L’AQUILA – I soldi ci sono, 16 milioni di euro fermi nel bilancio regionale, ma le strutture che erogano ad anziani e disabili prestazioni sociosanitarie rimangono con le fatture in mano che nessuno paga e sono ora alla canna del gas.
È la surreale situazione che in Abruzzo si è venuta a creare a causa delle divergenze di interpretazione del regolamento per la compartecipazione ai ticket socio-sanitari, che prevede che la Regione trasferisca i soldi ai Comuni per coprire la quota delle prestazioni che altrimenti sarebbero a carico degli utenti, ovvero anziani e disabili.
La compartecipazione è stata resa obbligatoria da un ultimatum del ministro Beatrice Lorenzin, sulla base del decreto del presidente del Consiglio dei ministri che risale nientemeno che al dicembre 2001 (Atto di indirizzo e coordinamento in materia di prestazioni socio-sanitarie). La Regione Abruzzo nel luglio 2015 ha adottato il regolamento, ma ha deciso di coprire la quota a carico degli utenti al 100 per cento, mettendo a bilancio 16 milioni di euro (4 milioni per il 2014), da trasferire man mano ai Comuni, che poi avrebebro pagato le strutture sociosanitarie che garantivano il servizio.
E soprattutto dopo furibondi scontri in Quinta Commissione Sanità si è deciso all’unanimità di rimandare al 2016 la più spinosa delle questioni, l’introduzione di una soglia di reddito, sopra la quale l’utente deve mettere una quota di tasca sua per l’assistenza sociosanitaria, non più coperta dalla Regione nè dalla Asl.
Nel decisivo articolo 12 del regolamento è scritto che “la Giunta regionale garantisce, dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2015, l’anticipo ai Comuni del 100 per cento della spesa effettivamente accertata per la compartecipazione alle prestazioni socio-sanitarie in regime residenziale e semiresidenziale”.
Questo significa però che dal 1 gennaio 2016 questa esenzione non vale più, e si è in attesa di un atto di giunta che aggiorni il regolamento, introducendo a questo punto anche la soglia di reddito.
Fatto sta che dopo due mesi nulla si è mosso: non solo per il 2016 non c’è un regolamento valido, ma non funziona nemmeno quello del 2015, per un insanabile dissidio interpretativo.
I Comuni infatti chiedono che la Regione gli trasferisca i soldi prima di pagare le prestazioni, con una rendicontazione di massima, delle quote di compartecipazione che altrimenti sarebbe a carico di anziani e disabili.
E nel dubbio non accettano le fatture che vengono portate dai soggetti erogatori dei servizi, che vanno dalle cooperative sociali alle Ipab, agli enti religiosi e a strutture pubbliche e private anche con oltre 100 dipendenti. I Comuni argomentano che se poi la Asl dovesse contestare quelle fatture, diventerebbe un debito di bilancio, cosa gravissimo in regione di patto di stabilità.
La Regione, anche lei con problemi di bilancio, da parte sua invece non trasferisce i soldi perché vuole prima un’esatta rendicontazione delle prestazioni.
E così il cerino, o meglio la fattura resta in mano ai soggetti erogatori, molti dei quali sull’orlo del baratro.
Solo qualche esempio: a Chieti la cooperativa sociale Azzurra, che è affidataria del servizio di assistenza domiciliare integrata (Adi) e che assicura lavoro a 170 dipendenti, vanta crediti per tre milioni di euro, la San Francesco di Vasto attende 2,8 milioni, l’Ipab San Giovanni Battista di Chieti è sotto di 2 milioni di euro, ed assediata dai creditori con mandati di pignoramento in mano.
La Piccola opera Charitas di Giulianova, per i mancati pagamenti, è stata costretta a mettere in contratto di solidarietà 58 dipendenti su 100 fino al 31 dicembre 2016.
Ed anche in tutte le strutture citate, e le tante altre grandi e piccole operanti in Abruzzo i dipendenti non vengono pagati da mesi, e a breve non saranno più nelle condizioni di garantire i servizi.
Uno tsunami provocato da un battito di ali di una divergenza interpretativa di un regolamento.



