L’AQUILA – “Sono ancora molto addolorato e provato per la morte delle ragazze che se ne sono andate insieme a mia figlia nel crollo di quella terribile notte. In questi cinque anni hanno cercato di infierire ancora sul mio dolore, sostenendo tesi di accusa completamente inventate. Finalmente i giudici della Cassazione hanno riconosciuto che non c’entravo niente, come ho sempre sostenuto”.
L’ingegnere aquilano Diego De Angelis commenta tra le lacrime la sentenza della Suprema Corte che ieri sera lo ha assolto con formula piena come unico imputato per il crollo, all’Aquila, di una palazzina in via generale Francesco Rossi dove, a causa del terremoto che ha colpito il capoluogo e il suo circondario il 6 aprile 2009, sono morte 17 persone, tra cui diverse studentesse e sua figlia Jenny, che aveva 26 anni.
L’ingegnere, figura nota e stimata, parla di “doppia tragedia”: “Sono vivo per miracolo – ammette – sono volato dal quarto piano, mi hanno ritrovato accanto a mia figlia che, purtroppo, non ce l’ha fatta”.
De Angelis racconta di essere stato “ricoverato per circa 2 mesi negli ospedali di Pescara, Siena, Parma e Piacenza, ho saputo della morte di mia figlia e delle altre 16 persone quando sono tornato all’Aquila, poi l’inchiesta e i processi, una situazione terribile dalla quale ho dovuto reagire difendendomi”.
Nei guai è finito in quanto proprietario dell’appartamento dove viveva, “in una palazzina nella quale, 10 anni prima del sisma, gratuitamente avevo fatto una ristrutturazione perché appunto condomino”.
“Non riesco ancora a darmi pace – prosegue, sempre in lacrime – quelle ragazze hanno creduto in me, si sono fidate, ma io non avevo responsabilità e non potevo fare niente”.
Passando tra sentimenti di profonda commozione e di disappunto, De Angelis, coinvolto nella sua triplice posizione di ingegnere, direttore dei lavori di rifacimento del tetto di copertura e amministratore del condominio, attacca pm e giudici di primo e secondo grado.
Accusato di disastro colposo, crollo di edificio, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose plurime, il tribunale dell’Aquila lo aveva condannato a 3 anni di carcere, la Corte d’Appello aveva ridotto la pena a 1 anno e 11 mesi.
“Mi hanno calato per forza in questa vicenda, inventando un colpevole con tesi che non reggevano, ho sempre risposto carte alla mano che la legge stabiliva con chiarezza che non era nelle mie competenze quanto mi si contestava”, continua l’ingegnere, che insegna anche matematica e fisica in un istituto superiore aquilano.
“Invece pm e giudici hanno avuto l’arroganza di dire ‘la legge siamo noi’. Secondo me, qualcuno voleva fare carriera con le inchieste sul terremoto oppure si cercava il capro espiatorio. È stato un vero e proprio calvario”, prosegue ancora e aggiunge: “Il pm Fabio Picuti ha cercato di indurmi a dire di aver firmato una relazione che mi avrebbe scagionato, io non ho accettato perché non faceva parte delle mie competenze”.
De Angelis entra poi nel merito delle imputazioni: “Secondo l’accusa avrei dovuto fare verifiche prima e dopo la ristrutturazione, ma ciò sarebbe stato dovuto solo se si fosse trattato di una sopraelevazione oppure di un intervento strutturale”, rileva.
“Invece era una ristrutturazione al di fuori delle strutture portanti. Gli stessi periti – prosegue – hanno riconosciuto che, con l’intervento, la sommità del fabbricato è stata alleggerita di 40 tonnellate con un miglioramento dei carichi e della sicurezza sismica”.
L’ingegnere aquilano in Cassazione è stato difeso da un legale di grido, quel Franco Coppi già avvocato di Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi.
“La sua presenza ha inciso, è un professore molto quotato e ascoltato – dice ancora l’assolto – senza di lui mi avrebbero condannato. All’Aquila, dove pensavo sarei stato assolto, avevo scelto Attilio Cecchini e Giampietro Berti De Marinis, due bravissimi professionisti che, a Roma, però, non sarebbero stati ascoltati con attenzione”.
“Coppi ha sottolineato le discordanze tra la sentenza di primo grado, con la quale mi si condannava – racconta, lui che è stato tra i pochi imputati presenti alle udienze di legittimità – stabilendo che l’intervento era costituito da una sopraelevata, e quella di secondo grado, motivata invece con l’intervento strutturale, per poi fare una disquisizione su competenze e responsabilità”.
“Dopo la richiesta di conferma della pena di Appello da parte del sostituto procuratore generale ero pessimista. Poi, ieri sera, mi sono ricreduto: i giudici hanno visto le carte e dopo 5 anni è stata fatta giustizia”, conclude. (b.s.)





