchezza, perché racchiude significati alcestrali, profondi che attraggono e affascinano”.
C’è una peculiarità di questa riscoperta virale: le persone non vengono a Casalincontrada solo per osservare e fotografare, ma per partecipare ai tanti work shop organizzati dall’associazione Terra onlus, in particolare in occasione della festa della Terra, arrivata quest’anno alla 19ª edizione, in cui si può partecipare alla realizzazione di manufatti e anche al restauro delle case di terra, apprendendo ritmi e segreti i segreti delle antiche tecniche di costruzione.
“Nell’epoca degli smartphone e del virtuale – rileva l’architetto – c’è un bisogno diffuso di ricoprire la manualità, di ritrovare un rapporto diretto, fisico, con la materia. C’è un desiderio di fare le cose insieme, e vedere concluso un lavoro ben fatto, perché innesca un meccanismo di autostima. E questa è un’esperienza appagante, che per molti vale più di una vacanza in un hotel a 5 stelle”.
La tecnica che si insegna è quella “a massone”, tipica dell’Abruzzo e delle Marche, con cui questi manufatti sono stati edificati per secoli.
“Con la terra argillosa non vengono realizzati mattoni essiccati, ma viene preparato un impasto, un po’ come si prepara il pane, mischiato a paglia, che poi viene fatto riposare per far perdere l’acqua in eccesso – racconta – Le panette vengono poi amalgamante, e posto in opera “a banchi”, alti 70 centimetri di 70 centimetri e largo un metro, e la casa cresce come un vaso realizzato con al tecnica della colombina”.
Una riscoperta glocal, infine, quella delle case di paglia.
“Si pensa che le case di terra – conclude l’architetto – siano curiose abitazioni tipiche di alcune aree rurali italiane. Ma non è così, un terzo della popolazione mondiale vive ancora di case di terra cruda, realizzate con le più svariate tecniche. L’abitare contemporaneo globale non è fatto di solo cemento, e anche noi a tal proposto dovremmo finalmente imparare a limitare al minimo il consumo di suolo, recuperando, l’immenso patrimonio abitativo tradizionale vuoto ed inutilizzato dei nostri paesi”. Filippo Tronca





