L’AQUILA – Che anche il lessico fosse stato stravolto dal terremoto, ce n’eravamo accorti tutti.

Dal 6 aprile 2009 sono infatti iniziate a spuntare come funghi parole nuove, caratterizzate da un’abbondanza di punti: al principio fu il Di.coma.c., (Direzione di comando e controllo), e i vari C.o.m. (Centri operativi misti) sparsi sul territorio.

Poi gli aquilani iniziarono a familiarizzare, non senza fatica, con i nomi delle strutture per la gestione dell’emergenza (S.g.e.), e poi la S.t.m. (Struttura tecnica di missione), seguita dall’U.c.r. (Ufficio di coordinamento per la ricostruzione).

Ancora un po’ confusi, nell’immediato post sisma gli aquilani si sono iniziati ad abituare alle parole siglate, con le quali farcivano tutti i loro discorsi.

“Devo scegliere se fare domanda per il C.a.s. o per un alloggio del progetto C.a.s.e., magari quello vicino ai M.u.s.p. dove porterei il bimbo a scuola”.

Oppure: “I M.a.p. sono molto carini, ne hanno dato uno a mia zia che sta in paese”.

Insomma, tutto una sigla. Puntini come puntelli, a sorreggere parole simbolo della provvisorietà.

Un senso di ‘temporaneo’ che si ritrova non solo quando alziamo lo sguardo su palazzi ancora ‘incerottati’, ma anche nel vedere come quella ‘instabilità’ sia ormai entrata nel lessico quotidiano.

E quindi fa sorridere (amaramente), ma anche riflettere, che anche sulle locandine mortuarie, manifestazione suprema della caducità, quella dell’esistenza, siano entrati questi termini: “è venuto a mancare presso la sua abitazione (M.a.p.)”, hanno fatto scrivere i parenti di un povero vecchietto, scomparso qualche giorno fa.

Una precisazione significativa, in una città costretta ad aggiornare anche il proprio vocabolario.