L’AQUILA – Ha deciso di fare l’attore perché recitare era l’unico modo per divertirsi, anche se i suoi genitori avrebbero preferito diventasse un prete.

Il prete poi lo ha fatto davvero, ma nel famoso thriller Stigmate, per poi diventare lo sceriffo Keith nella serie televisiva di successo Veronica Mars, un ruolo che gli resterà nel cuore.

Ora Enrico Colantoni, 48 anni, è impegnato nelle riprese dell’emozionante Flashpoint, serie poliziesca canadese popolarissima anche in Italia, che narra le vicende di un’unità tattica d’élite della polizia di Toronto, impegnata nella negoziazione e nel disarmo dei criminali.

Impegni permettendo, Enrico trova anche il tempo di tornare a Santa Maria del Ponte, nel comune aquilano di Tione degli Abruzzi di cui è originario e di cui conserva ancora splendidi ricordi di quando era bambino e dove, chissà, tornerà anche lui come hanno già fatto i suoi genitori e suo fratello, per cercare un po’ di pace.
 
Con un umorismo che tradisce il suo spirito abruzzese, Colantoni ci racconta la sua carriera, i suoi sogni e i suoi ricordi, e quel maledetto terremoto del 6 aprile 2009 che ha fatto male, anche a distanza di migliaia di chilometri.

Innanzitutto, perché hai deciso di fare l’attore?

Perché era l’unico modo che conoscessi per divertirmi! Potevo fingere, e allo stesso tempo guadagnare qualche soldo. Quando sono andato all’Università di Toronto la mia insegnante mi disse che avrei dovuto continuare a recitare andando a New York.

Hai interpretato ruoli importanti come Elliot Di Marco in Just shoot me, Keith Mars in Veronica Mars, attualmente sei Gregory Parker in Flashpoint. A quale di questi personaggi ti senti più vicino?

Mi sento più vicino a Greg Parker perché è il personaggio che sto interpretando in questo momento. Forse più in là, guardandomi indietro, saprò dire quale tra i tanti mi avrà dato più soddisfazione. Forse è Keith Mars il mio preferito.

Nel film Stigmate la tua parte è stata quella di un prete, padre Dario. È vero che i tuoi genitori volevano che diventassi prete?

Quando avevo 32 anni e non ero ancora sposato, mio padre mi disse “non è mai troppo tardi per diventare un prete”. Da quando lui e mia madre hanno visto “Stigmate” al cinema all’Aquila, hanno smesso di spingermi in quella direzione. (ride)

In Flashpoint sei il sergente Gregory Parker. È vero che fin da subito ti è piaciuta l’idea di interpretare questo ruolo anche perché tuo fratello è stato poliziotto per 30 anni?

Mio fratello è il mio eroe. Indosso il suo numero di distintivo in Flashpoint.

A lui piace il modo in cui interpreti questo ruolo?

Non so se gli piaccia come interpreto Greg. Credo che può essere talmente orgoglioso di me da stancarsi di dirlo.

Sei nato a Toronto e ora lavori lì, ma i tuoi genitori sono tornati a vivere in Italia. Ti manca L’Aquila, in particolare Santa Maria del Ponte?

I miei genitori mi mancano tantissimo. L’Aquila è la mia terza casa: c’è Los Angeles, Toronto e poi Santa Maria del Ponte. Riesco a tornare almeno una volta l’anno, molto dipende anche dagli impegni che ho.

Quando torni a Santa Maria come ti accolgono i tuoi “compaesani”?

Mi trattano benissimo! Mi hanno sempre trattato bene, la differenza è che ora mi credono quando dico loro che sono un attore.

Da piccolo passavi molto tempo a Santa Maria, perché i tuoi nonni vivevano lì. Qual è il ricordo più bello che ti lega a quei luoghi? Un momento o un posto particolare…

Adoro Santa Maria perché le persone che ho amato di più nella mia vita erano tutte lì. Alcune di loro non ci sono più ma la maggior parte di loro, nei miei ricordi, sta ancora mangiando e bevendo sul retro di casa, in una bellissima sera di settembre. L’aria è unica, un qualcosa che non ho mai respirato altrove, il silenzio è tale che potresti dormire per una settimana intera e il cibo e la frutta mi ricordano di quanto la semplicità sia deliziosa.

Quando c’è stato il terremoto all’Aquila, il 6 aprile del 2009, tu eri in America. Come hai vissuto quei momenti?

Me la sono fatta sotto dalla paura.

I tuoi genitori erano all’Aquila?

Sì, e per qualche tempo hanno dormito in macchina. A 83 anni dormivano in macchina…

La loro casa ha subìto molti danni?

Si, la parte più vecchia è danneggiata, ma fortunatamente la parte più nuova, che avevano costruito, sta bene.

Quando sei tornato all’Aquila dopo il terremoto, qual è stata la tua prima impressione, il primo pensiero?

Ho pensato “Non sarà più come prima”. E che mi sarebbero mancate le camminate in centro storico.

Nella televisione americana, o sui giornali, si parla ancora di quanto accaduto nel capoluogo abruzzese?

Qualche notizia si può ascoltare attraverso le stazioni e reti italiane, ma per il resto quasi più nessuno ne parla.

I tuoi genitori sono tornati all’Aquila 26 anni fa, anche tuo fratello vive qui. Non pensi mai anche tu di tornare?

Mi trasferirò a Santa Maria quando sarò più vecchio e avrò bisogno di un posto tranquillo dove poter scrivere.

C’è qualcosa che ti manca di più dell’Aquila? Magari il cibo, o la natura che circonda Santa Maria del Ponte..

Quello che amo di più dell’Aquila è che la maggior parte delle persone in America non conosce dov’è. È stupenda, piccolina ma ricca di storia, e non è cambiata sotto la pressione del turismo di massa. È la stessa città di quando ero bambino.

C’è una parola o un’espressione in dialetto aquilano che ricordi? Magari una parola divertente, che dicevano sempre i tuoi nonni…

Mia nonna mi diceva sempre “che scimbiso”. Non so neanche cosa significa, ma mi piace troppo dirlo. Ancora oggi mi piace pronunciarlo insieme al mio vecchio zio Tony, che ha 89 anni, che vive qui a Toronto.