L’AQUILA – Le pandemie sono, come dire, lo “zuccherino” che qualsiasi governante aspetta con ansia, oppure, se vogliamo, può essere la ciliegina sulla torta per imporre politiche economiche che altrimenti sarebbero invise.
Se prima eravamo inondati dai cosiddetti “kompetenti” soprattutto in tema di economia, oggi sono i virologi che dettano le linee guida per una rinascita?
O forse siamo in perfetta continuità con il recente passato?
Eppure Giorgio Agamben, uno dei maggiori filosofi italiani, ci ammonisce sugli scenari che vanno addensandosi.
“Ciò che colpisce – scrive Agamben – nelle reazioni ai dispositivi di eccezione che sono stati messi in atto nel nostro paese è l’incapacità di osservarli al di là del contesto immediato in cui sembrano operare. Rari sono coloro che provano invece, come pure una seria analisi politica imporrebbe di fare, a interpretarli come sintomi e segni di un esperimento più ampio in cui è in gioco un nuovo paradigma di governo degli uomini e delle cose. In questione è nulla di meno che la creazione di una sorta di ‘terrore sanitario’ come strumento per governare quello che veniva definito lo scenario peggiore. L’organizzazione integrale del corpo dei cittadini in modo da rafforzare al massimo l’adesione alle istituzioni di governo, producendo una sorta di civismo superlativo in cui gli obblighi imposti vengono presentati come prove di altruismo. E il cittadino non ha più diritto alla salute, ma diventa giuridicamente obbligato alla salute”.
Così, sembra si sia persa la cognizione di come male eravamo messi.
L’economia italiana aveva gravi problemi prima della pandemia.
L’Italia non si era mai ripresa dal doppio shock della crisi del 2008 seguita al crollo finanziario americano e dalle successive crisi “degli spread della zona Euro”.
Dopo la crisi finanziaria, le politiche di austerità hanno causato un’ulteriore profonda caduta della nostra economia, basta guardare al pil e ai dati sull’occupazione per rendersene conto, ma pure e soprattutto ai tagli lineari nella sanità, nella scuola, in tema pensionistico.
I tagli che hanno riguardato e che riguardano la sanità durano da trenta e più anni.
Hanno trasformato questo presidio universalistico e di civiltà in un fortino assediato e in una fonte inesauribile di guadagno.
Da Unione Socio Sanitario Locale lo hanno trasformato in Azienda. E la parola, il lessico, sono tutto un programma, così oggi di fronte alla pandemia mostra tutti i difetti le incongruenze le criticità dei tagli lineari della chiusura dei presidi ospedalieri.
Abbiamo non più una Sanità Unica, ma ne corrispondono tante al numero delle regioni.
Ognuno per sé e che vinca il migliore.
E stupisce che ancora oggi di fronte a tale disastro si continui sulla stessa strada. Ad esempio, qualcuno pensa che tramite il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il Recovery Fund o altri meccanismi europei si possa uscire da questa gabbia, oppure dare risposte minime ai bisogni primari dei cittadini italiani tutti.
Qualsiasi sia il meccanismo, esso significa condizionalità e aumento del debito pubblico e mai nessuno che minimamente si interroghi magari pensando che la modernità e le risposte stanno in un nostro recente passato.
Sembra si sia persa la cognizione che i finanziamenti europei di qualsivoglia natura saranno strettamente condizionati alla priorità della cosiddetta “agenda europea”, la quale ha già dettato le linee guida molto chiare focalizzate su riconversione verde e sulle infrastrutture digitali.
Se vuoi i soldi su un pezzo della sanità devi garantire e accettare i condizionamenti. E, soprattutto, continuare sulla strada maestra delle privatizzazioni.
Se non ci si crede basta essere pazienti e leggersi i regolamenti ultimi.
In questo scenario fanno sorridere, e sono anche un po’ patetici, coloro che ancora si affannano in questa direzione. Cgil compresa.
* esponente aquilano del Movimento EuroStop






