Da Alfonso De Amicis, storico esponente della sinistra antagonista aquilana, riceviamo e pubblichiamo.
L’AQUILA – Le dimissioni del premier Mario Draghi segnano il “rompete le righe” e gettano un’ombra inquietante sugli scenari istituzionali. Mai si era visto un presidente del Consiglio ricevere la fiducia e rassegnare le dimissioni ricattando quel che rimane del sistema politico parlamentare. Segno è che Draghi non è una parentesi. La politica italiana è definitivamente commissariata, altro che lo spauracchio del “pianeta Melonia” di Fratelli d’Italia.
La crisi della democrazia liberale e italiana in particolare sono tali fino al punto in cui ci si riappropria della sovranità democratica e popolare. Oggi tutti i partiti della maggioranza e della opposizione sono convinti dell’atlantismo e della devozione europeista.
Ed ora, il divorzio tra capitalismo nella sua fase matura e la democrazia liberale è ufficiale. Dobbiamo forse credere che il governo sia andato in crisi per via dell’inceneritore di Roma? O per altre amenità profuse a piene mani dai media mainstream? Il vero nodo è politico ed economico.
Ecco perché le dimissioni di Draghi, il suo discorso da “uomo forte” in cui fa appello ‘agli italiani’ per evitare le urne, la bagarre che ne è conseguita, eccetera, sono segnali evidenti di una situazione ormai sfuggita di mano nell’Italia dell’austerity, dei soldi a strozzo del Pnrr, di una guerra – auella tra Usa, cioè la Nato, e la Russia per cui è finita di mezzo l’Ucraina – a cui molti italiani alla fame non vogliono assolutamente prendere parte.
Molti profondi conoscitori della situazione e parte della classe dirigente sono consapevoli di andare verso il disastro, ma non vedono alternative.
Tutte le previsioni sull’Europa e in particolare sull’Italia danno i dati economici e sociali in caduta libera.
Il dato italiano, poi, è particolarmente preoccupante. La vera crisi di Draghi che segue quella di Boris Johnson – e chissà quale precede – è dentro questi dati. In tutti questi mesi. di fronte all’escalation della guerra, l’unico orizzonte possibile è stato il combinato disposto delle sanzioni. Esse funzionano! Esse funzioneranno! La Russia fallirà! Tutti atti e frasi che testimoniano una volta di più la sudditanza e la subalternità verso gli Stati Uniti che sono state e restano totali. Il 15 luglio scorso il quotidiano spagnolo El País ha espresso il suo giudizio sulla fase politica con un eloquente titolo: “La canna di Putin è affilata”; ecco, parafrasando il grande timoniere potremmo dire che oggi il potere politico nasce dalla canna del gas.
Di fronte al disastro annunciato, tuttavia dalla classe politica europea e men che meno da quella italiana nessuna autocritica. Dentro questo quadro si inserisce la nostra crisi di governo. E va di nuovo rimarcato come Draghi ottenga la fiducia parlamentare ma il suo comportamento non sia altrettanto lineare. Le sue dimissioni hanno assunto un carattere intimidatorio e ricattatorio.
Un governo senza i Cinquestelle avrebbe costretto a palesarsi una maggioranza che va dal Pd alla Lega (con Berlusconi, Renzi, Calenda e Bonino e tutti gli altri “migliori£ esponenti dell’opportunismo nostrano), obbligandoli ad ammettere compatibilità ed affinità insospettabili ed assumersi responsabilità di cui straparlano a ruota libera nei circhi mediatici.
Ad emergere sarebbe stato inevitabilmente il partito unico articolato, definizione gramsciana che ben descrive la vita politica italiana. Si traccia in modo indelebile il carattere elitario della nostra democrazia. Altro che la paura del pianeta Oceania. Un partico unico neoliberale, neoliberista, europeista, atlantista. Tutto dentro la fine della storia e del “There’s no alternative”, il “Tina” thatcheriano, ben personificato dall’ex presidente della Bce e finora ben coperto da una cortina ideologica e un apparato mediatico degni delle peggiori distopie.
La situazione politica, dunque, è molto fluida e ricca di contraddizioni. Non era e non sarebbe stato facile scalzare questo governo, che è nato con la funzione costituente nello scenario politico italiano e con l’obiettivo di spezzare ogni forma di resistenza.
La partita in atto, quindi, non è ordinaria, non attiene alla configurazione dello scenario italiano ma fa parte di un gioco più ampio all’altezza del quale è essenziale guardare.
Ha a che fare con la guerra nel cuore dell’Europa e la possibilità dell’emersione di un mondo multipolare in grado di respingere e sconfiggere l’imperialismo occidentale con le sue politiche basate sull’austerità e la finanziarizzazione dell’economia. Un mondo da consegnare alla storia.




