L’AQUILA – Sodalizi mafiosi che partono da Calabria e Sicilia e raggiungono l’Abruzzo, una regione appetibile anche per i fondi statali destinati alla ricostruzione pubblica e privata del post-terremoto dell’Aquila del 2009 e del centro Italia del 2016 e 2017.

Dal rapporto della Dia (Direzione investigativa antimafia) sulle operazioni svolte tra luglio e dicembre 2017 non emerge un vero e proprio allarme infiltrazioni mafiose nel territorio regionale ma si disegna un quadro che deve invitare istituzioni e forze dell’ordine a tenere alta la guardia.

Questo perché dalla fotografia della Dia, le organizzazioni non risultano strutturate ma presenti. 

In particolare, stando alla relazione presentata al Ministero dell’Interno, la ‘Ndrangheta continua a rappresentare “un’organizzazione fortemente strutturata su base territoriale, fondata sulle famiglie, intese come vincolo di parentela, ma la ramificazione della criminalità organizzata calabrese è costantemente proiettata verso la moltiplicazione della ricchezza e l’esercizio del potere”.

Il modello organizzativo viene infatti sistematicamente replicato anche al di fuori del territorio di provenienza, “dove le cosche – si legge nel rapporto – cercano in vario modo di accreditarsi per accedere a quei circuiti utili a condizionare scelte politiche e amministrative, regolare rapporti con imprese, enti, banche ed istituzioni. Un’ambizione che, di fatto, ha determinato la proiezione delle ‘ndrine verso le aree più ricche del Paese ed all’estero”.

Per quanto non strutturalmente radicati, in Abruzzo e Molise, questi sodalizi mafiosi risultano oltremodo presenti. Le indagini degli ultimi anni hanno evidenziato la presenza di soggetti riconducibili alla cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo (Reggio Calabria) e del gruppo Ferrazzo di Mesoraca (Crotone).

E proprio in riferimento a quest’ultima cosca – viene evidenziato – vale la pena di richiamare l’operazione “Isola Felice” conclusa nel recente passato dall’Arma dei carabinieri, che, nel fare luce sull’operatività dei crotonesi in Abruzzo e in Molise, ha portato all’arresto di 25 responsabili.

Un elemento di spicco del clan Ferrazzo di Mesoraca aveva, infatti, scelto di stabilire ufficialmente la propria residenza a San Giacomo degli Schiavoni (Campobasso), rendendosi promotore di una associazione criminale composta sia da calabresi che da siciliani, in particolare dalla famiglia Marchese di Messina, operante tra San Salvo (Chieti), Campomarino (Campobasso) e Termoli (Campobasso)”.

Il clan Ferrazzo voleva rinascere in Abruzzo, arrivando in una “isola felice” per ricostruire le proprie abitudini criminali usando lo spaccio di droga per finanziare altre attività lecite e illecite. Associazione di tipo mafioso, traffico di stupefacenti e di armi, estorsione, riciclaggio.

Nel maxi processo finirono ben 108 imputati, 25 dei quali furono arrestati nel settembre del 2016 a seguito di una dettagliata indagine coordinata dalla Distrettuale  antimafia. Arresti più che altro eseguiti nel vastese ma per vicende consumate, per lo più, a Pescara tra il 2011 ed il 2012, da qui la decisione di celebrare il processo al Tribunale di Pescara.

Le accuse, tutte raccolte in un dossier della Procura di 600 pagine, raccontano di come le maglie della rete mafiosa, sotto la guida del Clan Ferrazzo, si siano allargate sul territorio regionale su vari fronti della malavita organizzata. 

Un’indagine complessa – aveva spiegato il sostituto procuratore Antimafia dell’Aquila Antonietta Picardi, dallo scorso mese di settembre trasferita alla procura generale della Cassazione – soprattutto perché cominciata in Abruzzo, conosciuto come snodo di sostanze stupefacenti, con un arresto di una persona con un grosso quantitativo.

Si è risaliti a una filiera importante che aveva contatti con Sudamerica, Olanda, e tre collaboratori di giustizia ci hanno aiutato anche a comprendere le intercettazioni ambientali e telematiche.

Il clan Ferrazzo aveva interessi particolari, il traffico di droga serviva al sostentamento, all’acquisto di armi e al reimpiego del denaro in attività tendenzialmente lecite già esistenti oppure nuove attraverso prestanomi”.

Le armi venivano acquistate “non solo in Italia dalla zona di Foggia, in ambienti malavitosi già conosciuta dalla Dna, ma anche dalla Svizzera, appena fabbricate e portate in Italia senza essere dimenticate”.

Per quanto riguarda i dati degli arresti e delle denunce per delitti connessi alla mafia, questi raccontano di un numero non trascurabile nel solo anno 2017, in particolare 22 nel primo semestre e 32 nel secondo.

Per quanto riguarda le segnalazioni di operazione sospetta (Sos) in diretta attinenza alla criminalità mafiosa, se ne contanto 189, mentre per quanto riguarda le “operazioni spia” 767.

“In Abruzzo – si legge ancora nel dossier -, sul piano della prevenzione, particolarmente intensa risulta, infine, l’attività dei Gruppi Interforze presso le Prefetture che, attraverso il monitoraggio svolto dalla Dia e dalle Forze di polizia, mirano ad intercettare l’interesse delle cosche calabresi ad infiltrarsi sul territorio abruzzese in settori estremamente sensibili, quali la fornitura del calcestruzzo e del ‘nolo a caldo’, oggi ancora più appetibili in ragione dei fondi statali destinati alla ricostruzione pubblica e privata post-terremoto”.

“Gli accessi ai cantieri, disposti dai Prefetti – viene spiegato -, rappresentano uno dei più incisivi strumenti a disposizione per far emergere possibili infiltrazioni della criminalità organizzata nelle fasi di realizzazione di un’opera pubblica”.

Nel corso del semestre, la Dia ha partecipato agli accessi in 37 cantieri su tutto il territorio nazionale, procedendo al controllo di 1.168 persone fisiche, 315 imprese e 850 mezzi. I dati evidenziano un elevato numero di accessi disposti dalle prefetture dell’Italia centrale, 7 in Abruzzo, connesso proprio all’esigenza di controllo sulla cantieristica relativa alla ricostruzione dei territori colpiti dagli eventi sismici del 2009 e del 2016.

Ma ad aggiungersi alla mafia “nostrana”, c’è anche quella straniera. Nelle statistiche relative ai delitti di tipo associativo, commessi dai gruppi criminali di matrice straniera, nel semestre compreso tra luglio e dicembre 2017, si legge di una criminalità proveniente prevalentemente dal Nord Africa, con 6 soggetti, dall’Albania (4) e dalla Romania (12).

Si tratta di arresti per associazione mafiosa, associazione per delinquere, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotropiche, associazione per delinquere finalizzata al contrabbando.