L’AQUILA – “Fate il vostro comunicato stampa con le solite cose che potete dire su questo argomento delle possibili repliche e non si parla della vera ragione della riunione. Va bene?”
Nuova intercettazione sull’ex capo dipartimento della Protezione civile Guido Bertolaso, tanto shockante quanto nebulosa e sempre riconducibile all’orbita del processo alla commissione Grandi rischi che si è appena concluso.
Stavolta sulla graticola non c’è la riunione del 31 marzo 2009, che ha causato il processo, ma quella del 9 aprile 2009, a terremoto dell’Aquila già avvenuto.
A dare questa intimazione, non si parla della vera ragione della riunione, è proprio Bertolaso rivolgendosi all’allora presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) Enzo Boschi, uno dei sette condannati a 6 anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni colpose.
In effetti dopo il devastante sisma la Cgr si è riunita ancora. Per parlare di cosa non si sa, visto che è calata una cortina di ferro e oggi grazie a Repubblica.it si scopre anche come.
“Mi hanno chiesto, ci saranno repliche, scosse come quella di ieri? – racconta Bertolaso a Boschi – Ho detto guardate signori, è inutile che mi fate queste domande, perché noi ci rifacciamo a quello che decide la comunità scientifica quella vera. Oggi pomeriggio ci sarà una riunione all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia della Grandi rischi”.
“Quindi io ho detto loro che la riunione di oggi è finalizzata a questo quindi è ovvio che la verità della situazione non la si dice”, puntualizza il capo dipartimento.
E Boschi è concorde: “Il vero scopo della riunione è questo, capire come si sta valutando la zona, non è che abbiamo in mente tragedie o altro”.
“Quando avete finito mi chiami te e mi dici quello che vi siete detti”, rincara Bertolaso e il sismologo è d’accordo: “Posso assicurare che il nostro è un atteggiamento estremamente cooperativo. Facciamo un comunicato stampa che prima sottoponiamo alla tua attenzione”, chiude.
La “vera ragione della riunione”, quella che “non la si dice”, al momento è sconosciuta. Il sito web del quotidiano del gruppo l’Espresso ipotizza che si potesse parlare della tenuta della diga del lago artificiale di Campotosto, sulla cui tenuta in quei giorni c’erano molti dubbi in caso di altre scosse forti.
Al momento non ci sono conferme. Quello che è confermato è che molti processi in pieno post-sisma avvenivano in modo affatto trasparente.
Come già quella con l’ex assessore regionale alla Protezione civile Daniela Stati, che ha portato Bertolaso a essere indagato, la telefonata è spuntata tra quelle dell’inchiesta G8. Quella veniva dagli uffici giudiziari di Perugia, questa, invece, dalla procura della Repubblica di Firenze.
Qualora sia stata scartata in questo procedimento giudiziario, non sarà utilizzabile in altre eventuali inchieste abruzzesi. (alb.or.)
CIALENTE: ”MI SENTO TRADITO”
“Mi sento profondamente tradito in quelle che erano le mie responsabilità perché quando queste persone dicevano quelle cose erano gli stessi momenti in cui lavoravamo fianco a fianco e io chiedevo continuamente la verità”.
Lo afferma il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, commentando l’intercettazione Bertolaso-Boschi.
“Hanno detto bugie anche a me, che lavoravo con loro – sbotta ora Cialente – Era una preoccupazione costante, venivano i cittadini a chiedere di argomenti come la tenuta della diga di Campotosto e io chiedevo sempre”.
Cialente spiega che “questo atteggiamento mi fa capire tante cose ora. Mi hanno tenuto da parte e in punizione – si lamenta – Ho capito anche il perché del commissariamento di 40 mesi, 9 con Bertolaso e altri 31 con Gianni Chiodi. In questo periodo non si doveva disturbare il manovratore, altrimenti mi mettevano in punizione. Poi per Franco Gabrielli (ex prefetto del capoluogo e successore di Bertolaso, ndr) sono diventato il ‘sindaco litigioso'”.
Il sindaco chiude ricordando che “ho scoperto che Chiodi ha restituito 447 milioni a Roma impegnati e non spesi”.
“Ora si delinea il quadro vero del clima che c’é stato in quei mesi tragici”, conclude.
“Ho l’obbligo di essere esaustivo al capello per arrivare alla motivazione e qualunque cosa al di fuori non si può dire”.
Lo ha affermato il giudice unico Marco Billi che ha condannato a sei anni di reclusione i sette componenti della commissione Grandi rischi.
Avvicinato in tribunale dai cronisti che lo hanno “assediato”, il giudice non ha voluto aggiungere altro.
Intanto fonti della procura affermano che Billi si sarebbe già messo al lavoro per le motivazioni, che dovranno essere depositate entro il 20 gennaio 2013, a 90 giorni dal deposito della sentenza avvenuto martedì scorso, 22 ottobre.



