STOCCOLMA Sono passati, oggi, esattamente trent’anni dalla scomparsa di Ingrid Bergman, ma il suo nome non sembra lontano. Forse perchè tra i tanti motivi di un ricordo così vivo, rimane impresso nel nostro immaginario una figura atipica di attrice, pur nella sua icona così emblematica di stella hollywoodiana.
Nata a Stoccolma il 29 agosto del 1915 (e per ironia della sorte morta nello stesso giorno a 67 anni ‘suonati’) Ingrid Bergman era figlia d’arte, anche se a soli 13 anni si ritrova orfana di entrambi i genitori. Trascorre così un’infanzia solitaria ma in soli pochi anni qualcosa di davvero inaspettato la toglie via dalla sua semplice e malinconica esistenza. Una piccola parte in un film girato e ambientato in Svezia (“Il conte della città vecchia”) e poi la scoperta del regista Gustaf Molander che comprende le sue grandi potenzialità, la fa diventare nel giro di pochi anni una grande promessa del cinema.
Ha poco più di vent’anni quando prende il volo per gli Stati Uniti, invitata dal produttore americano Selznick, che già le propone un contratto da diva: avrebbe potuto scegliere personalmente i copioni da girare, i registi, i partner con cui recitare.
Un privilegio non solo destinato al fascino di una femminilità senza eguali, ma soprattutto da una personalità che non poteva passare inosservata.
Nell’immaginario collettivo, resta impressa tutta la sua unicità la memoria del film “Casablanca”, diretto da Michael Curtiz, che la Bergman girerà accanto a Hunphrey Bogart. A poco meno di trent’anni riceve così nel 1943 la prima nomination all’Oscar come attrice protagonista con il film “Per chi suona la campana”, ma sarà con il thiriller “Angoscia” che vincerà la prima prestigiosa e ambita statuetta dorata.
Dopo l’incontro con sir Hitchcock, che immortala il fascino e la grandezza dell’attrice svedese con i suoi “Io ti salverò” e successivamente con “Notorius”, Ingrid Bergman entra inevitabilmente nel mito. L’insuccesso commerciale del discusso kolossal “Giovanna d’Arco”, la fa riflettere sulla sue reali ambizioni di attrice. La sua dura condanna al cinema consumistico e più in generale all’industria hollywoodiana, la porta ad interessarsi agli autori europei. Erano gli anni del neorealismo e Ingrid Bergman sembra fortemente attratta e incuriosita da questa nuova corrente di cambiamento.
Le capita di guardare “Roma città aperta” e “Paisà” e resta affascinata dallo stile di Roberto Rossellini, che poi diventerà per diversi anni suo compagno di vita. Ingrid incontra Roberto a Parigi e così esplode quel magico colpo di fulmine, che porterà l’attrice a girare con il maestro del neorealismo “Stromboli terra di Dio”, in una parte che Rossellini aveva pensato inizialmente per Anna Magnani. La sua fuga in Italia fa scandalo negli States, tanto che verrà poi definita “un apostolo della degradazione di Hollywood”.
Ma lei tornerà negli Usa. E ancora una volta sarà nella sua vera patria d’adozione da vincitrice, con un’altra statuetta, grazie al film “Anastasia”. Ma l’esperienza con Rossellini, maturata con i capolavori “Europa ’51” e “Viaggio in Italia” la segnerà per sempre. E la arricchirà di un’atipica, stravagante unicità. Basterebbe guardare una delle sue ultime grandi intepretazioni come “Sinfonia d’autunno”, del regista svedese Ingmar Bergman, per capire. Una sintesi perfetta, pur se diafana e in alcuni tratti astratta, di quanto il volto Ingrid Bergman potesse raccontare. E ricordare di lei.
Pelle di pellicola, cellula cellulosa della stessa materia, paesaggio in limpida penombra, nascosto dentro le irreali dune degli zigomi. E dietro di esse, le prime luci di un’alba eterna e irriproducibile, irreale: due piccole aurore col colore e la voce della luna. Col bagliore di una stella che s’immacchia e risplende dallo schermo sulle nostre pupille. E che non cessa di brillare, anche quando ci sembrerà di essere fuori dalla sala, lontani da lei e dal suo accecante e disarmante sorriso. Passeranno gli anni. Ma dovunque andremo, resterà con noi. Erminio Cavalli



