L’AQUILA – Sembrerebbe di essere in un villaggio del terzo mondo, post apocalisse, quaranta anni fa, se non fosse per i bicchieri di cocktail lasciati a terra poche ore prima dal popolo della notte, unico segnale di vita e di “modernità”.

Nel centro storico in una soleggiata mattina di fine febbraio non gira un’anima all’infuori di qualche anziano che sgambetta tra buche, cumuli di sampietrini divelti, spazzatura varia, tubi che spuntano qua e là in pieno corso.

La scusa che “ha fatto il terremoto” a quattro anni dal cataclisma non regge più nemmeno per loro che, quotidianamente, ripercorrono quelle strade in ricordo di quando era l’unica cosa bella che gli riempiva la giornata.

Non regge più perché non si inciampa solo tra ricordi per le strade del centro dell’Aquila; è una bruttura ben più tangibile quella che ostacola il passo. I civilizzati la chiamano “indifferenza”. Pericolosa perché diventa un vero e proprio attentato alla sicurezza dei malcapitati di turno.

Alla difficoltà del camminare in mezzo ai puntellamenti e alle immancabili macerie, infatti, si aggiunge quella delle transenne da schivare, di cumuli di spazzatura varia ed escrementi da aggirare.

Ogni tanto si incontra anche qualche lampione ed elettrodomestico abbandonato a lato della strada. Il tutto in pieno centro storico aperto al pubblico e quindi senza addentrarsi nella zona rossa, comunque perfettamente aperta al traffico pedonale.

Dell’Aquila, in  balia dell’indifferenza, non restano che i pezzi. Proprio come se la pubblica amministrazione non l’avesse ancora capito che la sicurezza è il primo dei servizi da garantire.