L’AQUILA – Si è tenuta ieri sera a “Cinecittà” la 67esima edizione dei David di Donatello, il premio cinematografico italiano più prestigioso, l’equivalente nazionale degli Oscar americani.
La pellicola che si è aggiudicata i premi più importanti è quella di Paolo Sorrentino, “È stata la mano di Dio”, con ben cinque statuette: miglior regista a Sorrentino, migliore attrice non protagonista a Teresa Saponangelo, miglior autore della fotografia a Daria D’Antonio (ex aequo con Michele D’Attanasio per “Freaks Out”), il David Giovani e infine il riconoscimento più prestigioso, quello come miglior film.
Dopo la vittoria a settembre scorso del Leone d’Argento alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (uno dei premi cinematografici internazionali più importanti), la pellicola aveva ottenuto la nomination come miglior film straniero sia ai Golden Globe che agli Oscar californiani, senza vittoria.
Medesima sorte ai Bafta inglesi con due nomination e nessuna assegnazione. I cinque David restituiscono il giusto riconoscimento meritorio ad una pellicola che a livello internazionale meritava qualcosa in più.
Ben sei David al film “Freaks Out” di Gabriele Mainetti: miglior produttore (tra gli altri anche ad Andrea Occhipinti), migliore scenografia, miglior trucco, migliore acconciatura, migliori effetti speciali visivi e miglior autore della fotografia ex aequo come sopra specificato.
Bene – ma non benissimo – il film “Qui rido io” di Mario Martone, bellissima pellicola sul grande Eduardo Scarpetta, con due statuette: miglior attore non protagonista ad Eduardo Scarpetta (discendente in linea retta dell’omonimo attore partenopeo) e migliori costumi a Ursula Patzak.
Nessun premio a Toni Servillo, nonostante le magistrali interpretazioni nei panni del padre di Sorrentino in “E’ Stata la mano di Dio” e di Eduardo Scarpetta in “Qui rido io”. Miglior attore protagonista è risultato infatti Silvio Orlando in “Ariaferma” di Leonardo Di Costanzo, pellicola che ha ottenuto anche il David per la migliore sceneggiatura originale (a Leonardo Di Costanzo, Bruno Oliviero e Valia Santella).
Migliore attrice protagonista alla diciassettenne Swamy Rotolo in “A Chiara” di Jonas Carpignano.
La migliore sceneggiatura non originale è andata invece a Monica Zapelli e Donatella Di Pietrantonio per “L’Arminuta” di Giuseppe Bonito, pellicola che nasce come soggetto dal romanzo dell’abruzzese Donatella Di Pietrantonio. David come miglior esordio alla regia a Laura Samani per “Piccolo Corpo”.
Trionfa anche “Ennio” di Giuseppe Tornatore, il documentario dedicato al grande compositore Ennio Morricone, che si aggiudica ben tre David: miglior documentario a Tornatore, miglior montaggio (a Massimo Quaglia e Annalisa Schillaci) e miglior suono.
Un David a testa per “Diabolik” di Manetti Bros. (migliore canzone originale) e “I fratelli De Filippo” di Sergio Rubini (miglior compositore a Nicola Piovani). Miglior cortometraggio a Nico Bonomolo per “Maestrale”. Il David come miglior film internazionale è andato alla pellicola inglese “Belfast” di Kenneth Branagh.
Particolare emozione ha suscitato l’assegnazione da parte di Paolo Sorrentino del “David speciale alla carriera” al regista ottantaduenne Antonio Capuano, che si è presentato sul palco in barba a tutti i protocolli: maglione al posto dello smoking, jeans e una dedica di cuore alla “sua ragazza” Willy che non c’è più, urlando il nome della moglie al cielo mentre innalzava la statuetta.
Capuano è stato il maestro di Sorrentino, come si evince chiaramente dalla pellicola “È stata la mano di Dio”; quel Capuano regista che ha dato fiducia al giovane Paolo quando questo – ancora inesperto – si affacciava con passione al mondo del cinema alla fine degli Anni Ottanta. Ha detto Sorrentino: “Gli sono molto grato, lui mi ha assunto la prima volta quando ero ragazzo, in tre secondi, senza che ce ne fosse un motivo valido”.
Minimo comune denominatore di questa 67esima edizione è stato l’appello unanime rivolto da registi, produttori, attori e sceneggiatori di aiutare un ritorno massiccio del pubblico nelle sale cinematografiche, “altrimenti il cinema muore”.
E infatti, come ho avuto modo di scrivere nel mio libro “Cinema. Dal neorealismo ai giorni nostri”, uscito alla fine di gennaio di quest’anno per GpM edizioni, il cinema si salva non con i colossi on-demand (che pure hanno avuto un ruolo molto importante negli ultimi due anni) ma col ritorno nelle sale. Senza un ritorno nei cinema tradizionali, a soffrirne non sono soltanto registi, attori e produttori, ma anche la poesia che c’è dietro l’intera industria cinematografica.






