FONTECCHIO: SABATO LA FESTA DI SANT’ANTONIO ABATE, CON IL GRANDE FALÒ IN PIAZZA, MUSICA E CANTI

L’AQUILA – Torna a Fontecchio, in provincia dell’Aquila, la festa popolare dedicata a Sant’Antonio abate, sabato 17 gennaio.

In mattinata dalle 10 una paranza di donne porterà le canzoni in tutte le case. Alle ore 17 la santa messa, alle ore 18 l’accensione del grande falò in piazza del Popolo, con tutto intorno musica, canti, e una cena a cura dei paesani, con zuppa e panini di stracotto di vitello e verdure a sorpresa.

Sant’Antonio abate, vissuto in Egitto dal 251 al 356 dopo Cristo, stando alla biografia di Sant’Atanasio, vescovo di Alessandria e suo discepolo, è stato un santo eremita nel deserto, a lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, da cui abate. Figlio di agiati agricoltori cristiani, rimasto orfano prima dei vent’anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, sentì ben presto di dover seguire l’esortazione evangelica: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri”.

Così, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella a una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti facevano nei deserti attorno alla sua città.

E in città tornava solo raramente, sedendosi su un muretto, per contemplare le anime delle persone semplici e umili che passavano.

Per il resto si dedicava alla preghiera e al digiuno, amante del silenzio e della solitudine, uomo per cui la vita terrena era solo una preparazione a quella eterna, tanto da rinchiudersi in fortezza romana abbandonata sul Mar Rosso per 20 lunghi anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva calato due volte all’anno, e che resistette alle tentazioni del diavolo, che si manifestava con mostruose allucinazioni, gli faceva dispetti,  arrivava a lanciare sul suo cammino pepite d’oro, che il santo scalciava via come vili ciottoli.

Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, abbattute le mura del fortino, liberarono Antonio dal suo rifugio. Antonio allora si dedicò a lenire i sofferenti con guarigioni miracolose e liberazioni dal demonio.

Intorno a lui si costituì dunque una comunità di cristiani che volevano seguire il suo esempio, per l’esattezza due comunità, una a oriente e l’altra a occidente del fiume Nilo, vivendo  in grotte e anfratti, sotto la guida di un eremita più anziano e con Antonio come guida spirituale suprema.

Antonio morì a 105 anni, coltivando con passione  un orto con cui sfamare i suoi fratelli eremiti.

Il legame della figura del santo con il fuoco e il maiale, è dovuta ai canonici regolari di Sant’Antonio di Vienne, ordine ospedaliero che intorno all’anno Mille, curava tra le altre patologie, la dolorosa eruzione cutanea conosciuta come fuoco di Sant’Antonio, provocata in particolare dall’ingestione di segale, il cibo dei poveri, contaminata dal fungo claviceps purpurea, che poteva provocare anche delirio, allucinazioni e comportamenti violenti.

Gli Antoniani ottennero il permesso dal Papa di poter allevare maiali, dotati di un collare con un campanello, liberi di vagare anche lungo le strade di paesi e città, dove ad altri animali non era consentito. Maiali preziosi soprattutto perché con il loro grasso si producevano unguenti e preparati medici.

Ecco dunque spiegato il nesso del santo con il fuoco, con le tentazioni demoniache e le visioni, e con il maiale.