ROMA – Pur nella parte riservata ai servizi, anche Renexia, società specializzata delle rinnovabili del gruppo industriale abruzzese Toto, tra i grandi player coinvolti nella complessa partita de salvataggio delle acciaierie dell’ex Ilva: la Spa ha presentato una manifestazione di interesse per i servizi ancillari dell’ex Ilva che prevede un investimento complessivo di circa 5 miliardi di euro.

Il gruppo, secondo quanto si è appreso, si candida a progettare, realizzare e gestire i seguenti impianti ancillari al complesso ex Ilva: il rigassificatore, con un “investimento complessivo di un miliardo di euro e con una ricaduta sull’occupazione di 100 unità”; l’impianto di produzione Dri, con un “investimento stimato pari a 3,2 miliardi di euro, con livelli occupazionali a regime pari a 600-700 unità”; la centrale termoelettrica, con un “investimento stimato pari a 550 milioni di euro con livelli occupazionali a 50-100 unità”; la carpenteria con un “investimento previsto di 150 milioni di euro con livelli occupazionali attesi pari a 500-600 unità a regime”.

In particolare, Dri è prodotto mediante processi a basso impatto ambientale, in quanto basati sull’utilizzo del gas naturale che non coinvolgono né il consumo né il trattamento del carbon fossile. Può essere utilizzato negli altoforni in sostituzione del minerale e allo scopo di consumare meno coke. I servizi ancillari sono riferiti ad una varietà di operazioni oltre la produzione e la trasmissione di energia elettrica, necessarie per mantenere la stabilità e la sicurezza della rete.

Tutto ciò mentre è acceso e preoccupato il dibattito sul salvataggio dopo che sono state dieci le adesioni alla manifestazione di interesse scaduta alla mezzanotte del 26 settembre.

Per Renexia, guidata dal direttore generale, Riccardo Toto, figlio di Carlo, patron e fondatore del gruppo industriale, è un momento di grande fervore: oltre agli investimenti in Italia e negli Stati Uniti, è dei giorni scorsi o il via libera della Regione Abruzzo per la realizzazione di una fabbrica di turbine eoliche a Vasto, nei pressi del porto, con un investimento di circa 400 milioni di euro e circa 1500 assunzioni.

Sull’ex Ilva, il primo progetto prevede la realizzazione di un rigassificatore a terra da collocare a Gioia Tauro per soddisfare inizialmente i fabbisogni di gas naturale dell’impianto Ilva di Taranto e dei relativi asset ancillari, in primis l’impianto di produzione Dri. Il rigassificatore verrebbe realizzato in tre anni in modo modulare e scalabile per una capacità complessiva fino a 10 miliardi di metri cubi l’anno. L’approvvigionamento di gas potrà avvenire tramite importazione di Lng dagli Usa, con prezzi fortemente ridotti anche tramite accordi di off-take di lungo termine.

Una quota rilevante del gas naturale importato potrebbe essere venduto sul mercato nazionale. L’offerente ha registrato la preliminare disponibilita’ dei fondi gestiti da Apollo Global Management a sostenere i fabbisogni finanziari relativi alla progettazione, costruzione e gestione dell’impianto. L’investimento complessivo ammonterà a 1 miliardo di euro con una ricaduta sull’occupazione di 100 unità

Come detto, è prevista la realizzazione a Gioia Tauro di un impianto di produzione Dri, che riceverebbe via mare la materia prima necessaria (Dr pellets), acquistata a prezzi competitivi in Brasile tramite accordi di lungo termine, ed utilizzerebbe il gas naturale reso disponibile dal rigassificatore. Il Dri prodotto sarà trasportato a Taranto per alimentare i forni elettrici. L’investimento stimato è  pari a 3,2 miliardi con livelli occupazionali a regime pari a 600-700 unità.

Il progetto della centrale termoelettrica prevede di soddisfare il fabbisogno di energia elettrica tramite un mix di fonti che comprende: la realizzazione di una centrale termoelettrica con turbina a gas a ciclo combinato nel sito di Taranto, della potenza di circa 600 MW; fonti rinnovabili, con sviluppo di impianti solari on-site e la stipula di contratti Power Purchase Agreement con impianti di energia solare ed eolica.

A tale proposito parte del fabbisogno di energia elettrica sarà soddisfatto dal progetto eolico offshore Med Wind di Renexia ormai prossimo ad essere autorizzato; il ricorso alla rete per il fabbisogno residuale. A questo riguardo, si prevede la necessità di potenziamento della connessione alla rete Terna (al fine di consentire una connessione a 380kv). L’investimento stimato è di 550 milioni con 50-100 occupati.

Intanto, continua il dibattito politico e anche procedurale sull’ex Iva: secondo i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta, Davide Tabarelli, e di Ilva in amministrazione straordinaria, Alessandro Danovi, Francesco di Ciommo e Daniela Savi, sono dieci le offerte per l’acquisizione degli stabilimenti ex Ilva, giunte entro il termine fissato alla mezzanotte di venerdì 26 settembre.

Gli stessi precisano che tra le offerte ricevute, riguardano sono tutti i complessi aziendali. Si tratta di Bedrock Industries e cordata Flacks Group + Steel Business Europe. Sono otto, invece, le offerte interessate a singoli asset: Renexia (Gruppo Toto), Industrie Metalli Cardinale (IMC), Marcegaglia, Cordata Marcegaglia + Sideralba, CAR Srl, Cordata Marcegaglia + Profilmec + Eusider, Eusider e Trans Isole. A queste si aggiunge un’ulteriore offerta, presentata da un soggetto politico, che non corrisponde ai criteri della gara.

Nel mentre il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, a margine di un convegno di Fdi a Padova, sottolinea che “la situazione è difficile per il blocco del secondo forno” e che attende i report dei commissari”.

Sull’Ilva di Taranto “le manifestazioni di interesse potevano essere consegnate fino alla mezzanotte. Mi sento di dover aspettare il report dei commissari per esprimere una prima valutazione su questa gara a proposito del futuro. Quello che è certo è che la situazione del sito è resa complessa dalle tante questioni giudiziarie che di fatto ne riducono la capacità produttiva e ne mettono in difficoltà anche le prospettive di rilancio e di investimento. Il secondo altoforno – ricorda Urso – è ancora sotto blocco giudiziale in attesa che la magistratura inquirente faccia il proprio lavoro, ed io ho il rispetto per tutte le istituzioni, ma è indubbio che la capacità produttiva in questo momento è seriamente diminuita da questa situazione”, conclude.

Sulla questione, Rocco Palombella, segretario generale Uilm, è categorico, e parla di un “fallimento annunciato”: “Ora nazionalizzare.Niente spezzatino, subito incontro a Palazzo Chigi”.

“La gara per la vendita dell’ex Ilva si è conclusa, purtroppo come prevedibile, con un fallimento totale. Le manifestazioni di interesse per l’intero Gruppo sono state presentate solo da due fondi di investimento che non hanno alcuna solidità industriale e progettuale, peraltro con offerte risibili – spiega -. Purtroppo non siamo meravigliati dell’esito della gara perché, fin dall’inizio, eravamo convinti che anche questa riapertura del bando non avrebbe portato a niente. È stato l’estremo gesto del ministro Urso per evitare di certificare l’incapacità sua e del governo di rilanciare effettivamente l’ex Ilva, con il rifacimento e la messa in sicurezza degli impianti, l’aumento della produzione e l’avvio della decarbonizzazione”, sottolinea il leader sindacale.

“Una responsabilità che non appartiene solo al governo ma anche ai commissari che si sono dimostrati inadeguati al rilancio dell’ex Ilva, facendo pagare ai lavoratori le loro scelte sbagliate, aumentando a dismisura la cassa integrazione, e a chi ha strumentalizzato politicamente e ideologicamente questa vicenda”, dice ancora Palombella, facendo presente che “ora per evitare la chiusura totale dell’ex Ilva e un disastro ambientale, occupazionale e predittivo senza precedenti c’è solo una strada: la nazionalizzazione”.

Nel frattempo negli stabilimenti “registriamo una situazione preoccupante – aggiunge il leader Uilm – con aumento della cassa integrazione e l’unico altoforno in marcia che si è fermato temporaneamente, per l’ennesima volta, per un guasto tecnico, e una condizione economica aziendale con ingenti perdite”. Per cui “ribadiamo la nostra ferma contrarietà a qualsiasi ipotesi scellerata di spezzatino con la vendita di singoli impianti o siti e chiediamo un immediato incontro a Palazzo Chigi”, conclude Palombella. (b.s.-a.c.)