L’AQUILA – Fusione di sacro e umano, carnalità e spirituale, ventre materno e ventre divino.
I Dea Madre, band aquilana dallo stile “pop-rock-new wave”, sintetizzano nel loro nome, nelle liriche e nel sound l’eterna contraddizione dell’essere umano. “Dea” e “madre”, divinità e materialità.
Questo l’ossimoro che i cinque cercano di mettere in musica attraverso le loro canzoni: Max Bellei, voce del gruppo, Stefano “Bakk” Capannolo alla batteria e Luciano “Pelucio” Cavalieri al basso.
Completano la line-up Rudi Facchini alla chitarra e Andrea “Tazzinga” Ferrante alle tastiere, che danno una riposta melodica a metà tra anima rock ed elettronica al sound espresso dalla band.
Seppure di età differenti (i componenti vanno dai 25 ai 40 anni) i Dea Madre sono sempre stati legati dalla passione comune per la musica. Un legame che li ha uniti anche quando il terremoto li ha tenuti fisicamente lontani.
Ed è proprio grazie a questa passione che è in uscita il loro nuovo album in cui raccontano la loro realtà, sognante e allo stesso tempo disillusa, che il portavoce del gruppo, Rudi, racconta.
Partiamo dal nome…
Lo abbiamo scelto per esprimere l’essenza delle nostre canzoni, la fusione tra sacro e profano, tra un’anima spirituale e il corpo carnale dell’uomo. Quindi “Dea” è la divinità che richiama ciò che è spirituale, “madre” invece evoca la più materiale “terra madre”.
La band così denominata si forma nel corso del 2005, ma rimane due anni senza una formazione definitiva a causa anche dello scioglimento del precedente gruppo, con il quale avevate definito i vostri brani per una voce femminile. Quando arriva, quindi, la svolta?
Arriva con la decisione che la nuova voce della band sia lo stesso Max, che continua anche a suonare il basso. Da lì c’è stato un cambio di sonorità, di arrangiamenti. Una trasformazione per adattare la nostra musica a una voce maschile. Con questa nuova formazione, nello stesso anno è uscito il demo-cd dal titolo “Il fiore del male” che contiene tre nostri brani.
Questo passaggio ci ha consentito di proporci alle etichette specializzate nel settore. Durante il Mei di Faenza (“Meeting degli indipendenti”, manifestazione musicale, ndr) nel novembre 2007 sono iniziati i contatti con la Incipit recordings e Quickflow recordings.
Ci hanno proposto loro la firma di un contratto di coproduzione di un Ep con sei delle nostre migliori tracce. Il lavoro di studio è iniziato nel settembre 2008 presso lo studio Forears di Firenze e si è concluso nel dicembre dello stesso anno. Il disco sarebbe quindi dovuto uscire nel 2009…
Ma nel 2009 c’è stata una battuta d’arresto considerevole…
Siamo tutti aquilani, tranne il cantante che, però, studia e lavora all’Aquila da anni. Quindi siamo stati tutti colpiti dal terremoto del 6 aprile 2009 che ha distrutto la nostra città. Sfollati chi da una parte chi dall’altra, per un lungo periodo siamo stati lontani e impossibilitati a riprendere l’attività e la vita di un tempo.
Però, dopo non poche difficoltà siamo riusciti faticosamente a riprendere il discorso da dove l’avevamo lasciato.
Il vostro album, dunque, uscirà fra pochissimo.
Esattamente. L‘ep uscirà tra poco, tra febbraio e marzo, e si chiamerà “Lividi”, una metafora per le ferite più interne, quelle dell’anima. Sono sei tracce, il tema principale è quello del rapporto dell’uomo con se stessi, nella continua ricerca della parte spirituale che c’è dentro di noi.
Queste tracce erano state già scritte prima del sisma. Non avete sentito l’esigenza di scrivere un pezzo che parlasse proprio di questo evento così drammatico?
Paradossalmente in queste canzoni, nonostante fossero state scritte precedentemente, abbiamo ritrovato qualcosa che parlava del terremoto. Alcuni pezzi infatti, sempre nella maniera criptica che li caratterizza, parlano di perdita, di morte.
Comunque abbiamo scritto qualche canzone in cui il riferimento è più diretto, magari andranno nel nostro prossimo disco.
Parlando dei testi. In controtendenza rispetto ad altre band della scena musicale nazionale, avete resistito alla tentazione di scrivere in lingua inglese.
In realtà, sebbene possa sembrare un limite scrivere in italiano, è una cosa che ho voluto fin dal’inizio. È una lingua che ti permette di avere un determinato approccio e il nostro genere poi si presta alla lingua italiana. Questa è stata sempre una cosa condivisa da tutto il gruppo.
Tornando al vostro disco, in uscita. Le foto che sono all’interno dell’album sono state scattate nella basilica di Collemaggio. Come mai questa scelta?
Il nostro intento era di fare una sorta di “concept” album, veicolando attraverso le immagini i contenuti del cd. Quindi per la grafica del cd abbiamo preso parti della chiesa di Collemaggio, sfruttandone gli aspetti un po’ più misterici. Per esempio il pavimento, che rappresenterebbe un cammino iniziatico, oppure il rosone. Tutto è collegato alla nostra musica, criptica e anch’essa a tratti misteriosa.



