L’AQUILA – Quando partirà la cosiddetta ricostruzione pesante, per ora ferma per la confusione in atto, nonostante le promesse e gli annunci di sblocco, la governance si troverà di fronte a un’emergenza che, colpevolmente, in questo momento viene sottovalutata: la tracciabilità finanziaria delle imprese che si aggiudicheranno i milionari appalti privati.
Un autentico campo minato, perché da più parti si denuncia inefficace il varo di norme.
Se non affrontato, il fenomeno finirà per incidere negativamente più di quanto abbia fatto il cambiamento delle regole ad appalti in corso, fatto, questo, che ha bloccato i pochi progetti approvati e, addirittura, i pochissimi lavori iniziati, per i quali i condòmini hanno ricevuto il finanziamento.
In tema di tracciabilità finanziaria, alla superficialità della governance fa da contraltare una sempre maggiore preoccupazione di cittadini e anche amministratori di condominio, questi ultimi responsabili delle procedure di assemblea, alle prese con la gestione di appalti diretti, alla luce della natura del finanziamento legato all’indennizzo e non al contributo che avrebbe imposto la gara.
Cittadini e amministratori chiedono maggiori garanzie perché, tra l’altro, ritengono gli attuali strumenti di controllo insufficienti, intempestivi e inefficaci.
E lanciano l’allarme in un momento in cui il fenomeno non è ancora esploso in tutta la sua gravità.
La problematica è complessa e anche pericolosa, tanto che sia la prefettura che la procura della Repubblica dell’Aquila, ciascuna per le proprie competenze, stanno monitorando con attenzione la situazione.
Entrando nel merito, il grido di allarme è stato innescato dal fatto che le informazioni traccianti rappresentate dal Codice unico di progetto, il famoso Cup, non vengono ritenute sufficienti.
C’è chi propone la richiesta del certificato della Camera di commercio attestante la proprietà della società per risalire fino alla obbligatoria individuazione del destinatario ultimo (persona fisica) degli utili di impresa.
Secondo i cittadini alla ricerca di maggiore chiarezza e garanzie, la questione deve essere trattata con più puntualità nelle assemblee di condominio, ma anche dalle istituzioni.
Il panorama è piuttosto variegato: accanto ai già citati casi “pericolosi”, ci sono fattispecie di imprese che si sono affermate nel “cratere” con professionalità e legittimamente, sia nella fase dell’emergenza e che in quella della ricostruzione, e che hanno portato a casa appalti importanti anche nella ricostruzione pesante, cioè nei condomini classificati “E”, i più danneggiati dal tragico sisma.
UN ESEMPIO: IL CASO SOLES SPA
Un esempio emblematico è rappresentato dalla Soles Spa che, come fiore all’occhiello, può vantare una parte del mega appalto del progetto C.a.s.e..
Che cosa faranno i condòmini e gli amministratori che si sono affidati a questa impresa controllata da una fiduciaria?
Ci limitiamo a riportare i fatti: il pacchetto azionario di Soles Spa è detenuto al 75,70 per cento dalla società Solfin Edilizia Spa, che ha sede legale a Padova, ma la cui proprietà è al 100 per cento della società Aiglon Holding Sa, con sede in Lussemburgo, cioè in un paradiso fiscale incluso nella cosiddetta “lista grigia” del fisco italiano.
A sua volta, da fonti di stampa emerge che la Aiglon è di proprietà della società anonima Fipal, con sede in Montevideo (Uruguay), che è nella “lista nera” e della società Delta Erre Spa di Padova, che è una società fiduciaria.
Inoltre, consigliere di amministrazione della società Solfin Edilizia S.p.a è il signor Graziano Debellini, rinviato a giudizio dalla Procura di Padova per il reato di truffa all’Unione europea.
Da sottolineare che, contro i paradisi fiscali, si è deciso di usare il pugno di ferro a ogni livello. Anche dal recente G20 è emerso l’impegno preciso a mettere fine a questo vizio.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha pubblicato due elenchi.
Nella “black list” figurano Costa Rica, Malaysia, Filippine, Uruguay. La “lista grigia”, invece, include 38 Paesi, tra cui Lussemburgo, Svizzera, Austria, Belgio, Singapore, Cile e isole Cayman, Liechtenstein Liechtenstein, Antille olandesi, Belgio e Principato di Monaco.
Nazioni che, pur essendosi impegnate a rispettare le regole dell’Ocse, non le hanno “in sostanza” applicate.
I G20 hanno deciso che ci saranno sanzioni contro quei Paesi che non forniscono le informazioni richieste, oltre all’irrigidimento dei vincoli amministrativi e il divieto per gli stati membri di depositare i loro fondi in queste nazioni. (red)
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